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Politica 16 |
Prodi

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«Se fossi l’avvocato di Prodi, gli consiglierei di continuare a mentire»
«La
prova dell’esistenza dell’aldilà, fornita da Prodi,
costituirebbe la più grande notizia del millennio. [...] Anche
questa ipotesi non può essere esclusa; ma è di tale gravità da
mettere in crisi, con la delegittimazione del suo presidente, lo
stesso governo dell’Europa».
(Ugo
Intini, 5 ottobre 1999)
Tutti fanno finta di non vederlo, ma un
gigantesco fantasma da 28 anni aleggia in casa Prodi. In un paese
normale meriterebbe approfondimenti e spiegazioni pubbliche, pena
come minimo l'addio alla vita politica del protagonista, cioè lo
stesso: Romano Prodi. Da noi niente. Andò così in quel lontano 1978:
mentre Aldo Moro era tenuto prigioniero dalle Brigate Rosse nel
periodo più drammatico vissuto dall'Italia nel dopoguerra, Romano
Prodi trentottenne era ancora un semplice professore, ma già
rampante e comunque ben legato ai centri di potere. Così legato che
un bel giorno si permise di andare a Roma e bussare alla porta di un
suo referente, il segretario della Dc, Benigno Zaccagnini. Prodi
pronunciò il nome Gradoli e diede due numeri, 9 e 6. A Gradoli, un
piccolo paesino nel Viterbese, le forzedell'ordine cercarono invano
Moro. Più tardi, fuori tempo massimo, si scoprì che in via Gradoli
96, a Roma, abitavano e transitavano ogni giorno i capi delle Br,
Moretti e la Balzarani, che avevano rapito il presidente della Dc.
In 28 anni Romano Prodi non ha mai voluto
raccontare la verità: chi gli ha sussurrato il nome Gradoli? Dal
1978 dobbiamo accontentarci di una inverosimile ricostruzione:
durante una sorta di seduta spiritica cui partecipò Prodi, le anime
di La Pira e don Sturzo indirizzano il piattino verso le lettere
che compongono la parola Gradoli. In effetti, il giochino del
piattino (come lo definì il Prof.) fu fatto. Domenica pomeriggio del
2 aprile 1978 a Zappolino, sulle colline bolognesi, nell'abitazione
di Alberto Clò (altro professore collega poi diventato ministro con
Prodi) si ritrovarono 17 persone, fra le quali il padrone di casa e
il fratello Carlo, Romano Prodi, Mario Baldassarri (ora viceministro
per l'Economia e le finanze in quota AN), Fabio Gobbo (in futuro a
capo dell'Antitrust) e altri aspiranti vip dell'Emilia bene, con
signore e figli al seguito. Immaginiamo la scena: l’allegra e dotta
combriccola si raduna attorno a un tavolo, mentre fuori piove,
dispone in cerchio alcuni fogliettini con le lettere dell'alfabeto e
poi comincia a domandare a La Pira e don Sturzo: «dov'è Moro?»,
«dov'è Moro?». Il piattino all'inizio vaga sul tavolino, poi per 22
volte punta deciso sulle sette lettere che compongono, in ordine, la
parola Gradoli.
È allora «le possibili soluzioni sono tre -
scriverà il 5 ottobre 1999 Ugo Intini, ora prono alleato di Prodi -
primo: il fatto che Prodi abbia fornito il nome di Gradoli e che
Moro fosse tenuto dalle Br in via Gradoli costituisce semplicemente
un caso fortuito e bizzarro. Secondo il calcolo delle probabilità è
più facile vincere il primo premio della lotteria di Capodanno.
Secondo: gli spiriti dei defunti possono essere richiamati sulla
terra. Anche questo non può essere escluso. La prova dell’esistenza
dell’aldilà, fornita da Prodi, costituirebbe la più grande notizia
del millennio. Terzo: Prodi ha mentito, ha saputo dove Moro era
tenuto prigioniero attraverso fonti e modalità che ha voluto
nascondere. Anche questa ipotesi non può essere esclusa; ma è di
tale gravità da mettere in crisi, con la delegittimazione del suo
presidente, lo stesso governo dell’Europa. Quartum non datur: con
tutta la fantasia e la generosità, non si riesce a immaginare una
quarta ipotesi».
