Politica 6


Famose scritture di ex fascisti



 

"La Provincia Granda" pubblica a firma di Giorgio Bocca,  4 agosto 1942

 «Questo odio degli ebrei contro il fascismo è

la causa prima della guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in apparenza, infatti, sarebbe una

vittoria degli ebrei. A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l'idea di dovere, in un

tempo non lontano, essere lo schiavo degli ebrei?».

 



 
“Aristocrazia” a firma Eugenio Scalfari pubblicato su Roma fascista
(periodico del Guf, gruppo universitari fascisti) 16 luglio 1942

“Oggi, mentre sembra che Sua Maestà la Massa (come la definì il Duce in un lontano giorno),

mascherata da veli più o meno adeguati, tenti di riprendere il suo trono, è necessario riporre l’accento nell’elemento disuguaglianza,

che il fascismo ha posto come cardine della sua Dottrina… Soltanto la disuguaglianza può portarci all’aristocrazia”

 


 
 
“Necessità di credere” a firma Eugenio Scalfari pubblicato su Roma fascista
11 giugno 1942

“Il relativismo storicistico ha distrutto l’assoluto trascendente, ha ridotto gli uomini a camere senza finestre,

monadi incomunicabili senza scambi tra loro…

 



SPADOLINI Giovanni

 scrive nel 1944:  "Tra Fascismo e antifascismo, sempre il Fascismo,tra il nemico e l'alleato tedesco, sempre l'alleato tedesco".....

su Italia e Civiltà del 15 febbraio 1944 (cioè sei anni dopo le leggi razziali), si lamentava che il fascismo avesse perso

"a poco a poco la sua agilità e il suo dinamismo rivoluzionario, proprio mentre riaffioravano i rimasugli della massoneria, i rottami del

liberalismo, i detriti del giudaismo".

 


Giampaolo Pansa, noto scrittore e giornalista di sinistra,

 ha dato alle stampe un libro sui ragazzi di Salò destinato a non poche polemiche: si tratta de "I figli dell’Aquila". Alla domanda postagli in un’intervista in cui gli si chiedeva se si rendesse conto che quel libro sarebbe stato assai ostacolato ed inviso, Pansa rispose che "non gliene fregava nulla", essendo peraltro già abituato ad essere scambiato per un "fascista". "Io ho sempre pensato che non puoi raccontare una parte senza raccontare l’altra. Anche se queste due parti io continuo a pensare fossero entrambi minoritarie, e che dominasse la zona grigia di cui parla Renzo De Felice. (…..) Non possiamo dire che tutti quelli che sono stati della Repubblica Sociale erano dei torturatori, dei carnefici". Un altro passaggio degno di nota torna sull’atteggiamento tenuto da molti intellettuali in quel periodo, primo tra tutti il premio Nobel Dario Fo: "ancora adesso Dario Fo trova dei pretesti per dire che non è vero che  lui si arruolò da quella parte. Dice che in Svizzera non si poteva andare che le frontiere erano chiuse, ed è rimasto, sono balle". Come disse qualcuno, "il Nobel a Dario Fo è il primo Nobel consegnato ad un reduce della Repubblica Sociale Italiana": ma questa è un’altra storia, una di quelle storie che nei libri di testo probabilmente non troveranno spazio.
 


Lo scrittore toscano Curzio Malaparte,

che faceva parte dell'esercito anglo-americano, fa un realistico resoconto di quei giorni vissuti di persona,
e così descrive l'entrata degli alleati a Firenze  il 22 agosto 1944:

  « Una mattina passammo il fiume e occupammo Firenze. Dalle cantine alle fogne, dalle soffitte agli armadi, sotto i letti, dalle crepe dei muri, dove vivevano clandestinamente da un mese, sbucarono come topi gli eroi dell'ultima ora, i tiranni di domani: quegli eroici topi della libertà, che un giorno avrebbero invaso tutta l'Europa, per edificare sulle rovine dell'opposizione straniera il regno dell'oppressione domestica. Attraversammo Firenze in silenzio, a occhi bassi, come intrusi e guastafeste, sotto gli sguardi sprezzanti dei clowns della libertà coperti di coccarde, di bracciali, di galloni, di piume di struzzo e dal vistoso tricolore. Inseguendo i tedeschi penetrammo nelle valli dell'Appennino, salimmo sulle montagne ...».
 


Trasformismo da circo


Marco Follini un "uomo di mezzo"

ex DC, ex UDC, un personaggio eletto in 2 legislature con i voti di centro destra.
Nella prima legislatura ha creato fulmini e tempeste nella coalizione di centro destra, nella seconda è passato addirittura dall'altra parte, nel centro sinistra, capitanata dall'Illustrissimo Romano Prodi & C.

Complimenti! meglio tardi che mai! Adesso è chiaro cosa gli passava per la mente.
 



Caso Unipol-Bnl, così Visco cercò di fermare la Finanza

E bravo Governo Prodi!
Solito comportamento dell'Unione Sovietica. Ma non sapete che non esiste più?

Nel luglio del 2006 il viceministro dell’Economia Vincenzo Visco esercitò ripetute e pressoché quotidiane pressioni sul comandante generale della Guardia di Finanza, Roberto Speciale, e gli pose un perentorio aut aut affinché azzerasse senza motivazioni l’intero vertice della GdF della Lombardia. Ufficiali impegnati, tra l’altro, in delicate indagini come quelle sulla scalata a Bnl da parte di Unipol e coop rosse. Visco aprì quindi una crisi istituzionale con il vertice del Corpo militare, arrivando a pronunciare un’oscura minaccia al comandante generale. Lamette a verbale lo stesso Speciale: «Visco mi disse - ha dichiarato nell’interrogatorio reso all’avvocato generale Manuela Romei Pasetti - che se non avessi ottemperato a queste direttive erano chiare le conseguenze cui sarei andato incontro».

Pubblicamente, invece, il vice ministro in quegli stessi giorni cercava di stemperare ogni polemica. Liquidando il caso come «avvicendamenti unicamente riconducibili ad esigenze di servizio». Il Giornale ricostruisce invece, ora dopo ora, la storia di questa ingerenza, dell’intromissione del potere politico su un corpo militare. Con un vice ministro che prima ordina al capo della GdF di rimuovere ufficiali, quando per i trasferimenti c’è un apposito iter procedurale interno. Poi dispone di concordare le scelte con due sottoposti, facendo saltare lo stesso ordine gerarchico della Finanza. Fino al 17 luglio quando Speciale ventila le dimissioni: «Risposi al vice ministro che l’osservanza delle regole è stata da sempre il faro della mia vita. Di non poter pertanto assecondare queste sue ultime richieste e che pertanto ero pronto a rassegnare il mandato». La storia inizia alle 17 di giovedì 13 luglio quando, durante un drammatico incontro, Visco sventola sotto il naso del comandante generale un foglietto indicante i nomi dei quattro ufficiali da mandare via da Milano. Senza nemmeno preavvisare, come avviene invece di rito chiedendo persino un parere, la procura che coordina le indagini degli ufficiali coinvolti. Non solo. Visco dispose anche «perentoriamente », a detta di Speciale, di concertare ogni decisione d’impiego futura direttamente con due sottoposti, i generali Italo Pappa e l’allora capo dei reparti d’istruzione Sergio Favaro. Che il Vice Ministro aveva appena incontrato. Insomma, una sorta di «commissariamento», pregiudicando le prerogative e l’autonomia del comandante generale. Visco ordina quindi a Speciale di spostare i gradi vertice della Lombardia e di coinvolgere Favaro e Pappa. E così, sempre stando alla ricostruzione dello stesso Speciale, Pappa e Favaro prima si incontrano tra di loro, predisponendo le ipotesi di avvicendamenti. Poi Pappa va dal numero uno con il piano operativo. Ma arriva l’intoppo non previsto. Scende in capo il procuratore capo di Milano, Manlio Minale che, allarmato, chiede ragione delle voci su azzeramenti della GdF in Lombardia. Teme «serie problematiche alla prosecuzione delle delicate indagini in corso». Ovvero, Unipol, Bnl, Antonveneta e Telecom. Speciale dice chiaro e tondo che è stato Visco a ordinare, aprendo così uno scontro tra diversi poteri. Minale è allibito, chiede a Speciale «delucidazioni scritte », coinvolge la Procura generale e l’Avvocato generale. Che apre un fascicolo e lunedì 17 interroga in gran segreto sia Speciale che il capo di Stato Maggiore Emilio Spaziante. Prima però, venerdì, Speciale ricorda di esser stato sottoposto a pressioni di ogni tipo. Visco telefona, manda lettere, cerca il numero uno, fa chiamare dal proprio staff. Quei trasferimenti s’hanno da fare. Basta leggere qui a fianco il verbale del comandante generale per capire la portata di questa ingerenza. Speciale prende tempo, sa benissimo che se dispone i trasferimenti, compie un abuso. Deve seguire le norme, coinvolgendo gli interessati. Alle 20.15 trova una mezza misura: ordina a Pappa di far partire gli avvisi di avvio dei procedimenti di trasferimento. La situazione precipita domenica notte. Alle 22.50 l’Ansa dà notizia dell’azzeramento della Gdf mettendo in collegamento con le indagini Unipol. Visco s’infuria, chiede «immediata smentita » a Speciale. E intanto alle 24 ci pensa lui: normali avvicendamenti. In piena notte il comandante generale convoca d’urgenza i suoi collaboratori più stretti, Spaziante e il sottocapo Poletti. Più tardi la GdF esce con un imbarazzato comunicato. Ma ormai il vice ministro deve sentire che la vicenda sta sfuggendo di mano. L’indomani mattina si scontra con Speciale perché temporeggia, gli ordina ancora di trasferire gli ufficiali, pronuncia oscure minacce. Alle 12 Pappa e Favaro si rifanno vivi con il numero uno dicendogli di concordare con loro quanto scrivere a Minale. Ordine di Visco. Ma ormai la vicenda ha assunto una dimensione pubblica e politica: le indiscrezioni sono già sui giornali. Ma gran parte della storia non viene riportata dai media. Speciale blocca i trasferimenti. L’avvocatura generale di Milano interroga Speciale, Spaziante, Pappa e Favaro. Senza risposta la domanda cruciale: Visco perché voleva azzerare a ogni costo la gerarchia militare a Milano?


Gen. Roberto Speciale
"Sono un soldato. Ho detto i no che dovevo dire"
«Io ero, sono e sarò sempre un soldato. Ho fatto il mio mestiere che è sotto gli occhi di tutti.

tratto dal Il Giornale 29 maggio 2007


LEVASHOVO Sterminio che diventa memoria

Il segretario dei Ds rende omaggio ai comunisti italiani finiti nei gulag.  Ma ignora i soldati.

"Errori" e "Orrori"

In una intervista al TG5 Fassino ha dichiarato che i comunisti italiani finiti sotto la "benedizione" Sovietica sono stati "errori" di Stalin. Ma non sarebbe più appropriato chiamarli "orrori", giusto come chiamano da sempre quelli commessi da Hitler?


