Politica 16


Prodi

«Se fossi l’avvocato di Prodi, gli consiglierei di continuare a mentire»

«La prova dell’esistenza dell’aldilà, fornita da Prodi, costituirebbe la più grande notizia del millennio. [...] Anche questa ipotesi non può essere esclusa; ma è di tale gravità da mettere in crisi, con la delegittimazione del suo presidente, lo stesso governo dell’Europa».
(Ugo Intini, 5 ottobre 1999)
Tutti fanno finta di non vederlo, ma un gigantesco fantasma da 28 anni aleg­gia in casa Prodi. In un paese normale meriterebbe approfondimenti e spiegazioni pubbliche, pena come minimo l'addio alla vita politica del protagonista, cioè lo stesso: Romano Prodi. Da noi niente. Andò così in quel lontano 1978: mentre Aldo Moro era tenuto prigioniero dalle Brigate Rosse nel periodo più drammati­co vissuto dall'Italia nel dopoguerra, Ro­mano Prodi trentottenne era ancora un semplice professore, ma già rampante e comunque ben legato ai centri di potere. Così legato che un bel giorno si permise di andare a Roma e bussare alla porta di un suo referente, il segretario della Dc, Benigno Zaccagnini. Prodi pronunciò il nome Gradoli e diede due numeri, 9 e 6. A Gradoli, un piccolo paesino nel Viterbese, le forzedell'ordine cercarono invano Moro. Più tardi, fuori tempo massimo, si scoprì che in via Gradoli 96, a Roma, abi­tavano e transitavano ogni giorno i capi delle Br, Moretti e la Balzarani, che aveva­no rapito il presidente della Dc.
In 28 anni Romano Prodi non ha mai voluto raccontare la verità: chi gli ha sus­surrato il nome Gradoli? Dal 1978 dob­biamo accontentarci di una inverosimile ricostruzione: durante una sorta di sedu­ta spiritica cui partecipò Prodi, le anime  di La Pira e don Sturzo indirizzano il piat­tino verso le lettere che compongono la parola Gradoli. In effetti, il giochino del piattino (come lo definì il Prof.) fu fatto. Domenica pomeriggio del 2 aprile 1978 a Zappolino, sulle colline bolognesi, nel­l'abitazione di Alberto Clò (altro profes­sore collega poi diventato ministro con Prodi) si ritrovarono 17 persone, fra le quali il padrone di casa e il fratello Carlo, Romano Prodi, Mario Baldassarri (ora viceministro per l'Economia e le finanze in quota AN), Fabio Gobbo (in futuro a capo dell'Antitrust) e altri aspiranti vip dell'Emilia bene, con signore e figli al seguito. Immaginiamo la scena: l’allegra e dotta combriccola si raduna attorno a un tavolo, mentre fuori piove, dispone in cerchio alcuni fogliettini con le lettere dell'alfabeto e poi comincia a domandare a La Pira e don Sturzo: «dov'è Moro?», «dov'è Moro?». Il piattino all'inizio vaga sul ta­volino, poi per 22 volte punta deciso sulle sette lettere che compongono, in ordine, la parola Gradoli.
È allora «le possibili soluzioni sono tre - scriverà il 5 ottobre 1999 Ugo Intini, ora prono alleato di Prodi - primo: il fatto che Prodi abbia fornito il nome di Gradoli e che Moro fosse tenuto dalle Br in via Gradoli costituisce semplicemente un ca­so fortuito e bizzarro. Secondo il calcolo delle probabilità è più facile vincere il primo premio della lotteria di Capodanno. Secondo: gli spiriti dei defunti possono essere richiamati sulla terra. Anche questo non può essere escluso. La prova dell’esistenza dell’aldilà, fornita da Prodi, costituirebbe la più grande notizia del millennio. Terzo: Prodi ha mentito, ha saputo dove Moro era tenuto prigioniero attraverso fonti e modalità che ha voluto nascondere. Anche questa ipotesi non può essere esclusa; ma è di tale gravità da mettere in crisi, con la delegittimazione del suo presidente, lo stesso governo dell’Europa. Quartum non datur: con tutta la fantasia e la generosità, non si riesce a immaginare una quarta ipotesi».
A noi resta una domanda da rivolgere a Intini: come mai sette anni dopo ha smesso di ritenere “delegittimato” l’allora presidente UE? Se ai tempi non poteva presiedere l’Europa, com’è che oggi può ambire a governare l’Italia?