A noi resta una domanda da rivolgere a Intini:
come mai sette anni dopo ha
smesso di ritenere “delegittimato” l’allora presidente UE?
Se ai tempi non poteva presiedere l’Europa, com’è che oggi
può ambire a governare l’Italia?
Nessun giornale di quelli che contano, nessun
programma televisivo, nessuno davvero nessuno, ha mai messo alle
corde Romano Prodi – come sarebbe legittimo e normale in un paese
democratico – ponendogli la più banale delle domande: come sapeva di
via Gradoli? E’ un quesito decisivo a cui Prodi dovrebbe rispondere,
anche in questa campagna elettorale, dimenticandosi per una volta di
spiriti e piattini. Non lo farà, anche perché nessuno glielo
chiederà.
«Sulla questione legata al nome Gradoli,
Prodi ha già esaurientemente risposto in tutte le sedi giudiziarie e
parlamentari in cui è stato convocato» ribatte secco l’ufficio
stampa del Prof. Traducendo in parole povere, si trincera dietro la
deposizione che rese il 10 giugno 1981, di fronte ai membri della
Commissione parlamentare Moro.
A noi comunque piacerebbe assai che Vespa,
Mentana o Floris glielo domandassero oggi in diretta televisiva,
anziché farci addormentare su cunei fiscali ed estimi catastali. Fra
l’altro la vicenda Moro è tornata d’attualità (sempre sotto il
silenzio dei mass media) lo scorso 15 dicembre, quando un nutrito
gruppo di parlamentari della Cdl ha presentato un esposto al
Procuratore della Repubblica di Roma chiedendo di «valutare se le
condizioni del professor Prodi siano penalmente rilevanti e se
dietro il suo atteggiamento non vi sia stata, in passato, e permanga
ancor oggi, la necessità o la scelta di coprire uno o più
responsabili di gravi fatti eversivi contro lo Stato».
Paolo Guzzanti, presidente della commissione
Mitrokhin, è ancora più duro, sostiene infatti che il risultato
preterintenzionale di quella seduta spiritica fu di avvisare le Br
più che aiutare gli inquirenti.
Francesco Cossiga, nel 1978 ministro degli
Interni, ricevette dalla segreteria di Zaccagnini la segnalazione di
Prodi e a sua volta la girò alla polizia. Nei mesi scorsi,
intervistato da Mario Adinolfi, alla domanda "chi
era l’informatore?" ha risposto: «Non lo so. Di certo
qualcuno appartenente all’area dell’eversione tra Autonomia Operaia
e Potere Operaio. Dicono fosse un professore universitario».
Domanda: come andò?
«E’ semplice. Un brigatista rosso, che
chiameremo “la fonte”, indicò all’informatore la parola “Gradoli” o
“via Gradoli”. L’informatore ne parlò ad Andreatta e probabilmente a
Prodi. Tutti insieme decisero di trovare un modo per far uscire
questa informazione senza trovarsi a dover indicare i nomi di fonte
o informatore. E allora misero in scena la seduta spiritica».
Poi ancora: le va di rivolgere a Prodi
un appello per raccontare finalmente la verità su quei fatti del
1978?
E Cossiga: «Se fossi l’avvocato di Prodi,
gli consiglierei di continuare a mentire. L’ha fatto per 27 anni. E
poi non è neanche una menzogna. Magari tra poco diventa premier, si
fa anche una bella legge ad personam e sistema tutto».
Quesito finale: ma perché lei tutto
questo non l’ha mai detto?
«Che domande! Perché nessun giornalista me
l’ha mai chiesto prima».