 



Strano e movimentato percorso di Gianfranco Fini

con brusche variazioni degne anche per un 4 x 4 fuoristrada

 

 
Strappi, tradimenti, pettegolezzi, svolte imbizzarrite, dispetti, bizze....

Dal 1992, in cui l'Msi ricorda la marcia su Roma, alla "conversione" di Fini che nel 2003 arriva a dire che "il fascismo è il male assoluto".
E mentre nel 2007 Storace lascia Alleanza Nazionale, dopo la tragedia di Tor di Quinto Fini chiede di "fare ventimila espulsioni"

Cosa succede in AN?
 

 


essere o non essere  (fascista)
 


Al convegno di «Futurdestra» a Chianciano Terme duemila iscritti provenienti da tutta Italia parlano del domani del partito
An vuole prendersi la guida della CdL
Gasparri rivendica l'azione, compiuta con La Russa, per spianare la strada a Fini agli Esteri
 

28/11/2004 IL TEMPO dall'inviato PAOLO ZAPPITELLI

CHIANCIANO TERME Lo scenario che accoglie la prima uscita ufficiale dei triumviri di An (ma alla fine saranno solo La Russa e Matteoli perché Alemanno è dovuto partire per impegni di governo ed è sostituito da Carmelo Briguglio) non è dei migliori: una giornata plumbea e piovosa nella cittadina termale che normalmente dispensa premi e accoglie vip e che stavolta è stata scelta da Alleanza Nazionale per il convegno «Futurdestra».

Ma ci pensano il ministro Maurizio Gasparri e il neovicepresidente del partito Ignazio La Russa a vivacizzarla con una serie di dichiarazioni che accendono il fuoco della polemica nel centrosinistra e in Confindustria. Accolto da circa duemila iscritti invitati da tutta Italia nella sala dove sopra il titolo del convegno campeggiano due grandi riproduzione del futurista Balla, il primo a parlare è il ministro Gasparri. Il quale rilancia l'idea che «la destra in futuro debba anche aspirare a diventare la guida della coalizione», rivendica di aver insistito, con La Russa, per portare Frattini alla commissione europea e liberare così la strada a Fini alla poltrona di ministro degli esteri e poi piazza il primo affondo contro i magistrati per quel che riguarda la legge sull'immigrazione. «Noi ci rammarichiamo perché alcuni giudici la applicano male, ci sono sacche di boicottaggio per motivi ideologici. Sarebbe meglio se facessero qualche sciopero di meno e applicassero meglio la legge».
L'affondo successivo è per il senatore a vita Mario Luzi, che in un'intervista sulla rivista «Micromega» ha commentato che «i fascisti della destra sono molto confusi». «Io non so che poesie abbia scritto Luzi replica Gasparri ma sicuramente dice un sacco di sciocchezze. Mi vergogno che sia stato nominato senatore a vita. Fiorello ha proposto che lo diventi Mike Bongiorno, credo sarebbe sicuramente meglio di lui».
Poi arriva la stoccata sul Fisco e sulle polemiche sollevate dal mondo degli imprenditori per il ritocco in basso rispetto a quanto inizialmente previsto dell'Irap a fronte invece del sostanzioso taglio all'Irpef.
«Noi non siamo i lustrascarpe di nessuno, né di Confindustria né di nessun altro». E più tardi, a convegno finito, Gasparri è tornato su quella frase. «Non era un attacco a Confindustria, era riferito a noi di Alleanza Nazionale, un invito a mantenere la nostra autonomia. Con Confindustria ci sono rapporti sereni e distesi, ma la politica deve fare le sue scelte».
Inevitabile un passaggio sulle correnti di An e sul fatto che la nomina dei tre vicepresidenti sembra un passo avanti per superare le divisioni. «Le correnti non si sciolgono per decreto spiega Gasparri Ma hanno un senso se portano proposte e realizzano gli obiettivi che si sono dati. Piuttosto bisogna superare delle punte di faziosità. Ora dobbiamo tutti investire in questa conduzione unitaria, con un obbligo di collegialità». Concetti che in parte ripete anche Ignazio La Russa. «La soluzione di Fini di un ufficio di presidenza con le correnti più accreditate non punta a cristallizzarle ma è la strada per un superamento definitivo degli eccessi del correntismo». E prima che il convegno finisca c'è spazio per una «graffiata» di La Russa ai transfughi che sono andati con Alessandra Mussolini.
«Io apprezzo l'assoluta coerenza di Pino Rauti e di Tilgher che erano già alla destra dell'Msi, trovo naturale che ora abbiano percorsi estranei ai nostri dopo la nascita di An a Fiuggi. Poi ci sono quelli che, sbagliando, hanno visto in quel percorso un tradimento. E lo dico anche alla nipotina del Duce che si è ricordato di esserlo solo a 21 anni quando noi eravamo già in piazza. Senza quella svolta di Fini noi saremmo ancora un partito nell'angolo, chiuso e inviso a tutti».

 


L'intesa vicina rischia di saltare.
Il leader non media con Alemanno Fini alza il tiro, la pace si allontana
FINI ferma tutto.
E al momento di arrivare a chiudere l'intesa interna al partito, il leader alza la posta.
 

Il Tempo 30/06/2005

E non è più disponibile a fare concessioni sul documento di Destra sociale che chiede il recupero e la difesa dei valori del partito. Non solo, ma sembra essere anche convinto ad andare dritto nella sua strada e forzare la mano proponendo la nomina di Altero Matteoli a coordinatore del partito. È convinto di avere il consenso necessario per andare allo scontro com Alemanno. E medita anche la vendetta per aver subito l'affronto del ministro delle politiche agricole dei giorni scorsi. In questo clima, che ha poco di politico e molto di personale, a Francesco Storace non resta che avvertire tutti: «Non sono affatto ottimista». «Ho parlato anche con il presidente Fini - spiega il ministro della Salute, che sta mediando tra Fini e Alemanno - ho il timore che ci siano ispiratori della rottura, la cosa più sbagliata che si possa fare. Spero che prevalga saggezza». Ispiratori interni o esterni al partito? «Io, per mia cultura, tendo sempre a pensare - risponde Storace - che non ci siano eterodirezioni alla nostra politica. Credo che chi ha più responsabilità, e il primo ad averne è Fini, deve farsi carico di un problema collettivo, che è del partito. Leggo anche oggi imbarazzanti interviste sui giornali di improvvisati consiglieri del presidente Fini, che farebbero bene a tacere visto che non abbiamo notizia sulla loro rendita elettorale». «Il momento è molto delicato, c'è una classe dirigente che non vuole distruggere alcunchè ed è bene non farsi prendere la mano perché rischia il partito, non rischia nè Fini, nè io nè qualcuno di noi. E allora che anche lui capisca che non possiamo farci prendere la mano - sottolinea il leader di Destra sociale - dal tentativo di alzare il tono, magari inventando una polemica interna quando il problema è il rapporto con la società». A chi gli chiede se sta ancora lavorando per l'unità, storace risponde: «Ho paura che sia un lavoro vano. Avendo ascoltato molti interlocutori, temo che non ci sia la stessa volontà che ho io. E questo è sbagliato». Fini, ribattono i cronisti, ha cattivi consiglieri? «Pessimi - taglia corto Storace - non cattivi». Di fronte a questa situazione, Destra sociale si riunisce in serata. Viene esaminato il fatto che Alemanno negli ultimi giorni si è speso per spegnere l'incendio, ha sottolineato più volte che Fini non è in discussione, ha spiegato che responsabile della situazione è tutta la classe dirigente. A queste aperture, il grande capo ha risposto picche su tutta la linea. E così, la corrente minoritaria di An ha deciso che sia giunto il momento di passare all'attacco: non si molla la presa e tutti pronti a dare battaglia all'assemblea nazionale. Sempre che ci sarà una battaglia. Perché la mossa di Fini potrebbe essere solo tattica. E proprio nel tatticismo lui è maestro. Il presidente non vuole scoprire le carte. Mira a tenere alta la tensione e sparigliare tutto all'assemblea di sabato. Sa che Nuova alleanza è schierata al suo fianco. Anzitutto con Matteoli. Ma anche con Urso, seppur con qualche divisione. Il secondo vuole presentare un documento al parlamento del partito, il primo no. Comunque entrambi sono al fianco del leader. Destra protagonista, la corrente di maggioranza, invece sta in mezzo. Vuole delle risposte da Fini, non vuole il coordinatore unico ma nemmeno guerre. E anche qui Gasparri spinge sull'acceleratore della critica, La Russa media e spera ancora in una soluzione unitaria: «All'interno di An c'è un clima unitario, nel senso che stiamo cercando tutti la strada per una ripartenza del partito e della Casa della liberta». Insomma, i membri della corrente staranno a sentire la relazione del capo della destra. Infine, c'è Destra sociale che non vuole rimanere nell'angolo. Ma vorrebbe costituire una sorta di minoranza interna al partito che di fatto significherebbe la diarchia interna Fini-Alemanno. Che però il presidente non vuole perché spinge perché il partito entri tutto unito nel progetto del soggetto unitario che sta mettendo a punto.

 


La Russa, Matteoli e Gasparri si incontrano al bar e «processano» Fini
«Dobbiamo scuoterlo, non può affrontare la campagna elettorale in queste condizioni»
UN VERTICE vero e proprio, lontano dai riflettori e da occhi indiscreti.
 

Il Tempo 15/07/2005

Luogo dell'incontro, il gran caffè «La Caffettiera», a piazza di Pietra, a due passi dal Parlamento. È lì che ieri mattina, tra un intervento e l'altro del convengo sul partito unico organizzato dal comitato di Todi, si sono riuniti Altero Matteoli, Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri. Praticamente il 60% del gotha di Alleanza Nazionale (mancavano all'appello Gianni Alemanno e Francesco Storace). Un aperitivo che si è subito trasformato in un'occasione per fare il punto sulla situazione del partito. Ma anche un pre-incontro prima della cena tra Gianfranco Fini e i suoi colonnelli. I tre, però, non si sono limitati a riempire qualche casella vuota dell'organigramma (coordinatori regionali ecc.), ma si sono scatenati in un vero e proprio processo a Gianfranco Fini. «È malato - ha tuonato La Russa - non lo vedete che è dimagrito, gli tremano le mani. Non so di che tipo di malattia si tratti, ma o guarisce o sono guai. Non possiamo permetterci di affrontare una campagna elettorale con Fini in queste condizioni». Il più preoccupato, però, sembra Altero Matteoli. «La vera questione - dice il neo-responsabile dell'organizzazione del partito - è chiedersi chi è Fini oggi. Dobbiamo rispondere a questa domanda». E poi aggiunge: «Dobbiamo andare da lui prima di agosto, altrimenti parte per le ferie e scompare. Dobbiamo andare e dirgli: "Gianfranco, svegliati!". Che ne so, se serve, prendiamolo a schiaffi, ma scuotiamolo!». La Russa e Gasparri annuiscono. «Forse - aggiunge Matteoli - comincia a pentirsi di aver fatto l'accordo all'assemblea nazionale». «Fidati - gloi risponde La Russa - è stato meglio così». Gasparri non sembra proprio convinto e allora La Russa insiste: «Se fossero nate una maggioranza e un'opposizione sarebbe stato un massacro per il partito». Dopo gli attacchi arriva il momento delle ricette. Che fare? «O diciamo che andiamo avanti senza Fini - ipotizza Matteoli -, ma non possiamo permettercelo, oppure troviamo una soluzione». Sul partito, inoltre, spesa come una spada di Damocle, la questione del partito unico. «Se anche l'Udc ci sta - dice Gasparri - noi dobbiamo capire cosa fare». «Sì - lo blocca La Russa - però sul partito unico non possiamo far fare le trattative a Gianfranco. Non è capace. Quelli gli telefonano, gli dicono che vogliono togliere quello e mettere quell'altro, e lui dice sempre di sì». Matteoli, però, sembra avere la soluzione. «Credo che se noi teniamo la barra dritta - chiosa - possiamo andare avanti». Gasparri e La Russa sembrano d'accordo. Cominciano a squillare i cellulari, gli appuntamenti incombono. I tre si alzano, pagano e se ne vanno. Non prima che Matteoli, forse per stemperare un po' la tensione, racconti un aneddoto. Qualche risata e poi via verso le attività istituzionali. Il vertice di piazza Di Pietra ha dato ottimi risultati.