Nessun giornale di quelli che contano, nessun programma televisivo, nessuno davvero nessuno, ha mai messo alle corde Romano Prodi – come sarebbe legittimo e normale in un paese democratico – ponendogli la più banale delle domande: come sapeva di via Gradoli? E’ un quesito decisivo a cui Prodi dovrebbe rispondere, anche in questa campagna elettorale, dimenticandosi per una volta di spiriti e piattini. Non lo farà, anche perché nessuno glielo chiederà.
«Sulla questione legata al nome Gradoli, Prodi ha già esaurientemente risposto in tutte le sedi giudiziarie e parlamentari in cui è stato convocato» ribatte secco l’ufficio stampa del Prof. Traducendo in parole povere, si trincera dietro la deposizione che rese il 10 giugno 1981, di fronte ai membri della Commissione parlamentare Moro.
A noi comunque piacerebbe assai che Vespa, Mentana o Floris glielo domandassero oggi in diretta televisiva, anziché farci addormentare su cunei fiscali ed estimi catastali. Fra l’altro la vicenda Moro è tornata d’attualità (sempre sotto il silenzio dei mass media) lo scorso 15 dicembre, quando un nutrito gruppo di parlamentari della Cdl ha presentato un esposto al Procuratore della Repubblica di Roma chiedendo di «valutare se le condizioni del professor Prodi siano penalmente rilevanti e se dietro il suo atteggiamento non vi sia stata, in passato, e permanga ancor oggi, la necessità o la scelta di coprire uno o più responsabili di gravi fatti eversivi contro lo Stato».
Paolo Guzzanti, presidente della commissione Mitrokhin, è ancora più duro, sostiene infatti che il risultato preterintenzionale di quella seduta spiritica fu di avvisare le Br più che aiutare gli inquirenti.
Francesco Cossiga, nel 1978 ministro degli Interni, ricevette dalla segreteria di Zaccagnini la segnalazione di Prodi e a sua volta la girò alla polizia. Nei mesi scorsi, intervistato da Mario Adinolfi, alla domanda "chi era l’informatore?" ha risposto: «Non lo so. Di certo qualcuno appartenente all’area dell’eversione tra Autonomia Operaia e Potere Operaio. Dicono fosse un professore universitario».
Domanda: come andò?
«E’ semplice. Un brigatista rosso, che chiameremo “la fonte”, indicò all’informatore la parola “Gradoli” o “via Gradoli”. L’informatore ne parlò ad Andreatta e probabilmente a Prodi. Tutti insieme decisero di trovare un modo per far uscire questa informazione senza trovarsi a dover indicare i nomi di fonte o informatore. E allora misero in scena la seduta spiritica».
Poi ancora: le va di rivolgere a Prodi un appello per raccontare finalmente la verità su quei fatti del 1978?
E Cossiga: «Se fossi l’avvocato di Prodi, gli consiglierei di continuare a mentire. L’ha fatto per 27 anni. E poi non è neanche una menzogna. Magari tra poco diventa premier, si fa anche una bella legge ad personam e sistema tutto».
Quesito finale: ma perché lei tutto questo non l’ha mai detto?
«Che domande! Perché nessun giornalista me l’ha mai chiesto prima».
Secondo il settimanale di sinistra Avvenimenti, l’informativa ai Prodi boys arrivò addirittura dal KGB, anche perché l’appartamento di via Gradoli era stato affittato ai brigatisti rossi da un’amica della figlia di Giorgio Conforto, agente dei servizi segreti sovietici. Enzo Fragalà di An, capofirmatario dell’esposto di dicembre contro Prodi, è molto chiaro: «I giudici devono verificare se il comportamento di Prodi non abbia agevolato il gravissimo atto terroristico delle Br ai danni di Moro, impedendo la sua liberazione e l’arresto dei responsabili. Ho il sospetto che con il paravento della seduta spiritica, il Professore abbia coperto una fonte dal nome impronunciabile. Comportamento che avrebbe portato all’arresto di qualsiasi cittadino, ma non di Prodi. Perché lui l’ha fatta franca?».
L’ha fatta così franca che duecento giorni dopo la seduta spiritica di Zappolino, nel novembre del 1978, Prodi fu nominato ministro dell’Industria del governo Andreotti, al posto del dimissionario Carlo Donat Cattin. Ci fu polemica, violentissima. In un intervista alla Stampa, Donat Cattin sentenziò: «Prodi ha dimostrato in più occasioni di non essere all’altezza degli incarichi ricoperti. I nomi da me proposti non hanno nulla da invidiare a Prodi, salvo l’apprezzamento dei comunisti». E più avanti sentenziò: «Lo ha messo lì la Fiat».