Secondo il settimanale di sinistra
Avvenimenti, l’informativa ai Prodi boys arrivò addirittura dal
KGB, anche perché l’appartamento di via Gradoli era stato affittato
ai brigatisti rossi da un’amica della figlia di Giorgio Conforto,
agente dei servizi segreti sovietici. Enzo Fragalà di An,
capofirmatario dell’esposto di dicembre contro Prodi, è molto
chiaro: «I giudici devono verificare se il comportamento di
Prodi non abbia agevolato il gravissimo atto terroristico delle Br
ai danni di Moro, impedendo la sua liberazione e l’arresto dei
responsabili. Ho il sospetto che con il paravento della seduta
spiritica, il Professore abbia coperto una fonte dal nome
impronunciabile. Comportamento che avrebbe portato all’arresto di
qualsiasi cittadino, ma non di Prodi. Perché lui l’ha fatta franca?».
L’ha fatta così franca che duecento giorni
dopo la seduta spiritica di Zappolino, nel novembre del 1978, Prodi
fu nominato ministro dell’Industria del governo Andreotti, al posto
del dimissionario Carlo Donat Cattin. Ci fu polemica, violentissima.
In un intervista alla Stampa, Donat Cattin sentenziò: «Prodi
ha dimostrato in più occasioni di non essere all’altezza degli
incarichi ricoperti. I nomi da me proposti non hanno nulla da
invidiare a Prodi, salvo l’apprezzamento dei comunisti».
E più avanti sentenziò: «Lo
ha messo lì la Fiat».
tratto da Censura Rossa 07 aprile 2006 |
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Sacro Romano Impero
Prodi bazzica
la politica dal 1964, eppure i trentenni che il 9 aprile andranno a
votare (ma siamo pronti a scommettere anche i quarantenni e i
cinquantenni) sanno poco o nulla del vero Prodi e del “sacro Romano
impero”. La figura del suo avversario, Silvio Berlusconi, a torto o
a ragione, è stata girata e rigirata come un calzino e ci riferiamo
sì alla magistratura, ma anche e soprattutto al mondo
dell’informazione. Prodi no. Su di lui regna, da sempre, una
ovattata discrezione. Il nostro uomo-qualsiasi convola a nozze a 30
anni con Flavia, una sua allieva: lui assistente universitario alla
facoltà di Scienze politiche, lei studentessa che pende dalle sue
labbra. È scoppiato l'amore. Celebra il matrimonio Camillo Ruini,
che poi prenderà le distanze da Prodi; testimone di nozze è il
Professore vero, cioè Beniamino Andreatta, maestro di Prodi, che ha
continuato a dare sempre del Lei al suo assistente, anche quando
Romano lo ha sorpassato diventando presidente del Consiglio e, a sua
volta, nominandolo ministro.
L'uomo-qualsiasi che diventa economista con una tesi sulle piastrelle di Sassuolo è immerso da 40 anni fino al collo in tutto ciò che fa rima con potere e onorificenze e magari anche soldi, perché poi bisogna pur campare, no? Vent'anni fa era il manager pubblico più pagato d'Italia, con 201 milioni di lire d'imponibile nel 1984. E quando nel 1998 dichiarò: «In Borsa guadagni poco etici», nel frattempo possedeva un portafogli azionario di un miliardo e 219 milioni che col boom dell'epoca di piazza Affari si rivalutò in quasi 3 miliardi. Niente di male, per carità, e del resto non si vive di soli soldi. Anche dall'Ue continuerà a prendere, bontà loro, più di 12mila euro al mese fino al 2007. In realtà lui adora le lodi. In giro per il mondo gli hanno consegnato 16 lauree ad honorem, manco fosse un Vasco Rossi qualsiasi: tre in Italia, dieci in Europa, tre in America, due in Asia e una in Africa; ha pubblicato 20 libri accademici e 5 politici; ha scritto migliaia di articoli per quotidiani e settimanali; nel 1978 (28 anni fa) è stato per la prima volta ministro; dal 1982 al 1988 e dal 1993 al 