 


Il caso An
I colonnelli non hanno più un leader
 

Il Tempo 16/07/2005

Il giorno dopo l'incontro tra La Russa, Gasparri e Matteoli raccontato da Il Tempo scoppia la bufera in Alleanza Nazionale.

«Ci vedremo la settimana prossima e saprete le mie decisioni», avrebbe detto Fini dopo aver letto accuse e giudizi espressi nei suoi confronti dai colonnelli e dopo, sembra, aver invitato La Russa e Matteoli a dimettersi. I tre hanno chiesto scusa.

 


IL COMMENTO, CHI HA CORAGGIO
 

Il Tempo 16/07/2005

IERI su Il Tempo avete letto il sunto di una conversazione, che non si può definire privata, fra Ignazio La Russa, Altero Matteoli e Maurizio Gasparri.

L'argomento era la capacità di leadership di Gianfranco Fini non solo nella Casa delle Libertà, ma nella stessa Alleanza Nazionale. Capacità chiaramente messa in dubbio dai tre in un colloquio svoltosi davanti a un aperitivo in una delle pause di un convegno sul partito unico che si teneva proprio nel salone de Il Tempo. Le parole molto franche utilizzate dai protagonisti avranno avuto, come sostengono oggi i tre in una lettera inviata a questo giornale, il buon proposito di spronare il presidente del partito a ritrovare stimoli, energia e perfino un'iniziativa politica che in questo momento sembra non esserci più. Per quanto dette in libertà e in un luogo non convenzionale (un bar), quelle parole sono un caso politico. E non è quello della forma, per cui ieri sono state avanzate (e accettate) scuse sentite. A fare problema è il contenuto di quelle parole, perché rende evidente che la due giorni di An in cui si è processato e assolto Fini per le vicende degli ultimi mesi, non ha affatto suturato ferite che restano più che aperte. Da queste colonne, forse fra i primi, abbiamo segnalato un profondo e serio dissenso dalle scelte politiche compiute da Fini, e soprattutto da quella referendaria. Anche in quel caso era evidente un problema di forma (non si abdica per motivi personali dalle responsabilità di leader di partito) e uno di contenuto: i tre sì del presidente di An al referendum quanto meno stridevano di fronte alla storia di quel partito e anche alle sue radici culturali e religiose. Un dissenso su questi punti era comprensibile e motivato. E non sarebbe stato uno scandalo, nel week end dell'assemblea di An, la formalizzazione di una divisione netta. La nascita di maggioranze e opposizioni dentro quel partito, come accade in tanti altri. Si è scelto un compromesso un po' balordo e soprattutto non veritiero. È stato un errore, e l'incidente di queste ore non fa che renderlo più evidente. Per rispetto a Fini, ma soprattutto alla storia del partito, è meglio che dissensi, tanto più se nobili, emergano alla luce del sole. Anche dovessero imboccare strade difficili, rimettere in discussione punti di riferimento che sembravano acquisiti. Se il partito non riconosce più la linea del suo leader, e forse nemmeno la sua leadership personale, perché dovrebbe imporsela? Se invece la maggioranza non la dovesse pensare così, che c'era meglio di un voto per farlo capire? Segnalare diversità pure nell'unità non è scandaloso. Ci vuole solo coraggio. E di quello oggi, nonostante tutto, è dotato più Fini dei suoi possibili successori.

 


Dopo l'incontro raccontato da Il Tempo, il leader chiama i tre colonnelli:
«La prossima settimana saprete le mie decisioni»
An piomba nel caos: «Gianfranco scusaci»
 

Il Tempo di NICOLA IMBERTI 16/07/2005

Gasparri, Matteoli e La Russa: «Ci rimettiamo alle tue scelte». In serata il portavoce di Fini: «Vicenda chiusa»

IL GIORNO dopo l'incontro tra La Russa, Gasparri e Matteoli raccontato da Il Tempo scoppia la bufera all'interno di Alleanza nazionale.

«Ci vedremo la settimana prossima e saprete le mie decisioni». Sarebbero state queste la parole con cui Gianfranco Fini si sarebbe rivolto ai suoi tre «colonnelli» ieri mattina, non appena letta la notizia. Non solo, ma il leader avrebbe anche chiesto a La Russa e Matteoli di dimettersi dagli incarichi che ricoprono. Poi più niente fino a quando, in serata, con due lettere, una inviata al Tempo (che pubblichiamo di lato) e una inviata allo stesso Fini, La Russa, Gasparri e Matteoli hanno chiesto scusa al loro leader per «affermazioni isolate da una conversazione più ampia» che quindi «finiscono per essere immeritatamente offensive» nei confronti del presidente di An. Erano passate solo due settimane dall'Assemblea nazionale che, lo scorso 3 luglio, aveva salvato in extremis l'unità del partito. Mentre erano trascorse solo poche ore dalla cena che Fini aveva avuto giovedì sera in un ristorante romano proprio con i suoi colonnelli. Una cena durante la quale, secondo quanto si è appreso, il leader aveva nuovamente pregato Gianni Alemanno di ritirare le dimissioni dalla vicepresidenza, spiegando di voler portare anche Mario Landolfi nell'ufficio di vertice. Ma chiedendo che tornassero «parlamentari semplici» Carmelo Briguglio e Italo Bocchino, attivi nello stendere l'ordine del giorno firmato in Assemblea da tutte le componenti. L'incontro dell'altra sera, tuttavia, si era concluso con un nulla di fatto. I vertici del partito, pur confrontandosi in un clima di cordialità, non erano riusciti a trovare un'intesa. Ma le frasi su Fini sembravano rimettere in discussione tutto. Così dopo una giornata di silenzio, sono arrivate le lettere. «Caro Gianfranco - si legge in quella inviata a Fini - inutile dirti quanto ci dispiaccia la pubblicazione dell'articolo apparso oggi (ieri ndr) su Il Tempo. In questi casi è pressochè inutile precisare che le parole, le frasi, il contesto e il tono risultano completamente falsati e che, in quei termini, non vi è alcuna corrispondenza tra la realtà e quanto apparso sul quotidiano». «Comprendiamo però benissimo — aggiungono La Russa, Gasparri e Matteoli — che, al di là di ogni nostra intenzione, le frasi a noi attribuite nell'articolo risultano immeritatamente offensive nei tuoi confronti e che in questi casi l'apparenza può prevalere sulla realtà». La lettera, poi, si concentra sul contenuto del colloquio nel quale, scrivono i tre, «non vi è stato un solo minuto in cui è venuto meno il nostro reale intento, e cioè il desiderio di trovare il miglior modo possibile per aiutarti nella difficile opera di "ripartenza" di Alleanza nazionale». E poi, la richiesta ufficiale di scuse. «Per questo - concludono - non possiamo che chiederti scusa e, dal punto di vista politico, rimetterci a ogni tua decisione». Decisioni che Fini sembrava voler comunicare ai suoi, durante l'ufficio di presidenza convocato per il prossimo martedì. Ma in serata è arrivata acqua sulla benzina delle polemiche. Conversando con i giornalisti a palazzo Chigi, a proposito della vicenda, il portavoce di Fini ha fatto sapere che «la lettera di scuse di Gasparri, La Russa e Matteoli per l'onorevole Fini chiude la vicenda».

 


FINI accetti le scuse.

No, vada fino in fondo. Il dibattito dentro An è solo all'inizio.
 

Il Tempo 17/07/2005

La leader dei giovani di An, Giorgia Meloni (vicina a Gasparri e ancor di più a La Russa) avverte: «Sentire queste dichiarazioni fa male e soprattutto non fa bene al partito. Le polemiche interne non aiutano in un momento come questo. Non giustifico La Russa, Gasparri e Matteoli - dice Meloni - ma riflettiamo anche sul fatto che la stampa si è divertita a giocare su questo, a creare problemi, zizzania. Una cosa è certa - avverte - il leader è Fini. Ma An ora deve recuperare la fierezza di sè, la sua consapevolezza. Dopo le regionali, abbiamo assistito a una sorta di sindrome della sconfitta certa. Non è così. Dobbiamo reagire», è l'invito di Meloni. Un vecchio del partito, invece, Gustavo selva avverte: «Fini si deve dimostrare generoso nei confronti dei dirigenti e accettare le scuse, in particolare Gasparri e La Russa». Per il senatore Michele Bonatesta «la morale della vicenda che ha visto coinvolti tre colonnelli eccellenti di An "beccati" a vomitare veleni contro Fini, è che la leadership di An non è in discussione: ad essere in discussione è la credibilità di quei colonnelli, sempre gli stessi, che davanti a Fini e nelle sedi deputate del partito fanno i finiani, e appena il presidente di An si gira cercano di pugnalarlo alle spalle, tramando contro di lui». «Insomma, - osserva Bonatesta - i problemi che attanagliano An non si risolvono con la finta unanimità registrata anche all'ultima assemblea nazionale o con le cene tra Fini e i colonnelli, ma con l'unità e la coesione vera, soprattutto sul territorio, dove il problema sono i marescialli dei colonnelli e i caporali in attesa di promozione, che stanno facendo di tutto per allontanare l'elettorato dal partito e quindi da Fini, che del partito è il leader».

 


«Gianfranco è malato. Bisogna prenderlo a schiaffi»
La chiacchierata tra Matteoli, La Russa e Gasparri
 

Il Tempo 17/07/2005

La tregua siglata durante l'Assemblea nazionale di An, due settimane fa, sembrava di nuovo saltata, per un articolo de Il Tempo: parole ascoltate nel pomeriggio di giovedì e pubblicate nell'edizione del giornale di venerdì durante un colloquio privato tra Altero Matteoli, Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri a «La Caffettiera» a due passi da Montecitorio.