tratto da Censura Rossa 07 aprile 2006
 


Sacro Romano Impero

Prodi bazzica la politica dal 1964, eppure i trentenni che il 9 aprile andranno a votare (ma siamo pronti a scommettere anche i quarantenni e i cinquantenni) sanno poco o nulla del vero Prodi e del “sacro Romano impero”. La figura del suo avversario, Silvio Berlusconi, a torto o a ragione, è stata girata e rigirata come un calzino e ci riferiamo sì alla magistratura, ma anche e soprattutto al mondo dell’informazione. Prodi no. Su di lui regna, da sempre, una ovattata discrezione. Il nostro uomo-qualsiasi convola a nozze a 30 anni con Flavia, una sua allieva: lui assistente universitario alla facoltà di Scienze politiche, lei studentessa che pende dalle sue labbra. È scoppiato l'amore. Celebra il matrimonio Camillo Ruini, che poi prenderà le distanze da Prodi; testimone di nozze è il Professore vero, cioè Beniamino Andreatta, maestro di Prodi, che ha continuato a dare sempre del Lei al suo assistente, anche quando Romano lo ha sorpassato diventando presidente del Consiglio e, a sua volta, nominandolo ministro.
L'uomo-qualsiasi che diventa economista con una tesi sulle piastrelle di Sassuolo è immerso da 40 anni fino al collo in tutto ciò che fa rima con potere e onorificenze e magari anche soldi, perché poi bisogna pur campare, no? Vent'anni fa era il manager pubblico più pagato d'Italia, con 201 milioni di lire d'imponibile nel 1984. E quando nel 1998 dichiarò: «In Borsa guadagni poco etici», nel frattempo possedeva un portafogli azionario di un miliardo e 219 milioni che col boom dell'epoca di piazza Affari si rivalutò in quasi 3 miliardi. Niente di male, per carità, e del resto non si vive di soli soldi. Anche dall'Ue continuerà a prendere, bontà loro, più di 12mila euro al mese fino al 2007.
In realtà lui adora le lodi. In giro per il mondo gli hanno consegnato 16 lauree ad honorem, manco fosse un Vasco Rossi qualsiasi: tre in Italia, dieci in Europa, tre in America, due in Asia e una in Africa; ha pubblicato 20 libri accademici e 5 politici; ha scritto migliaia di articoli per quotidiani e settimanali; nel 1978 (28 anni fa) è stato per la prima volta ministro; dal 1982 al 1988 e dal 1993 al 1994 ha presieduto l'lri (l'Istituto per la Ricostruzione Industriale, uno dei buchi neri del nostro passato); ha fondato nel 1981 Nomisma, società di studi economici e consulenze, per quasi un ventennio suo braccio armato (vedremo più avanti); a un certo punto ha guidato da presidente anche la gloriosa Maserati; con la moglie ha costruito una società, l'Ase (analisi e studi economici), una società senza dipendenti che faceva varie consulenze: nata nel 1990 e messa in liquidazione nel 1997 con un giro d'affari di 6 miliardi di lire; avrebbero voluto farlo sindaco di Bologna, nominarlo presidente della Cassa di Risparmio di Bologna, presidente della Regione Emilia Romagna; corre in bicicletta e a piedi (ma lo hanno accusato recentemente di aver percorso in auto un tratto del percorso di una maratona, offendendo in maniera quasi mortale il suo amor proprio di atleta); è stato advisor della Goldman Sachs, persino presentatore tivù e radiofonico, consigliere comunale, presidente del Consiglio e presidente Ue. Ragazzi, che curriculum.
Si diceva del mondo dell'informazione. In Italia un tam tam mediatico senza precedenti che va avanti da più di un decennio ha fatto passare quasi per ufficiale quella che in realtà è una colossale menzogna e cioè che Silvio Berlusconi, grazie soprattutto alle sue tivù, controllerebbe e monopolizzerebbe il mondo dei mass media. Sembra più vero l'opposto.