1994 ha presieduto l'lri (l'Istituto per la Ricostruzione Industriale, uno dei buchi neri del nostro passato); ha fondato nel 1981 Nomisma, società di studi economici e consulenze, per quasi un ventennio suo braccio armato (vedremo più avanti); a un certo punto ha guidato da presidente anche la gloriosa Maserati; con la moglie ha costruito una società, l'Ase (analisi e studi economici), una società senza dipendenti che faceva varie consulenze: nata nel 1990 e messa in liquidazione nel 1997 con un giro d'affari di 6 miliardi di lire; avrebbero voluto farlo sindaco di Bologna, nominarlo presidente della Cassa di Risparmio di Bologna, presidente della Regione Emilia Romagna; corre in bicicletta e a piedi (ma lo hanno accusato recentemente di aver percorso in auto un tratto del percorso di una maratona, offendendo in maniera quasi mortale il suo amor proprio di atleta); è stato advisor della Goldman Sachs, persino presentatore tivù e radiofonico, consigliere comunale, presidente del Consiglio e presidente Ue. Ragazzi, che curriculum. Si diceva del mondo dell'informazione. In Italia un tam tam mediatico senza precedenti che va avanti da più di un decennio ha fatto passare quasi per ufficiale quella che in realtà è una colossale menzogna e cioè che Silvio Berlusconi, grazie soprattutto alle sue tivù, controllerebbe e monopolizzerebbe il mondo dei mass media. Sembra più vero l'opposto. Partiamo dalle case editrici e dai libri con una curiosità: l'ultimo volume di Flavia & Romano Prodi, il già citato Insieme, edito dalla San Paolo, è stato stampato a Cles (Trento) dalla Mondadori del "nemico", così nemico e soprattutto illiberale da produrre in migliaia di copie il libro ruffiano dell’odiato avversario. Sul Berlusca, dal 1994 ad oggi, sono usciti circa 120 libri: una ventina lo riveriscono, almeno un centinaio lo travolgono di sospetti, ingiurie, spesso bugie. Dicono di vivere in un regime, alcuni presunti schiavi ribelli (un esempio: Marco Travaglio) e poi continuano a scrivere tonnellate di contumelie contro il presidente del Consiglio. Vien da chiedersi: ma che razza di regime distratto è se consente tutto ciò? Prodi no, lui non si tocca. Non esistono, in libreria, scritti critici contro il Prof. o comunque si possono contare sulle dita di una mano. Ce n’è però uno, datato 2000, che ha vissuto una storia emblematica. Si intitola Prodeide (sottotitolo: biografia non autorizzata di Romano Prodi) è stato stampato da una casa editrice che non c’è più, Il Fenicottero di Bologna, è l’ha curato Antonio Selvatici, un giornalista pubblicista che si è messo oggi, a 39 anni, a costruire e vendere case. Praticamente non fa più il giornalista «perché mi hanno fatto terra bruciata intorno» dice. In 244 pagine intense e documentate, Selvatici spiega l’altra faccia di Romano Prodi, «uomo per tutte le stagioni»: una vita piena anche di errori, equivoci, sospetti, scandali, scheletri nell’armadio, inchieste giudiziarie. Il fatto curioso è che Selvatici, bolognese, si è laureato con una tesi sullo sviluppo industriale della propria città proprio con il Prof. Prodi. «È stato mio docente - racconta - e da quel punto di vista nulla da dire. Non posso parlar male di lui, sarebbe scorretto. Ma come uomo pubblico e politico...». Prodeide, senon altro per l'Unicità, meriterebbe di essere letto, ma è pressoché introvabile. Vennero stampate mille copie, nulla rispetto a milioni di copie contro Berlusconi: furono subito vendute e nascoste chissà dove. Inizialmente venne anche organizzato un piccolo boicottaggio da parte di alcuni distributori. Fatto sta