Nel colloquio si parla di Fini, del leader appena riconfermato alla guida di An, del presidente che aveva alzato la voce dal palco dell'Ergife, dicendo: «Non voglio un'ipocrita unità, preferirei allora che ci fosse una maggioranza e una legittima minoranza». «È malato - dice di lui Ignazio La Russa - non lo vedete che è dimagrito, gli tremano le mani. Non so di che tipo di malattia si tratti, ma o guarisce o sono guai. Non possiamo permetterci di affrontare una campagna elettorale con Fini in queste condizioni». E ancora: «Sul partito unico non possiamo far fare le trattative a Gianfranco. Non è capace. Quelli gli telefonano, gli dicono che vogliono togliere quello e mettere quell'altro, e lui dice sempre di sì». Altero Matteoli - che due settimane fa era stato investito da Fini della carica di segretario organizzativo, nonostante la dichiarata ostilità delle altre componenti - afferma a sua volta: «La vera questione è chiedersi chi è Fini oggi. Dobbiamo rispondere a questa domanda. Dobbiamo andare da lui prima di agosto, altrimenti parte per le ferie e scompare. Dobbiamo andare e dirgli "Gianfranco svegliati". Che ne so, se serve prendiamolo a schiaffi, ma scuotiamolo!». «O diciamo che andiamo avanti senza Fini - avrebbe detto ancora Matteoli - ma non possiamo permettercelo, oppure troviamo una soluzione». E sul partito unico: «Credo che se noi teniamo la barra dritta possiamo andare avanti».

 


SE c'era una cosa che Gianfranco Fini non si aspettava era l'attacco di Altero Matteoli.

Proprio lui, l'uomo che gli ha sempre professato fedeltà assoluta, che lo ha sempre difeso, che lo ha protetto in tutte le circostanze.
 

Il Tempo 18/07/2005

Lui, il ministro che, arrivando all'assemblea nazionale di An il 2 luglio scorso, entrò in sala e disse: «Ascolteremo la relazione di Fini, sarà certamente molto interessante». Così, a prescindere. Ancor prima di ascoltarla. Il presidente di Alleanza nazionale aveva deciso di promuoverlo, di metterlo a capo dell'organizzazione, il ruolo più delicato, insieme con quello di svolgere le trattative con gli altri partiti. Matteoli era il «fedelissimo». Ma il suo rapporto con Fini per il momento è bruciato. E tutto per quelle frasi sul conto del capo pronunciate al bar, quella necessità di «prenderlo a schiaffi», di «scuoterlo». Fini non l'ha presa bene: «Mi hanno tradito», ha confessato agli ultimi tre o quattro che gli sono rimasti al fianco. Con i colonnelli aveva alzato il ponte levatoio ormai da tempo. Con Gasparri ha raffreddato i rapporti dopo che l'allora ministro delle Comunicazioni aveva lasciato il governo. Di La Russa non è contento per come ha gestito il partito, suscitando critiche di una parte di esso. Puntava su Matteoli, ma anche lui è venuto meno. Chi gli resta? Alemanno? Lo teme, soprattutto perché gli potrebbe scippare il partito (ma almeno quello che aveva da dirgli glielo ha detto in faccia). Storace? Forse, ma il presidente di An è ancora scottato dall'adunata dell'Hilton, organizzata dall'allora governatore del Lazio, che sembrò una manifestazione contro di lui. Negli ultimi tempi tra i due è tornato a splendere il sereno. Urso? Fini ha avuto con lui un piccolo litigio proprio giovedì pomeriggio: il viceministro chiedeva di tornare al partito e il gran capo ha quasi fatto finta di non sentirlo. Ora potrebbe accontentarlo. «È stato un tradimento», ha ripetuto Fini. Poi ha chiamato uno dei suoi consiglieri che giorni fa aveva provato a metterlo sull'allerta, dicendogli che stava per succedere qualcosa: «Avevi ragione tu, l'avevo capito, ma non ci volevo credere. E invece è venuto fuori, nessuno può più far finta di nulla, erano lì a tramare». Insomma, Fini si sente ancora più isolato sul piano umano. E ora medita di congelare i rapporti personali, fermare tutto e ripartire. Ragionare e ripartire era stato il suo editoriale sul Secolo. Il punto è tutto qua. Fini ha bisogno di An. E An di lui. In questo gioco ad incastri di interessi e volontà, il partito e il suo capo si sopporteranno ancora per un po'. Gasparri, La Russa e Matteoli hanno scelto la linea del silenzio sulla vicenda. Hanno anche pensato di procedere a una smentita di quanto pubblicato da Il Tempo, ma poi hanno deciso di lasciar perdere, in quanto ritengono che la loro conversazione sia stata registrata su un nastro e che possano venire fuori altre rivelazioni (d'altro canto, hanno parlato per oltre mezz'ora). La domanda che si fanno loro, e non solo loro, è: che farà Fini? Che farà? Il leader di Alleanza nazionale per ora sta a guardare. Spera che la vicenda si smorzi e via via sparisca dalle pagine dei giornali. Non vedrà domani i colonnelli nell'ufficio di presidenza del partito. Non vuole dare troppo peso a quanto accaduto, ma è deciso a far vedere che riprenderà in mano la situazione. Soprattutto il ragionamento che sta facendo (e di cui ha parlato a qualche suo consigliere) è non prendere per il momento provvedimenti. Se drammatizzasse, per esempio, correrebbe il rischio anche di avvalorare le affermazioni che i tre hanno fatto davanti a un aperitivo. Deve insomma intervenire stando però attento a fare in modo che non vengano prese sul serio le frasi che i tre hanno pronunciato. E soprattutto, quel che più teme, finirebbe per rendere quantomeno verosimile la principale "accusa" che gli hanno rivolto: Fini è malato. E infatti La Russa è corso subito ai ripari affermando che in realtà si riferiva a un suo piccolo malanno che si è procurato di recente. La tattica del capo è dunque lasciar correre e rinviare qualunque scelta: «Mai decisioni a luglio, quando si è stanchi. Meglio a settembre quando si

 


La decisione comunicata attraverso una nota: revocati tutti gli incarichi fiduciari. L'organizzazione affidata a Martinelli
Fini non perdona e azzera i vertici di An
Ora si attende la Direzione nazionale del 28 luglio, si discuterà di partito unico e legge elettorale
 

Il Tempo 19/07/2005

SEMBRAVA tutto inesorabilmente congelato fino a data da destinarsi, invece ieri, con un colpo di spugna, Gianfranco Fini ha deciso di fare «tabula rasa» dei vertici del suo partito affidando l'organizzazione di An a Marco Martinelli (già coordinatore regionale del Lazio dall'aprile 2001 al luglio 2002 e dirigente nazionale dal 1987).

Una decisione che arriva a quattro giorni di distanza da quando il leader, per bocca del suo portavoce, fece sapere che la lettera di scuse spedita da Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri e Altero Matteoli, chiudeva la vicenda delle frasi pronunciate dai tre in occasione di quello che è ormai conosciuto come il «vertice della Caffettiera». Una decisione improvvisa secondo alcuni, largamente prevedibile per altri, ma che pare sia stata accelerata da una telefonata ricevuta da Fini da parte dell'ambasciata di Londra. Una telefonata in cui si chiedevano informazioni sullo stato di salute del ministro degli Esteri in vista della sua imminente visita in Inghilterra. Una richiesta che, se vera, avrebbe fatto accelerare la decisione del leader di An di azzerare tutto. Secondo i fedelissimi del leader, però, Fini si sarebbe limitato a prendere una decisione lungamente meditata durante il fine settimana. E così, ieri, è arrivata la scarna nota con cui si annunciava la revoca di tutti gli incarichi fiduciari del partito. Qualcuno, in verità, teme che il vicepremier potrebbe essersi fatto prendere la mano dall'emotività del momento. Ma tutti attendono il 28 luglio data in cui il presidente ha convocato la direzione del partito. Una direzione che, all'ordine del giorno, avrà la discussione sulla partecipazione di An alla Costituente del partito unico del centrodestra e la legge elettorale. Niente organigrammi, quindi, quasi a dire che se ne riparlerà a settembre quando comincerà la lunga discesa verso le politiche del 2006. Una cosa è certa, la decisione di ieri potrebbe avere almeno due effetti a breve termine. Il primo riguarda le due correnti interne al partito fin qui più vicine a Fini: Destra protagonista (La Russa-Gasparri) e Nuova alleanza (Matteoli). Inutile dire che la loro condizione, oggi, è quella di chi è obbligato ad attendere le decisioni di Fini, qualsiasi esse siano. Dall'altro lato, invece, Destra sociale (Alemanno - Storace) e tutti gli altri singoli esponenti del partito che hanno sottoscritto la mozione sui «valori della destra» votata dall'assemblea di inizio mese, che possono a buon diritto vantare una sorta di «lealtà nella diversità» puntando a candidarsi come la corrente più fedele. Questa situazione potrebbe portare, proprio in occasione della direzione del 28 luglio, alla nascita (da molti auspicata) di una maggioranza e di una minoranza interna al partito. Ma ormai nessuna cosa è più certa. Forse anche di questo parleranno proprio Alemanno e Storace, con il probabile supporto di Alfredo Mantovano e Teodoro Buontempo, protagonisti, nel prossimo week-end, del tradizionale convegno organizzato ad Orvieto dalla rivista Area. Ma la soluzione di una maggioranza e di una minoranza che si confrontino attraverso strumenti democratici sembra essere auspicata anche da chi non è più disposto a transigere su un punto: occorre porre fine al solitario decisionismo finiano. Proprio questi ultimi guardano con preoccupazione all'azzeramento effettuato da Fini. Se infatti, il leader dovesse limitarsi a sostituire i vertici con persone di sua fiducia la rivoluzione tanto annunciata rimarrebbe ancora una volta sulla carta. Insomma per la maggioranza del partito la Direzione nazionale dovrà discutere e votare su tutto quello che c'è da decidere, compresa la formazione della nuova dirigenza appena commissariata. Vale però forse la pena di segnalare che l'organismo in questione è composto per statuto da circa cento membri, tutti designati dallo stesso Fini. E che, a parte La Russa (in quanto capogruppo alla Camera), nessuno dei colonnelli di An ha diritto di partecipare alle sue riunioni.

 


LA PRECISAZIONE INFINITA
Quei tre al bar non parlavano della ministra
 

Il Tempo 21/07/2005


Nonostante le continue allusioni e il sospetto perfino scritto ogni giorno su un quotidiano diverso inventando frasi virgolettate, nella oramai famosa conversazione fra Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri e Altero Matteoli al bar la Caffettiera non si è parlato di lei, di Stefania Prestigiacomo.

Almeno non davanti ai cronisti de Il Tempo che hanno ascoltato e riferito integralmente una conversazione dai caratteri più tipicamente politici e che aveva per oggetto il solo presidente di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini. Sperando con questo di spegnere ogni tipo di pettegolezzo...