Partiamo dalle case editrici e dai libri con una curiosità: l'ultimo volume di Flavia & Romano Prodi, il già citato Insieme, edito dalla San Paolo, è stato stampato a Cles (Trento) dalla Mondadori del "nemico", così nemico e soprattutto illiberale da produrre in migliaia di copie il libro ruffiano dell’odiato avversario.
Sul Berlusca, dal 1994 ad oggi, sono usciti circa 120 libri: una ventina lo riveriscono, almeno un centinaio lo travolgono di sospetti, ingiurie, spesso bugie. Dicono di vivere in un regime, alcuni presunti schiavi ribelli (un esempio: Marco Travaglio) e poi continuano a scrivere tonnellate di contumelie contro il presidente del Consiglio. Vien da chiedersi: ma che razza di regime distratto è se consente tutto ciò?
Prodi no, lui non si tocca. Non esistono, in libreria, scritti critici contro il Prof. o comunque si possono contare sulle dita di una mano. Ce n’è però uno, datato 2000, che ha vissuto una storia emblematica. Si intitola Prodeide (sottotitolo: biografia non autorizzata di Romano Prodi) è stato stampato da una casa editrice che non c’è più, Il Fenicottero di Bologna, è l’ha curato Antonio Selvatici, un giornalista pubblicista che si è messo oggi, a 39 anni, a costruire e vendere case. Praticamente non fa più il giornalista «perché mi hanno fatto terra bruciata intorno» dice. In 244 pagine intense e documentate, Selvatici spiega l’altra faccia di Romano Prodi, «uomo per tutte le stagioni»: una vita piena anche di errori, equivoci, sospetti, scandali, scheletri nell’armadio, inchieste giudiziarie. Il fatto curioso è che Selvatici, bolognese, si è laureato con una tesi sullo sviluppo industriale della propria città proprio con il Prof. Prodi. «È stato mio docente - racconta - e da quel punto di vista nulla da dire. Non posso parlar male di lui, sarebbe scorretto. Ma come uomo pubblico e politico...». Prodeide, senon altro per l'Unicità, meriterebbe di essere letto, ma è pressoché introvabile. Vennero stampate mille copie, nulla rispetto a milioni di copie contro Berlusconi: furono subito vendute e nascoste chissà dove. Inizialmente venne anche organizzato un piccolo boicottaggio da parte di alcuni distributori. Fatto sta che è finito in poche mani.
Prodi non ha mai chiamato il suo ex allievo e non l'ha neppure querelato. Non era necessario (e fra l'altro, non c'erano elementi diffamatori). Ci ha pensato, a nasconderlo, quel sistema che non a torto viene definito "egemonia culturale della sinistra" e che stritola uomini e teste. Selvatici è stato fatto passare per un giornalista pericoloso, scomodo e piantagrane. Isolato. Emarginato. Mandato a vendere case.
Prodi però ha tanti amici giornalisti. Anche quando era davvero un uomo qualsiasi o poco più, correva a casa sua a Bologna il gotha della penna. Andando a spulciare nei polverosi archivi degli anni Ottanta, abbiamo trovato degli ossequiosissimi Arrigo Levi, Lietta Tornabuoni, Giuseppe Turani, Luca Giurato; tutti pronti a tratteggiare con enfasi le qualità del Professore. Per non parlare di Enzo Biagi, solidale al punto di firmare una lettera di totale appoggio alla candidatura a premier per il 2006 sarà perché sono nati lo stesso giorno, il 9 agosto?). Nello staff di Mortadella, negli ultimissimi anni, sono passati Rodolfo Brancoli, Albino Longhi, e Gad Lerner, cioè tre recenti direttori del Tgl, alla faccia di una Rai autonoma dalla politica. Anche Nuccio Fava, Demetrio Volcic, altri ex direttori, hanno sempre fatto l'occhiolino al Prof. Al Tgl della nuova eventuale era Prodi potrebbe finire un altro fedelissimo, Piero Badaloni, oppure, come ha scritto Pietrangelo Buttafuoco su Panorama, Andrea Bonanni, corrispondente da Bruxelles di Repubblica, megafono europeo del prodismo. Dopo un'intervista a Prodi su La 7, Gad Lerner disse: «Mi sono consapevolmente sputtanato. Ma io preferisco la glasnost del dire tutto». Sarà.