che è finito in poche mani. Prodi non ha mai chiamato il suo ex allievo e non l'ha neppure querelato. Non era necessario (e fra l'altro, non c'erano elementi diffamatori). Ci ha pensato, a nasconderlo, quel sistema che non a torto viene definito "egemonia culturale della sinistra" e che stritola uomini e teste. Selvatici è stato fatto passare per un giornalista pericoloso, scomodo e piantagrane. Isolato. Emarginato. Mandato a vendere case. Prodi però ha tanti amici giornalisti. Anche quando era davvero un uomo qualsiasi o poco più, correva a casa sua a Bologna il gotha della penna. Andando a spulciare nei polverosi archivi degli anni Ottanta, abbiamo trovato degli ossequiosissimi Arrigo Levi, Lietta Tornabuoni, Giuseppe Turani, Luca Giurato; tutti pronti a tratteggiare con enfasi le qualità del Professore. Per non parlare di Enzo Biagi, solidale al punto di firmare una lettera di totale appoggio alla candidatura a premier per il 2006 sarà perché sono nati lo stesso giorno, il 9 agosto?). Nello staff di Mortadella, negli ultimissimi anni, sono passati Rodolfo Brancoli, Albino Longhi, e Gad Lerner, cioè tre recenti direttori del Tgl, alla faccia di una Rai autonoma dalla politica. Anche Nuccio Fava, Demetrio Volcic, altri ex direttori, hanno sempre fatto l'occhiolino al Prof. Al Tgl della nuova eventuale era Prodi potrebbe finire un altro fedelissimo, Piero Badaloni, oppure, come ha scritto Pietrangelo Buttafuoco su Panorama, Andrea Bonanni, corrispondente da Bruxelles di Repubblica, megafono europeo del prodismo. Dopo un'intervista a Prodi su La 7, Gad Lerner disse: «Mi sono consapevolmente sputtanato. Ma io preferisco la glasnost del dire tutto». Sarà. Sono tanti gli adulatori tv del regime del "Sacro Romano impero" e sul piccolo schermo la Mortadella spopola. Nel 2005, anno in cui non era più presidente Ue e nemmeno leader e le elezionipolitiche erano in fondo ancora lontane, Prodi è stato il secondo personaggio più presente nei Tg Rai e Mediaset, dietro a Berlusconi che però era presidente del Consiglio e capo del centrodestra». Ma Prodi è stato anche conduttore tv, su Rai Uno negli anni Ottanta, l'opinionista di Tgl e Tg3, conduttore radiofonico e «avevamo un problema economico al Tgl? Chiedevamo la consulenza di Prodi» ha scritto in un libro Bruno Vespa. Una volta Enzo Biagi disse a proposito di Berlusconi: «Se avesse le tette farebbe anche la presentatrice». Prodi ci è riuscito pure senza tette. Sui giornali poi, il diluvio. Nei primi sessanta giorni del 2006, sulla prima pagina di la Repubblica, Il Mattino, Il Sole 240re, La Stampa e il Corriere della Sera sono usciti copio si monologhi firmati Prodi, l'uomo qualsiasi dalla penna forse un po' noiosa, ma sempre traboccante di inchiostro, tanto che anche nel 2005 ha partorito in media un'articolessa al mese per i maggi6ri quotidiani ,italiani, e che a cavallo fra i12003 e 2004, toccò addirittura il top, raggiungendo 11 editoriali in neanche 5 mesi. Ma per capire il filo che da sempre lega Prodi alle redazioni dei giornali serve andare indietro negli anni, quando i1 Prof. era un autentico grafomane e riempiva di interventi i principali quotidiani, vantando collaborazioni con il Corriere della Sera, Avvenire, Il Sole 240re, Il Restodel Carlino. Però proprio il giornale della sua città d'adozione, Bologna, cioè il Carlino, ha "osato" non sponsorizzarlo nella corsa a palazzo Chigi del 1996 e lui se l'è così legata al dito che anche nel libro scritto con la moglie ha omesso di ricordare quella lunga e fruttuosa collaborazione. Esiste dunque anche un Prodi acido, talvolta