 


Dentro Alleanza Nazionale c'è già chi fa i conti per la prossima legislatura.
Scoprendo che i posti si sono drasticamente ridotti
Dopo l'epurazione la lotteria dei collegi
Fini potrebbe far «saltare» nel 2006 parlamentari legati a La Russa e Gasparri. A vantaggio dei suoi uomini
 

Il Tempo 21/07/2005


«COLLEGI sicuri? Gli unici sono quelli delle Orsoline...».

La battuta, pronunciata da un deputato di An ieri in Transatlantico a Montecitorio, fotografa bene lo stato d'animo in cui sono precipitati buona parte dei parlamentari di Alleanza Nazionale dopo il «ripulisti» imposto da Fini al partito. Perché se i criteri nella scelta dei candidati per le prossime elezioni saranno quelli che hanno guidato la mano del leader nel ridisegnare l'organigramma del partito sono in molti a dover iniziare a fare un pensierino al fatto di trovarsi qualcosa di nuovo da fare a partire dalla prossima legislatura. Specialmente quei parlamentari di seconda e terza linea, che gravitano nell'orbita di Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri, e che potrebbero essere «sacrificati» per far spazio agli uomini del presidente. E visto che alla Camera la maggioranza dei deputati appartiene a Destra Protagonista sono in molti a essere preoccupati. Potrebbe andare meglio per tutti quelli che invece sono vicini ad Altero Matteoli, perché la corrente di Nuova Alleanza è stata creata dallo stesso Fini per creare una sorta di cuscinetto tra Destra Protagonista e Destra Sociale e quindi quelli che ne fanno parte sono in buona parte legati anche al presidente. Ma che già più d'uno cominci a pensare al futuro e a cercare nuove alleanze si nota da come, fin da ieri si muovevano gli esponenti di An in Transatlantico. Daniela Santanché, ad esempio, è stata vista in un colloquio fitto con Andrea Ronchi, il nuovo portavoce di An, fedelissimo di Fini. La deputata milanese è stata voluta fortemente da Ignazio La Russa alle ultime elezioni e ora potrebbe avere qualche problema ad essere riconfermata. E per rimanere in Lombardia, regione dove le truppe di «Ignazio» sono fortissime, potrebbero essere costretti a pagare dazio Pierfrancesco Gamba, attuale coordinatore della provincia di Milano e Stefano Saglia, coordinatore provinciale di Brescia. Qualche problema potrebbe esserci anche nel Lazio, dove invece è più forte la presenza di Maurizio Gasparri ma dove è fortissima la presenza della Destra Sociale di Storace. Difficile credere che l'ex Governatore del Lazio non approfitti della situazione che si è creata per «rosicchiare» qualche altro collegio ai rivali di corrente. Più difficile che ci siano «ribaltoni» in Sicilia, regione anche questa saldamente in mano a Ignazio La Russa e dove probabilmente Fini potrebbe avere problemi a imporre esponenti legati a lui. Ma tante possibili «epurazioni» per fare posto a chi? Alcuni nomi già circolano e c'è chi è pronto a scommettere che saranno loro a soffiare qualche buon collegio. Il primo è il «signor Marco Martinelli» nominato da Gianfranco Fini responsabile dell'organizzazione del partito di via della Scrofa. Poi potrebbe essere la volta di Salvatore Sottile, da sempre capo dell'ufficio stampa di Gianfranco Fini. E infine potrebbe avere ottime chance anche Silvano Moffa, neo responsabile per il programma elettorale di Alleanza Nazionale. Già presidente della provincia di Roma, battuto nel 2003 da Enrico Gasbarra, in molti pensavano che, essendo tra quelli vicini al presidente, sarebbe stato candidato alle elezioni europee. Invece ha «saltato il giro» ma alla fine è stato nominato sottosegretario ai trasporti. E stavolta potrebbe tentare il gran salto.

 


Fini spedisce Martinelli in Veneto. Poi seguiranno altri controlli sul territorio
An, parte la prima ispezione
Destra protagonista e Destra sociale si preparano a dare battaglia
 

Il Tempo 27/07/2005

LA PRIMA ispezione è già partita. In silenzio, senza fare troppo rumore, Fini ha compiuto il secondo atto per riappropriarsi di An e fare il check up alla sua formazione politica, la cui gestione era stata di fatto delegata alle correnti.

Dopo aver azzerati i vertici e nominato nuovi coordinatori regionali, Fini ha spedito il nuovo responsabile organizzazione Marco Martinelli a fare un giro nella Penisola a verificare lo stato di salute. Non è stato diffuso nessun comunicato, nessuna nota, non è stata fatta filtrare nessuna informazione. Non è un caso. Martinelli è un uomo che non parla mai. Silenzioso e laborioso, vive sott'acqua. È uno dei quattro davvero intimi del presidente di An (gli altri sono il capo segreteria politica Donato Lamorte, la segretaria Rita Marino e il portavoce del partito Andrea Ronchi). Il nuovo responsabile dell'organizzazione, dunque, è partito alla volta del Veneto dove ha incontrato i segretari provinciali e il coordinatore regionale, Alberto Giorgetti, di Nuova alleanza. Martinelli ha ascoltato tutti e ha chiesto informazioni. Punto. Nessun giudizio. Il Veneto, tra l'altro, a parte qualche bega locale, per An non desta particolari preoccupazioni. Seguiranno altre ispezioni. Anche perché l'aria di maggior crisi al momento è la Lombardia. Feudo di Ignazio La Russa (Destra protagonista) che ha in mano la stragrande maggioranza del partito, Milano è stata assegnata a Cristiana Muscardini, eurodeputata di Nuova alleanza e molto in sintonia con Fini. Questa scelta - quella di rimuove il fedelissimo del capogruppo alla Camera, Massimo Corsaro per premiare la Muscardini - è stata definita da qualcuno come «un calcio in bocca a La Russa». In Lombardia c'è tensione, tanto che i larussiani si sono incontrati qualche sera fa per decidere che fare. Si attendono le prime mosse del nuovo coordinatore regionale, ma non è difficile prevedere che presto si alzeranno le barricate. E siamo solo all'inizio. Fini appare intenzionato ad andare fino in fondo. Stamattina vedrà i coordinatori regionali tutti assieme a Roma e detterà le prime linee per il futuro del partito. Spiegherà come bisogna attrezzarsi in vista delle elezioni politiche. Domani, invece, affronterà la direzione nazionale del suo partito. E sarà battaglia. Perché due delle correnti interne ad An sembrano avvicinarsi sempre di più. Destra protagonista (che oltre a La Russa ha anche come leader Maurizio Gasparri) è sempre più in linea con Destra sociale, la componente di Gianni Alemanno e Francesco Storace. I quattro capi si sono incontrati anche ieri. E appaiono d'accordo su un punto in particolare. Fini dice che non sono state rispettate le regole interne? Bene, allora rispettiamole fino in fondo. Fini dice che agisce in nome dello statuto? Bene, allora applichiamolo tutto 'sto statuto. Tanto per fare un esempio, significa che statuto alla mano, il congresso nazionale del partito deve essere convocato ogni tre anni. L'ultima volta s'è riunito nell'aprile del 2002 e Fini ha detto che dovrà tenersi nell'autunno del 2006: dunque, fuori tempo massimo. In altre parole le due componenti sono pronte a sparare anche sul capo se il capo procederà a nuove «aggressioni». Sono pronte a mordere se colpite. In Transatlantico ieri sono stati fatti circolare numeri per spaventare i finiani. Numeri secondo i quali Fini potrebbe andare in minoranza se messo ai voti. Cifre che in realtà non dicono nulla se non si conosce se e su che cosa si andrà al voto interno. Per esempio, il quadro cambierebbe se si votasse sic et simpliciter sul presidente di An. È difficile che contro il leader della destra possa votare un'ampia fetta di Destra protagonista, la corrente storicamente più finiana. Della quale per esempio fa parte Roberto Menia, appena nominato coordinatore regionale in Friuli e responsabile delle relazioni esterne del partito. Fuori da questi giochi resta Altero Matteoli. Era stato nominato responsabile dell'organizzazione, ma dopo la chiacchierata della Caffettiera la sua nomina è stata cancellata. Fini ha piazzato al suo posto Martinelli, di sua assoluta fiducia.

 


Dopo il caso della Caffettiera i vertici si sono riuniti lontano da occhi indiscreti e microfoni
I colonnelli «blindati» nella stanza 123
 

Il Tempo 29/07/2005

NIENTE chiacchierate al bar. È definitivamente tramontata l'era delle riunioni politiche attorno al tavoli e un aperitivo.

Il caso di Gasparri, La Russa e Matteoli beccati a sparlare del capo ha determinato la fine di una piccola tradizione all'interno della destra. Eppure, appena venticinque giorni fa i colonnelli avevano celebrato il tavolino come un piccolo Parlamento. Ieri invece è arrivata la svolta. I colonnelli di An hanno prenotato una stanza al primo piano del Jolly Hotel Vittorio Veneto, nei cui sotterranei si è svolta la direzione nazionale del partito. E lì, al riparo da orecchie indiscrete, si sono riuniti per decidere il da farsi. La stanza, la 123 (tanto da far parlare di «patto della 123»), è stata anche sorvegliata dagli staff di Gasparri, La Russa, Alemanno e Storace per evitare che i giornalisti potessero avicinarsi. Un muro umano ha tenuto a distanza anche simpatizzanti e militanti in modo da scoraggiare anche possibili intruders. E sulla maniglia è stato appeso un eloquente cartellino: do not disturb. Dopo la riunione i quattro, a cui si sono aggiunti anche Italo Bocchino e Carmelo Briguglio, sono andati a pranzo nel ristorante dello stesso albergo. Ad una sola condizione però: non si parla di politica. E così, solo battute scherzose che hanno però risparmiato un politico in particolare: Gianfranco Fini. Ma perché tanta precauzione? Non era stato così quel famoso 14 luglio quando, abbandonando il convegno sul partito unico in corso a palazzo Wedekind, La Russa, Gasparri e Matteoli si erano diretti verso la Caffettiera per prendere un caffè. Un'occasione conviviale che si era presto trasformata in una vera e propria riunione politica. Fuori dall'ingresso del locale guardie del corpo e assistenti. Dentro solo i tre, seduti ad un tavolino, nella sala laterale del bar. Perché ricorrere a inutili precauzioni? Chi l'avrebbe mai immaginato che quella conversazione, pronunciata in una stanza semideserta, sarebbe finita, il giorno dopo, sulle pagine del Tempo dando il via ad una serie di clamorose decisioni? In molti l'hanno definita una imperdonabile leggerezza e forse, col senno di poi, anche i tre convitati si saranno pentiti di quella mancanza di precauzioni. Così, ieri, nessuna sorpresa. I colonnelli hanno scelto la strada più sicura, quella che portava alla stanza 123 del Jolly Hotel Vittorio Veneto. Niente giornalisti, niente microfoni, niente di niente. Solo loro, faccia a faccia per discutere sulla strategia da adottare. E chissà se, tra quella quattro mura, Ignazio La Russa avrà parlato ancora di quel leader «malato» che non poteva permettersi di affrontare le elezioni. Chissà se Altero Matteoli avrà incalzato i colleghi invitandoli ad andare da Fini per dirgli: «Gianfranco, svegliati!». E chissà cosa avranno detto Alemanno, Storace e Gasparri? Questa volta, purtroppo, non si saprà. Questa volta la stanza 123 è rimasta off limits.