Sono tanti gli adulatori tv del regime del "Sacro Romano impero" e sul piccolo schermo la Mortadella spopola. Nel 2005, anno in cui non era più presidente Ue e nemmeno leader e le elezionipolitiche erano in fondo ancora lontane, Prodi è stato il secondo personaggio più presente nei Tg Rai e Mediaset, dietro a Berlusconi che però era presidente del Consiglio e capo del centrodestra». Ma Prodi è stato anche conduttore tv, su Rai Uno negli anni Ottanta, l'opinionista di Tgl e Tg3, conduttore radiofonico e «avevamo un problema economico al Tgl? Chiedevamo la consulenza di Prodi» ha scritto in un libro Bruno Vespa. Una volta Enzo Biagi disse a proposito di Berlusconi: «Se avesse le tette farebbe anche la presentatrice». Prodi ci è riuscito pure senza tette.
Sui giornali poi, il diluvio. Nei primi sessanta giorni del 2006, sulla prima pagina di la Repubblica, Il Mattino, Il Sole 240re, La Stampa e il Corriere della Sera sono usciti copio si monologhi firmati Prodi, l'uomo qualsiasi dalla penna forse un po' noiosa, ma sempre traboccante di inchiostro, tanto che anche nel 2005 ha partorito in media un'articolessa al mese per i maggi6ri quotidiani ,italiani, e che a cavallo fra i12003 e 2004, toccò addirittura il top, raggiungendo 11 editoriali in neanche 5 mesi.
Ma per capire il filo che da sempre lega Prodi alle redazioni dei giornali serve andare indietro negli anni, quando i1 Prof. era un autentico grafomane e riempiva di interventi i principali quotidiani, vantando collaborazioni con il Corriere della Sera, Avvenire, Il Sole 240re, Il Restodel Carlino. Però proprio il giornale della sua città d'adozione, Bologna, cioè il Carlino, ha "osato" non sponsorizzarlo nella corsa a palazzo Chigi del 1996 e lui se l'è così legata al dito che anche nel libro scritto con la moglie ha omesso di ricordare quella lunga e fruttuosa collaborazione. Esiste dunque anche un Prodi acido, talvolta iroso e vendicativo?
La morale della storia è che il Prof. esce da sempre "filtrato" nella stragrande maggioranza dei mezzi di informazione: o firma lui (è capitato, lo ripetiamo, migliaia di volte), oppure gli articoli scritti da altri sono nove volte su dieci accondiscendenti. Si distinguono i giornali (pochissimi) di centrodestra. Gli altri (pensiamo al Corriere della Sera il cui direttore Mieli lo appoggia apertamente) non fanno su di lui giornalismo investigativo, costa fatica e le energie per indagare vengono sprecate solo per altri (magari Berlusconi). Se c'è da raccontare la vita di Romanone, si ricorre alla solita saga familiare, si favoleggia sul rustico castello di famiglia a Bebbio, nel Reggiano, dove nel 1993 hanno montato anche un ripetitore per far funzionare i telefoni cellulari, muti in tutta la zona (Il Resto del Carlino, 30 luglio 1995). Ma si sa, Prodi era presidente dell'Iri e controllava la Sip: questa la notizia appena scomoda, a parte il Carlino non è stata comunque ripresa da nessun altro giornale.
Proprio a Bebbio ogni anno in agosto si radunano tutti i Prodi: fra mogli, nipoti e parenti vari sono arrivati ad essere 101 (ci sono pure due preti). Si sono sprecati e si sprecano tuttora sui giornali reportage genuflessi, spesso scopiazzati a vicenda. I maggiori inviati italiani, per esempio, hanno scritto per anni che Prodi era un grande musicista. Balla. «Romano - spiega la moglie - abbandonò dopo il secondo anno di solfeggio. Diversamente da quanto è stato scritto da qualche giornale, non solo non sa suonare nessuno strumento, ma è anche stonatissimo».