iroso e vendicativo? La morale della storia è che il Prof. esce da sempre "filtrato" nella stragrande maggioranza dei mezzi di informazione: o firma lui (è capitato, lo ripetiamo, migliaia di volte), oppure gli articoli scritti da altri sono nove volte su dieci accondiscendenti. Si distinguono i giornali (pochissimi) di centrodestra. Gli altri (pensiamo al Corriere della Sera il cui direttore Mieli lo appoggia apertamente) non fanno su di lui giornalismo investigativo, costa fatica e le energie per indagare vengono sprecate solo per altri (magari Berlusconi). Se c'è da raccontare la vita di Romanone, si ricorre alla solita saga familiare, si favoleggia sul rustico castello di famiglia a Bebbio, nel Reggiano, dove nel 1993 hanno montato anche un ripetitore per far funzionare i telefoni cellulari, muti in tutta la zona (Il Resto del Carlino, 30 luglio 1995). Ma si sa, Prodi era presidente dell'Iri e controllava la Sip: questa la notizia appena scomoda, a parte il Carlino non è stata comunque ripresa da nessun altro giornale. Proprio a Bebbio ogni anno in agosto si radunano tutti i Prodi: fra mogli, nipoti e parenti vari sono arrivati ad essere 101 (ci sono pure due preti). Si sono sprecati e si sprecano tuttora sui giornali reportage genuflessi, spesso scopiazzati a vicenda. I maggiori inviati italiani, per esempio, hanno scritto per anni che Prodi era un grande musicista. Balla. «Romano - spiega la moglie - abbandonò dopo il secondo anno di solfeggio. Diversamente da quanto è stato scritto da qualche giornale, non solo non sa suonare nessuno strumento, ma è anche stonatissimo». tratto da Censura Rossa 06 aprile 2006 |
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Prodeide - Sempre meno catto, sempre più comunista
In uno
degli ultimi numeri de "Il Domenicale" è stata allegata l’agiografia
non autorizzata del professor Romano Prodi. Titolata: «L’uomo
qualsiasi», in essa vi si può leggere «dalla seduta spiritica nella
quale venne a sapere il nascondiglio di Moro, passando per le
gestioni dell’Iri, fino alla presidenza Ue». L’agiografia proposta
dal settimanale diretto da Angelo Crespi e scritta da Massimo
Pandolfi, Caporedattore di "Il Resto del Carlino", è in poche parole
«la storia di un uomo normale, dichiarato santo in vita, che già da
piccolo sognava di essere primo Ministro e che oggi vorrebbe
ridiventarlo». Introvabile in rete, Censurarossa la propone in
formato integrale a puntate e indicizzata come “Prodeide”. Buona
lettura.
«Io
Presidente del consiglio? Non penso proprio a queste cose: l'Italia
ha bisogno di facce nuove, di giovani». Detto e non fatto. Quel
pomeriggio di metà aprile 1993, l'uomo qualsiasi Romano Prodi disse
al cronista del Corriere della Sera una piccola bugia; tre anni dopo
si piazzava lì, a Palazzo Chigi (e fra i 426 parlamentari della sua
coalizione ben 312 erano già da anni dei mammasantissima della
politica, alla faccia dei giovani) e sempre lì vorrebbe tornare fra
qualche settimana, a 13 anni di distanza da quella dichiarazione, a
28 anni da quando fu ministro dell'Industria con uno dei tanti
governi Andreotti. È il Vecchio che avanza. tratto da Censura Rossa 05 aprile 2006 |
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Presidente di tutti?
Io è così che lo ricordo, pertanto non desidero essere rappresentato da Lei, se non altro perchè ho sempre condannato l'ideologia comunista, che purtroppo, nonostante quanto si sente dire, non ho mai sentito una ferma condanna da parte Sua. Neppure con la rivoluzione di Ungheria del 1956. |
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