 


BLITZ «COPERTO» A LA CAFFETTIERA
Alemanno sul luogo del delitto. Ma con scorta
 

Il Tempo 04/08/2005

Gianni Alemanno sul «luogo del delitto». A quasi un mese dalla chiacchierata che ha cambiato l'organigramma di An, il ministro ieri era alla Caffettiera.

Ma, memore dell'errore commesso dai compagni di partito (La Russa, Matteoli e Gasparri), ha blindato il locale con le guardie del corpo. Il ministro si è appartato in una saletta riservata mentre, sulla soglia, un «uomo in nero» impediva a chiunque di avvicinarsi. All'uscita il ministro non ha voluto sbottonarsi: circondato dal suo staff, si è diretto verso Palazzo Chigi non rispondendo ai giornalisti che lo rincorrevano.

 


Fini sancisce la fine delle correnti, La Russa le riesuma
NESSUNA grossa sorpresa nei nomi di coloro che Gianfranco Fini ha chiamato ieri a far parte dell'esecutivo politico nazionale di An.
 

Il Tempo 04/09/2005

I 25 membri sono nè più nè meno gli stessi che sono alla guida del partito e in linea con le ultime decisioni del capo. Una scelta assolutamente «istituzionale» in continuità con le decisioni che il leader di An ha preso negli ultimi mesi, primo fra tutti l'azzeramento dei vertici del partito, e che mirano ad azzerare il sistema delle correnti all'interno del partito. Così del nuovo esecutivo che si riunirà, per la prima volta, il prossimo 7 settembre, fanno parte: Donato Lamorte, capo della segreteria politica, il responsabile del dipartimento organizzazione Marco Martinelli, il portavoce Andrea Ronchi, Giovanni Collino, responsabile dipartimento enti locali, Silvano Moffa (ufficio programma) e Roberto Menia responsabile del dipartimento propaganda: tutti di stretta osservanza finiana, i suoi nuovi fedelissimi. E poi, i ministri Gianni Alemanno, Mario Landolfi, Altero Matteoli, Francesco Storace, Mirko Tremaglia; i viceministri Mario Baldassarri, Ugo Martinat e Adolfo Urso. I sottosegretari Alfredo Mantovano, Learco Saporito, Giuseppe Valentino, Pasquale Viespoli oltre ai deputati Maurizio Gasparri, Alberto Giorgetti, Antonio Mazzocchi, Vincenzo Nespoli ed il senatore Riccardo Pedrizzi; gli eurodeputati Cristiana Muscardini e Adriana Poli Bortone. Ad essi si aggiungono coloro che partecipano di diritto: il coordinatore della assemblea nazionale Domenico Fisichella, i capigruppo al parlamento europeo, alla Camera e al Senato, Roberta Angelilli, Ignazio La Russa, Domenico Nania, il segretario amministrativo Francesco Pontone e il la leader di Azione Giovani Giorgia Meloni. Bocciati, almeno per il momento, alcuni giovani promettenti che erano stati promossi da Fini nell'ultima tornata di nomine: Carmelo Briguglio e Italo Bocchino. Per ovviare a questa mancanza il capogruppo Ignazio La Russa ha invitato Fini «a valutare l'opportunità di allargare la squadra dell'esecutivo del partito» proprio a loro due, oltre che al senatore Oreste Tofani che è sempre stato il responsabile spettacolo del partito. Propio per sottolineare l'importanza della presenza dei due giovani, e forse per cercare di riesumare il sistema della correnti, il capogruppo alla Camera ha nominato Briguglio (Destra Sociale) e Bocchino (Destra Protagonista) suoi vice.

 


Il leader si confessa in una cena A Frattini: «Andrò sino in fondo»
 

23/07/2005 di FOSCA BINCHER

Gli inviti erano partiti quasi un mese fa, e chi si immaginava la bufera? Così quando mercoledì sera alla spicciolata uno dopo l'altro gli invitati sono arrivati a cena in una delle abitazioni private più importanti di Roma, l'imbarazzo era evidente.

Perché in quella casa a due passi da piazza di Spagna, nel salotto più ambito della capitale, per salutarsi prima delle meritate vacanze sono arrivati manager, giornalisti, uomini politici e loro signore. Fra loro un protagonista del momento: il ministro degli Esteri e soprattutto presidente di An, Gianfranco Fini. Accolto con tutti gli onori. Come altri due ospiti inevitabilmente sotto i riflettori del momento: il ministro Stefania Prestigiacomo, protetta da ogni tipo di curiosità dalle guardie del corpo fino all'ingresso della casa privata. E l'ex ministro Maurizio Gasparri, uno dei tre protagonisti (quello più all'acqua di rose) del celebre colloquio alla Caffettiera di piazza di Pietra con Ignazio La Russa e Altero Matteoli che tanto rancore ha provocato al leader di An. Colloquio che naturalmente ha tenuto banco in ogni tavolo di quella cena, come acccade da una decina di giorni in ogni serata importante della capitale. Rendendo chiaro a tutti che ferite e imbarazzi sono ancora più che vivi in tutti i protagonisti. L'ha ben capito l'ex ministro degli Esteri e attuale commissario europeo, Franco Frattini. Che prima di sedersi a tavola ha avvicinato Fini sussurrando un generico «Come va ora?», per sentirsi rispondere secco: «Ah, siamo solo all'inizio. Ho intenzione davvero di andare sino in fondo». E il riferimento era al repulisti in An che già ha decapitato i vertici delle correnti a livello nazionale e in alcune regioni. La fase due della bufera riguarderà, secondo le prime indiscrezioni raccolte anche durante la serata, le strutture del partito a livello locale: federazioni, organizzazioni nelle grandi città, comitati direttivi. Piccolo incidente «diplomatico» durante la serata, visto che allo stesso tavolo erano originariamente destinati sia Gasparri che la Prestigiacomo. Il posto dell'ex ministro delle Comunicazioni è stato preso dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Paolo Bonaiuti, e ogni imbarazzo è stato evitato. La ministra, che a lungo era rimasta seduta su un divano con due amiche, ha potuto finalmente prendere posto a tavola. Ma un'altra domanda agitava i presenti: quale sarà, ora, la contromossa dei colonnelli? Cercheranno di ricucire lo strappo o risponderanno al fuoco nemico? Secondo le prime indiscrezioni i leader di Destra Sociale (Alemanno e Storace) e Destra Protagonista (La Russa e Gapsarri), starebbero lavorando, se non proprio ad un documento unico di indirizzo politico, almeno a due testi simili da far convergere durante la direzione nazionale del 28 luglio. Nei documenti si porrebbero alla riflessione della direzione una serie di temi ritenuti centrali per decidere come posizionare il partito. Sono le questioni cruciali all'ordine del giorno nella Cdl, come il partito unico e la riforma della legge elettorale, sui quali Gianfranco Fini non ha ancora preso una posizione ufficiale, ma non solo. Il partito verrebbe sollecitato anche ad una nuova riflessione sull'identità rispetto a temi più generali come la sicurezza, la droga e l'economia. L'obiettivo dei colonnelli sarebbe quello di aprire un dibattito interno più ampio. Anche se c'è chi vede in questo lavoro comune un modo per ricucire con Fini e dare un contributo alla crescita del partito. Un tentativo per abbassare i toni ed evitare nuovi traumi. Un'ipotesi che sembrerebbe confermata anche dalla decisione di Ignazio La Russa di non partecipare, per evitare fraintendimenti, alla convention organizzata oggi e domani ad Orvieto da Destra Sociale. Basterà tutto questo a fermare «l'ira funesta» di Fini?
 


IL DIBATTITO SUL WEB

La base d'accordo «Occorre cambiare»
 

Il Tempo 20/07/2005

«ERA ora». Il popolo di An si schiera con Gianfranco Fini e attraverso il forum aperto sul sito del partito appoggia le scelte del leader dopo la crisi che si è aperta all'indomani del colloquio riservato tra Altero Matteoli, Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri che abbiamo pubblicato sul nostro giornale.

«Era ora» è proprio il titolo del link aperto da «Ary76», secondo il quale «la classe dirigente di An va modificata. Matteoli se aveva una ricetta per far uscire dalla crisi poteva dirla all'Assemblea nazionale, perchè quella era la sede giusta. Non il bar dello Sport. Dò atto ad Alemanno di aver detto le cose quando doveva, condivisibili o meno. Analogo discorso per Storace. Ora pensiamo a prendere in mano le redini del partito unico, con una classe dirigente finalmente rinnovata». E «Gianfry» parla dei «3 marmittoni al bar Sport» aggiungendo: «appoggio totalmente la decisione di Fini di mandare tutti a casa». «Fiammazzurra» elenca i meriti avuti da Fini nell'evoluzione della destra, anche se invita a non «perdere di vista i valori fondamentali su cui si basa lo stesso partito». E il «Capo dei Vigili» aggiunge: «Io sto con Fini. Sicuramente non con La Russa, uno che va in Tv pensando di cavarsela ridendo e facendo battute». Anche i meno entusiasti nei confronti del leader di via della Scrofa in questa circostanza scelgono di stare dalla sua parte, pur non nascondendo una vena di scetticismo e malinconia. «Fini — scrive Adrian — non mi piace da quando è al governo. Ma quanto sucesso ultimamente ad opera dei tre dissidenti è inconcepibile e sbagliato». «Il giorno del bucato era quello dell'assemblea nazionale e non in assenza del capo. Le critiche fatte in pubblico al bar inzuppando il cornetto nel cappuccino fanno dell'agguato un rifacimento tragicomico via di mezzo tra la parodia fantozziana e le Idi di marzo. Quoque tu, La Russa? Fantozzi, Filini e Calboni che vogliono fare le scarpe ad un Cesare che assolutamente non c'è e forse non c'è mai stato».