tratto da Censura Rossa 06 aprile 2006


Prodeide - Sempre meno catto, sempre più comunista

In uno degli ultimi numeri de "Il Domenicale" è stata allegata l’agiografia non autorizzata del professor Romano Prodi. Titolata: «L’uomo qualsiasi», in essa vi si può leggere «dalla seduta spiritica nella quale venne a sapere il nascondiglio di Moro, passando per le gestioni dell’Iri, fino alla presidenza Ue». L’agiografia proposta dal settimanale diretto da Angelo Crespi e scritta da Massimo Pandolfi, Caporedattore di "Il Resto del Carlino", è in poche parole «la storia di un uomo normale, dichiarato santo in vita, che già da piccolo sognava di essere primo Ministro e che oggi vorrebbe ridiventarlo». Introvabile in rete, Censurarossa la propone in formato integrale a puntate e indicizzata come “Prodeide”. Buona lettura.

«Io Presidente del consiglio? Non penso proprio a queste cose: l'Italia ha bisogno di facce nuove, di giovani». Detto e non fatto. Quel pome­riggio di metà aprile 1993, l'uomo qualsiasi Romano Prodi disse al cronista del Corriere della Sera una piccola bugia; tre anni dopo si piazzava lì, a Palazzo Chigi (e fra i 426 parlamentari della sua coalizione ben 312 erano già da anni dei mam­masantissima della politica, alla faccia dei giovani) e sempre lì vorrebbe tornare fra qualche settimana, a 13 anni di distanza da quella dichiarazione, a 28 anni da quando fu ministro dell'Industria con uno dei tanti governi Andreotti. È il Vec­chio che avanza.
Quel pomeriggio di aprile 1993 Prodi mentiva, sapendo di mentire. Perché quella poltrona di palazzo Chigi, diciamo pure più latamente il potere, è sempre stato il sogno della sua vita. C'è chi da ra­gazzino spera di fare il calciatore, chi il cantante, chi l'astronauta. Lui no. Roma­no Prodi, 67 anni, da Scandiano (Emilia che più rossa non si può) voleva diventare premier fin da ragazzino. Trentacinque anni prima (1958), si narra che nei corri­doi del collegio Augustinianum dell'Uni­versità Cattolica di Milano, si mise a sal­tellare come un gigione, lanciando in aria il Codice civile, dopo aver superato l'esa­me di Diritto privato, il più tosto del pri­mo anno di giurisprudenza. E alla sua combriccola universitaria (il compagno di stanza Tiziano Treu e Giovanni Maria Flick, poi suoi ministri) urlò così la pro­pria gioia: «Tra me e la presidenza del Consiglio non ci sono più ostacoli!». Il ri­cordo della premonizione arriva da fonte al disopra di ogni sospetto: Flavia Franzo­ni, è sua moglie, e queste cose le ha scritte col marito nel libro Insieme (San Paolo, Milano 2005), una sorta di agiografia pre­-elettorale in cui si dipinge l'uomo Prodi a mo' di santo.
Eccolo Romano Prodi, il Professore. Lui adora quel "Prof." rigorosamente con la P maiuscola davanti al nome e cogno­me, quasi fosse l'uomo-qualsiasi che non è mai stato, quasi volesse tenere una cer­ta distanza da quella politica con la quale, peraltro, ha sempre avuto un travol­gente rapporto di complicità.