 


I tre esponenti confermano la strada della totale adesione alle scelte del leader
I colonnelli annuiscono: «Obbediamo»
Matteoli: «Condivido tutto». La Russa: «Mi atterrò alle sue scelte»
 

Il Tempo 19/07/2005

IL MINISTRO Gianni Alemanno ieri ha preso con Fini l'aereo per Bruxelles

Hanno parlato di tante cose ma poco a quanto pare della situazione dentro al partito. Il ministro per le politiche agricole infatti preferisce non commentare la decisione del presidente di An Gianfranco Fini di revocare gli incarichi del partito e rinvia alle scelte che verranno fatte nelle prossime settimane. Alemanno ha poi riferito di essere stato informato ieri mattina da Fini «del comunicato che stava per fare». «La questione era comunque nell'aria, ma su questo non ho commenti particolari da fare. Vedremo nelle prossime settimane le scelte concrete, sia in sede politica sia in sede organizzativa che deriveranno da questa scelta. Siamo nell'ambito di decisioni che sono nei poteri statutari del presidente del partito», dice, ma la situazione preoccupa anche lui.. Alemanno e Fini hanno viaggiato insieme ieri mattina presto per recarsi a Bruxelles, il primo per andare al Cagre (Consiglio affari generali e relazioni esterne), mentre Alemanno per partecipare al Consiglio Agricoltura della Ue. Per Alemanno in ogni caso Fini sta facendo qualcosa che rientra nei suoi poteri di leader del partito. I colonnelli, dopo la bufera, quindi si adeguano alle decisioni prese dal «generale» che ha azzerato tutte le cariche del partito. «Quello che ho detto ieri lo confermo oggi: qualunque decisione Fini prenda io la condivido e non ho altro da aggiungere», conferma anche il ministro Altero Matteoli per far sentire che il suo patto di amicizia con Fini rimane. Mentre Maurizio Gasparri ha preferito non commentare la decisione. «La decisione di Fini è legittima, in linea con quanto stabilito dall'assemblea nazionale», afferma anche Riccardo Migliori, reggente di Altero Matteoli alla guida di An toscana. In giornata Migliori ha parlato al telefono con Matteoli «era sereno e tranquillo», spiega il reggente toscano. Per Migliori, che si definisce «sereno», «Fini espleta il mandato ricevuto, nell'ottica della riorganizzazione di An, per il rilancio del partito». «In Toscana - ha concluso Migliori - An è in buona salute e pronta ad affrontare la prossima contesa nazionale». Ignazio la Russa, fino ad ieri presidente vicario di Alleanza Nazionale, ora tornato «soldato semplice», ribadisce la sua posizione: «...che è quella già espressa nella lettera al presidente Fini: assoluta fiducia nelle sue decisioni». Ieri la Russa era a Milano per un vertice coi segretari cittadini della Casa delle Libertà convocato per discutere la vendita di una quota di Sea. «Fini - ha proseguito La Russa - ha semplicemente preso una decisione che peraltro noi avevamo demandato a lui. Di queste questioni comunque mi occuperò esclusivamente nelle sedi di partito». Insomma, i colonnelli obbediscono, che cosa riserverà il futuro, si vedrà.

 


Il segretario domani aprirà alle richieste del partito ma detterà la sua linea:
adesione al soggetto unitario del premier
Fini si prepara alla resa dei conti finale
Vertice a pranzo La Russa-Gasparri-Alemanno-Storace. Si lavora per ritirare le tre mozioni
 

Il Tempo 01/07/2005 di FABRIZIO DELL'OREFICE

 Si lavora sul lodo Fisichella.

All'interno di Alleanza Nazionale la giornata di ieri è stata contrassegnata da un giro di incontri tra tutti i massimi esponenti del partito. A pranzo si sono ritrovati attorno allo stesso tavolo i due leader di Destra sociale, Gianni Alemanno e Francesco Storace, e i due leader di Destra protagonista, Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa. Più tardi l'ex ministro delle Comunicazioni ha visto il capo di Nuova alleanza, Altero Matteoli. E ancora, il titolare delle Politiche agricole è andato a Napoli per presiedere il convegno sul recupero dei valori organizzato dalla sua fondazione, «Nuova Italia», assieme a capi di «Scienza e Vita», il comitato che si è battuto per l'astensione al referendum sulla fecondazione assistita (per il quale invece il presidente Fini ha votato). Un turbinio di faccia a faccia con un solo, unico proposito. Arrivare al ritiro delle tre mozioni (una per ogni corrente) che saranno discusse all'assemblea nazionale di An, che si terrà domani e dopodomani. E arrivare a un solo voto sulla relazione di Fini. Una soluzione, questa, prospettava proprio dal presidente dell'assemblea nazionale del partito, Domenico Fisichella, in un'intervista al Tempo. Una soluzione che è già stata definita, appunto, lodo Fisichella. E che si stia operando proprio in questa direzione lo si intuisce dalle parole rassicuranti profferite negli ultimi giorni da Alemanno, colui che è alla guida di quell'area interna che di fatto si può definire una minoranza e che all'assemblea potrebbe decidere di astenersi sulla relazione di Fini. Così non vi aderirebbe, ma non direbbe neanche «no», un «no» che significherebbe costituire un'opposizione interna (cosa assai diversa dall'essere minoranza). Ma il quadro non ha contorni nitidi. Le correnti, per la prima volta, lavorano per trovare un accordo e tutte assieme condizionare il capo (discorso che vale almeno per Destra sociale e Destra protagonista). Ma le correnti appaiono divise anche al loro interno, parcellizzate da obiettivi diversi. Alemanno, per esempio, vuole andare fino in fondo sullo scontro con Fini, mentre Storace media. La Russa fa il finiano doc e Gasparri non è molto d'accordo. Matteoli fa a gara con La Russa a chi è più vicino al presidente, Urso invece qualcosa da dire ce l'avrebbe. E così, la parte del leone finiranno per farla gli outsider. Resta da capire se in assemblea vi sarà un voto segreto. Sarebbe un ulteriore affronto a Fini, visto che non è mai stato impiegato in precedenza. A scongiurarlo dovrebbero concorrere soprattutto le difficoltà pratiche per la sua realizzazione. E poi voto segreto su che cosa? Fini nella sua relazione offrirà un'apertura al partito, facendo proprie alcune delle richieste. Come il recupero dei valori. E l'identità del partito. Ma detterà chiara la linea della destra, che sarà quella di un'adesione al soggetto unitario di Berlusconi, se e quando si realizzerà. Farà piccole concessioni a tutte le componenti interne, anche perché il presidente di An non ha alcuna intenzione di diventare l'unico leader del centrodestra che non controlla in toto la sua formazione politica.

 


«Singole frasi estrapolate dal contesto»
 

Il Tempo 16/07/2005

Egregio direttore, singole frasi estrapolate da un contesto più generale possono risultare offensive.

Ed è ciò che è capitato con l'articolo pubblicato ieri dal Tempo, relativo a una nostra conversazione. Eppure l'intento del colloquio era proprio quello di individuare il miglior modo possibile per sostenere l'azione di Gianfranco Fini nella fase di rilancio di AN, decisa dopo un'assemblea nazionale caratterizzata da toni molto sinceri che hanno preceduto un epilogo unitario. Il ragionamento complessivo era dunque esattamente opposto rispetto a quello che è apparso dal tenore dell'articolo, raccolto in maniera quanto meno impropria e perciò stesso soggetto ad inevitabili errori, inversioni di concetti ed omissioni. In sintesi, la preghiamo di voler registrare che l'articolo non rispecchia né poteva rispecchiare il nostro stato d'animo, né può riportare fedelmente tutte le parole della nostra conversazione, durata almeno mezz'ora, e, ci creda, senza neanche un briciolo di malevolenza. Resta evidente la negatività di affermazioni che, isolate da una conversazione più ampia, possono assumere tutt'altro significato e finiscono per essere immeritatamente offensive nei confronti di Gianfranco Fini. Non era e non è questo il nostro spirito. Per questo motivo abbiamo ritenuto, oltre che a lei, di scrivere anche al Presidente Fini a cui abbiamo comunque chiesto scusa sul piano personale. Ignazio La Russa Maurizio Gasparri Altero Matteoli

 


Confermati 12 coordinatori regionali su 19, ma non quelli di Roma e Milano. Alemanno e Storace restano a guardare
Fini «spaccatutto», An riparte dai suoi uomini
Ieri il nuovo organigramma, al comando un manipolo di fedelissimi per spazzare via le correnti
 

Il Tempo di LUIGI FRASCA 20/07/2005

Un manipolo di fedelissimi. È in sostanza questo l'organigramma con cui Gianfranco Fini ha rimpiazzato una classe dirigente azzerata di colpo dopo un fine settimana di lucida riflessione.

Una lucida riflessione che ha poi portato a decisioni velocissime. Lunedì l'azzeramento dei vertici, ieri il nuovo organigramma. L'obiettivo del vicepremier è arrivare alla direzione nazionale di fine luglio, ma anche all'Assemblea nazionale di ottobre e alle elezioni politiche della primavera del 2006 con in mano le redini del partito. In modo da far mancare alle tanto vituperate correnti l'acqua in cui tramare per indebolirlo; e farne quindi un leader sotto tutela per tutti gli ultimi mesi della legislatura. L'indignazione dell'onta subita da Gasparri, La Russa e Matteoli sembra dunque a questo punto il pretesto (o forse più che altro l'imprevedibile causa scatenante) per un processo di bonifica del partito che consenta a Fini di forzare i tempi del percorso verso il partito unico dei moderati e verso un suo più plausibile ruolo di futuro premier in quell'ambito. In questo senso l'operazione rischia tra l'altro di essere molto pericolosa anche per Gianni Alemanno e Francesco Storace. E difatti non a caso i due leader della Destra sociale oscillano fra la solidarietà verso il loro presidente e il timore che il partito stia per essere commissariato d'imperio. In questo senso va tra l'altro sottolineato come circoli da qualche giorno l'indiscrezione secondo cui a Storace e Alemanno sarebbe giunto il suggerimento di lavorare per una scissione che copra il fronte destro dell'elettorato (oggi occupato più o meno felicemente da Alessandra Mussolini) nel momento stesso in cui Fini traghetta il grosso del partito dentro il nuovo soggetto unitario del centrodestra. Questa ricostruzione di una recente riunione dei vertici di An compare sul sito dell'ex presidente della Regione Lazio. E ovviamente potrebbe benissimo essere un modo per attribuire al leader la machiavellica ideazione di un progetto tattico che in realtà è tutto nella mente di chi lo denuncia. Nel corso di tutta la giornata si sono susseguite diverse riunioni per fare il punto sul nuovo quadro. Nel pomeriggio, prima di partire per Palermo e partecipare alla manifestazione in memoria di Paolo Borsellino, a quanto si apprende il ministro Gianni Alemanno avrebbe ospitato nel suo studio Ignazio La Russa e Italo Bocchino. Secondo le stesse fonti, durante la riunione sarebbe stato manifestato sconcerto, in particolare per due delle decisioni assunte da Fini. In Lombardia, avrebbe lamentato La Russa, ha dell'incredibile nominare Cristina Muscardini dopo il suo mezzo flop alle ultime europee: da capogruppo uscente al Parlamento europeo, ha ottenuto appena 20mila voti. Cifra assai lontana dagli 80mila voti raggranellati dal fratello di Ignazio La Russa, Romano. Anche Alemanno, secondo le stesse fonti, si sarebbe dispiaciuto della rimozione di Alfredo Mantovano dalla guida del partito pugliese in favore di Adriana Poli Bortone. Alcuni osservatori sospettano che dietro questa scelta vi sia uno strascico polemico tra il vice premier e il cattolicissimo ex magistrato dopo le polemiche per il referendum sulla procreazione assistita. Bocche cucite da parte dei diretti interessati, che smentiscono anche di aver partecipato alla riunione da Alemanno. Ma le traversie di queste ore non hanno fatto loro perdere il gusto della battuta: all'ora di pranzo, appena fuori da Montecitorio, in attesa di essere ripreso dalle telecamere per un commento sulla riforma della giustizia, La Russa ammonisce simpaticamente i presenti: «Mi raccomando, domande solo sulla giustizia, non su An. Noi di Alleanza Nazionale ne parliamo solo al bar...». Qualche minuto dopo è il turno di Gasparri a ironizzare. «Leggo qui - esclama ridendo con il cellulare in mano dove compare una news dell'Ansa - che in Iraq sono stati uccisi tre politici sunniti che stavano collaborando con la stesura della nuova costituzione... Proprio tre... E noi che ci lamentiamo...