Il 22 novembre del 1964 (aveva 25 anni) diventò consigliere comunale a Regggio Emilia, la sua terra, dove ancora molti lochiamano sottovoce “tato”, che significa il fratello meno furbo, perché i Prodi erano nove, e Romanone non il primo. Alle medie gli consigliarono di non iscriversi al liceo, “perché nonfa per lui”.
Il Professore, ma anche Robin Hood o frate Tuck, Gino Bartali, “il maratoneta” o “il bulldozer”. Chiamatelo così e lui sorriderà. Ma i soprannomi si sprecano. Berlusconi lo definì Balanzone, oppure "un simpatico ciclista", Filippo Berselli inventò dieci anni fa l'ormai mitico "Mortadella” diffondendo ventimila manifestini col volto di Prodi e la scritta "La"Mortadella dal volto umano" (Prodi, mostrando ottime doti d’incassatore, se n’è appropriato volentieri). Poi "cagnone maremmano”, "calvinista di Dio", "mandarino del potere”, "bacchettone sadico", “faccione da semolino", "parroco bolognese", "boyscout pacioso", “Ponzio Prodi", "Be1 Pirla" (storico titolo di prima pagina di Libero), "camaleonte" ,"pantofolaio", "il Cattocomunista".
Ecco, il catto-comunista. Sempre più comunista e meno catto, basta osservare la litigiosa allenaza che sta guidando oggi, unita solo da un feroce antiberlusconismo e spesso da altrettanto feroce anticristianesimo (si vedano le posizioni presenti nell’Unione, su fecondazione assistita, aborto, matrimoni gay).
Perché lo fai? Si chiederanno quei cristiani della sua sponda politica un po’ imbarazzati dalla piega che sta prendendo la vicenda. Buttiamo là un ipotesi: sarà che invecchiando tornano in mente i ricordi di gioventù. E un po' di gioventù la famiglia Prodi l'ha vissuta a Reggio Emilia, in una casa presa in affitto provate indovinare da chi? Dal partito comunista.
«Romano ricorda ancora - è scritto nel libro Insieme - di aver seguito dalla finestra sul cortile la le prove della cerimonia di commemorazione per la morte di Stalin e le parole scandite da un compagno al megafono: "Stalin non è morto, Stalin è ancora vivo per noi” mentre milioni di bandiere rosse si inchinavano in tutto il mondo». Romano continua ad inchinarsi. Con Diliberto, Bertinotti, Caruso, Luxuria, i Comunisti Italiani, i rifondaroli e i no global. Tenendo in pugno una Rosa: viva Stalin, abbasso Gesù.

tratto da Censura Rossa 05 aprile 2006


Presidente di tutti?


 
 
No! Grazie.

Io è così che lo ricordo, pertanto non desidero essere rappresentato da Lei, se non altro perchè ho sempre condannato l'ideologia comunista, che purtroppo, nonostante quanto si sente dire, non ho mai sentito una ferma condanna da parte Sua. Neppure con la rivoluzione di Ungheria del 1956.


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