 


UNA STORIA ITALIANA, QUELLO CHE MANCA
 

Il Tempo 20/07/2005

QUALCHE minuto prima di lasciare il bar la «Caffettiera» quel giovedì che segnerà la storia della destra italiana il ministro dell'Ambiente, Altero Matteoli, finì in un fiato il suo aperitivo.

Sorridendo guardò Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri e raccontò. «Sapete cosa mi è capitato?». E gli altri, su di giri, «Nooo». Matteoli: «Mi telefona una collega dell'opposizione che conosco da anni e siede nel consiglio di un ente locale. Non mi aveva mai rivolto la parola. Per cui sono sorpreso. Mi racconta la storia di un figlio che era in vacanza in Ecuador e che era stato fermato dalla polizia perché fumava qualche spinello. Arrestato, e non si riusciva a farlo tornare in Italia...». La Russa: «E allora? Che hai fatto». Matteoli: «Ho chiamato il console italiano laggiù. Ho scoperto che c'erano vecchi legami, ci conoscevamo. Si mette in moto e in poche ore ne viene a capo...». Gasparri: «Ce l'hai fatta?». Matteoli: «Eh... poco dopo mi chiama la mamma di quel ragazzo, e mi fa la stessa domanda. Le rispondo: "Sì, per quello spinello tutto a posto. Lo liberano. Quel che fa problema però sono quei dieci chili di cocaina..."». Risate generali. Aperitivo finito, tutti a pranzo separati. La Russa con Gasparri, Matteoli con il sottosegretario all'Ambiente Roberto Tortoli, che da qualche minuto era in attesa in piazza di Pietra. Fine della storia. Questo è quello che non avete letto venerdì scorso su Il Tempo. Tutto il resto è stato scritto ed è noto. Una storiella più o meno divertente, ma di scarso interesse giornalistico. Perciò è stata omessa. Ma visto che mezzo mondo politico è convinto dell'esistenza di parti inconfessabili di quel colloquio a tre alla «Caffettiera» di Roma, li accontentiamo: ora abbiamo vuotato il sacco. Da venerdì ad oggi ho risposto a decine di telefonate. Colleghi giornalisti, uomini politici, perfino ministri. Tutti convinti che tenessimo in serbo una seconda parte di quel colloquio, ancora più devastante, fin osè. Perfino Roberto D'Agostino, un maestro del gossip, essendo serio e scrupoloso, mi ha telefonato leggendomi il testo, fra virgolette, di quel che non avevamo pubblicato. Falso, del tutto falso. E corredato di un'altra falsità: quella di una presunta telefonata fra il direttore de Il Tempo e Gianfranco Fini in cui sarebbe stato rivelato il contenuto "riservato" di quella chiacchierata al bar. Tutto inventato. Da giorni. Parti censurate in cui si sarebbe parlato male di Francesco Storace e Gianni Alemanno. Battute da osteria su Stefania Prestigiacomo. Inesistenti. Come ogni giornale che si rispetti, raccontiamo la realtà anche quando è scomoda. Non nascondiamo, non è il nostro mestiere. Non usiamo le notizie se non al servizio dei nostri lettori, che sono i nostri primi giudici. Se la realtà come appare non è vera, proviamo a sollevarne i veli. Questo è accaduto alla «Caffettiera». Null'altro. Non noi, ma tanti insospettabili in questi giorni hanno vissuto quello che stava accadendo guardando la realtà solo dal buco della serratura, e scatenando la più fervida delle fantasie. Come se il racconto fatto, che tante conseguenze già aveva avuto, non fosse in grado di spiegarle. Abbiamo divulgato nella semplicità e nella franchezza di un dialogo al bar quel che era già sussurrato da tutti: la crisi di un partito dove i massimi dirigenti non riconoscevano più il loro leader, e viceversa. Noi siamo convinti di avere fatto il nostro mestiere. Continueremo a farlo. Già oggi. Ci sarà un convegno politico da queste parti. Noi giornalisti de Il Tempo saremo nei bar della zona. Lì le notizie si pescano meglio...

 


«È malato, servono gli schiaffi»
TAVOLINO de «La Caffettiera» a piazza di Pietra, giovedì, ora di pranzo.
 

Il Tempo 18/07/2005

Sono seduti Ignazio La Russa, Altero Matteoli e Maurizio Gasparri, chiacchierano e le loro parole vengono raccolto da Il Tempo, e pubblicate nell'edizione del giorno dopo. Il primo attacca: Gianfranco Fini «è malato non lo vedete che è dimagrito, gli tremano le mani. Non so di che tipo di malattia si tratti, ma o guarisce o sono guai. Non possiamo permetterci di affrontare una campagna elettorale con Fini in queste condizioni». E Matteoli ribatte: «La vera questione è chiedersi chi è Fini oggi. Dobbiamo rispondere a questa domanda. Dobbiamo andare da lui prima di agosto, altrimenti parte per le ferie e scompare. Dobbiamo andare e dirgli: "Gianfranco, svegliati!". Che ne so, se serve, prendiamolo a schiaffi, ma scuotiamolo!». C'è seduto al tavolo anche Maurizio Gasparri che parla solo sul partito unico: «Se anche l'Udc ci sta noi dobbiamo capire cosa fare». Il giorno dopo i tre hanno scritto una lettera a Fini, senza smentire neanche una virgola delle afermazioni fatte. Ma solo sostenendo che andavano contestualizzate. Ma hanno chiesto scusa.


 


Nel nuovo libro Vespa ricostruisce con tutti i retroscena la crisi estiva di An a partire dallo scoop de Il Tempo a «La Caffettiera»
Fini: «Ho fatto bene a sciogliere le correnti»
«Fui amareggiato da La Russa, Matteoli e Gasparri, ma la discussione interna era divenuta patologica»
 

Il Tempo di BRUNO VESPA 30/10/2007

IN OGNI CASO, nel partito il clima era pessimo quando, il 2 luglio, si aprì la direzione nazionale.

30/10/2007, 19:44:21 - Il referendum aveva fatto esplodere una tensione accumulata da tempo. Le elezioni regionali erano andate male anche per Alleanza nazionale, Alemanno si era dimesso da vicepresidente e aveva duramente polemizzato con Fini. Isolato dal referendum, questi rispose per le rime a tutti. Disse che mai An sarebbe diventata un partito cattolico, «anche se deve saper parlare ai cattolici». Accusò i più alti dirigenti «di uno spettacolo che nelle ultime settimane non è parso proprio edificante», definì le correnti «metastasi nel corpo del partito». Sfidò infine i colonnelli: «Sfiduciatemi». Dinanzi alla ribellione generale, l'indomani Fini si scusò: «Le metastasi non sono le correnti e i capicorrente. La metastasi è la degenerazione del meccanismo correntizio di cui io sono il primo responsabile». Fece anche autocritica sulla scarsa consultazione che aveva preceduto la concessione di libertà di coscienza al referendum e, dopo una laboriosissima mediazione sulla frase dell'ordine del giorno relativa alla legge sulla procreazione assistita, il partito si ritrovò in un documento unitario. Ma la tregua durò soltanto dodici giorni. FINI aveva dato incarico a La Russa di organizzare una cena con altri cinque invitati: Gasparri, Alemanno, Storace, Nania e Matteoli, che intanto aveva ripreso il vecchio ruolo di responsabile organizzativo del partito contro il parere delle altre componenti. La cena sarebbe dovuta servire a ristabilire un'unità vera, dopo le ferite - non rimarginate - aperte durante l'assemblea nazionale del partito. Matteoli era il più preoccupato. Vecchio e fedele amico di Fini vedeva che le cose non giravano e voleva mettersi d'accordo con gli altri prima di incontrare il presidente di An, la sera di giovedì 14 luglio. La cena ci fu, e andò bene. Fini chiese ad Alemanno di ritirare le dimissioni dalla vicepresidenza. Disse che avrebbe voluto inserire nell'ufficio di vertice del partito il neoministro Mario Landolfi, escludendovi peraltro i tre vicecoordinatori di La Russa (Italo Bocchino, Carmelo Briguglio, e Giovanni Collino). Fini ignorava, tuttavia, quel che era accaduto all'ora di pranzo di quello stesso giorno. Alcuni dirigenti di An si erano trovati in mattinata nella splendida sede del «Tempo» a palazzo Wedekind, in piazza Colonna, per un seminario sul partito unico del centrodestra. Poiché il suo intervento stava subendo ritardi, Matteoli propose a Gasparri e La Russa di fare due chiacchiere fuori. «Invece di andare alla Camera, mangiamo un panino alla Caffettiera», un bar che si affaccia sulla vicina piazza di Pietra. I tre si parlarono con franchezza. Si discusse delle possibilità di dividere il partito in una maggioranza e in una minoranza, ma è sul presidente che vennero pronunciate le frasi più impegnative. «Fini è malato» disse La Russa. «Non so di che malattia si tratti, ma o guarisce o sono guai... Sul partito unico non possiamo far fare le trattive a Gianfranco. Quelli gli telefonano e lui dice sempre sì...». «La vera questione» intervenne Matteoli «è chiedersi chi è Fini oggi. Dobbiamo andare da lui prima delle ferie d'agosto e dirgli: "Gianfranco, svegliati". Che so, se serve prendiamolo a schiaffi...». Gasparri, al quale non manca la lingua tagliente, fu invece più prudente. Al tavolo accanto sedeva un giovane cronista del «Tempo», Nicola Imberti, il quale aveva peraltro collaborato brevemente - in modo marginale - con il ministero retto da Gasparri, che però non notò la sua presenza. L'indomani il quotidiano diretto da Franco Bechis pubblicò la conversazione parola per parola. L'ufficio stampa di palazzo Chigi trascurò di inserire l'articolo nella rassegna della presidenza del Consiglio, così il mattino di venerdì 15 luglio Paolo Bonaiuti chiamò Fini senza sapere nulla. «Come stai?» gli chiese. «Come vuoi che stia?» rispose l'altro. «Hai visto "Il Tempo"?». L'episodio, in effetti, era gravissimo e il leader di An reagì come avrebbe reagito chiunque: facendo allestire la ghigliottina ...

 


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