INTERNET - Dove c'è la censura
Il buio nella Rete
di
Vito Di Dario e Armanda Livi

In rosso sono evidenziati i paesi dove per
motivi politici è praticamente impossibile accedere alla Rete. In
arancione sono invece colorati gli stati dove è possibile collegarsi
ma ci sono forti censure per ragioni politiche o religiose. In giallo
sono le nazioni che attuano controlli per motivi di sicurezza e
impongono limitazioni a siti diffamatori o di giochi d'azzardo. Infine
azzurri sono i paesi dove Internet è libero ma pochi possono
permettersi un computer o una connessione
CENSURA COME SERVIZI
Qualcosa che potrebbe anche piacere ad alcuni governi occidentali
preoccupati da pedofilia, violenza e sesso sul web. Lo stesso avviene
in Turchia, dove il presidente Ahmet Necdet Sezer ha firmato una legge
che obbligherà chiunque decida di aprire un sito Internet a chiedere
l'autorizzazione e spedire copia dei contenuti al governo. E un
giudice potrà chiedere ai responsabili ogni singolo aggiornamento
delle pagine. In Marocco la censura è strisciante. Ma c'è chi è
molto più restrittivo come il governo di Myanmar (ex Birmania) che
costringe i cittadini a chiedere l'autorizzazione per acquistare un
modem comunicando le password di accesso alla posta elettronica al
ministero delle Poste. E tutte le imprese hanno dovuto tagliare le
connessioni digitali con le filiali all'estero. Chi non si adegua
rischia fino a 15 anni di carcere.
A Cuba vige una specie di regime di apartheid informatico. Mentre il
popolo di Fidel può collegarsi a una Rete Intranet dove sono
disponibili solo siti approvati dal governo, i turisti navigano nella
Rete mondiale nei cybercafé per cinque dollari l'ora. In Argentina la
situazione è più ambivalente: strettissima censura nelle Reti
universitarie e tantissima libertà nelle scuole medie inferiori, ma
anche nei numerosi e attivi cybercafé. E nell'Europa delle libertà?
Il primo ministro spagnolo José Maria Aznar è molto attento ai
contenuti del web. Una legge sulla privacy obbliga i provider iberici
a tenere traccia delle comunicazioni e delle operazioni compiute in
Rete dagli utenti e permette alla polizia di chiudere i siti Internet
senza l'intervento della magistratura. In Grecia invece se la passano
male proprio gli Internet café dopo che il governo di Atene ha
adottato pene severe contro il gioco d'azzardo online. Se qualche
cliente è sorpreso a giocare sul suo computer, il titolare del locale
rischia l'arresto.
Anche l'Italia ha i suoi organi di controllo, la
Polizia
postale o delle Comunicazioni agisce su indicazione dei cittadini,
ma anche delle autorità competenti e mette a disposizione dei
cittadini informazioni sui rischi delle chat e dei siti di pedofilia.
Il Nucleo Speciale Radiodiffusione Editoria della Guardia di Finanza,
istituito nel 1999, ha recentemente censurato i 5 siti considerati
blasfemi e denunciati dall'Osservatore Romano, organo del
Vaticano. Un'azione particolarmente difficile, dato che i siti in
questione erano ospitati da provider americani. Ma come siano riusciti
a bloccare i siti è top secret perché l'inchiesta è ancora in
corso.
In Russia Vladimir Putin ha chiesto l'approvazione di una legge che
impone nuove e più severe misure di sicurezza per le attività online.
Il pretesto è quello di respingere le aggressioni telematiche di
gruppi estremisti, nazisti o antireligiosi. L'intelligence moscovita
ha imposto ai provider di installare sistemi di controllo per accedere
a qualsiasi informazione sugli utenti, minacciando il ritiro della
licenza se non avessero collaborato. Qui si entra nella problematica
che coinvolge tutto il mondo occidentale dopo l'11 settembre: la
richiesta di una maggiore protezione porterà alla eliminazione della
privacy? Steven Spielberg in un'intervista per il lancio del suo nuovo
film Minority Report sostiene che il futuro sarà meno libero
proprio perché c'è una guerra in corso. Meglio la sicurezza che la
libertà.
Negli Stati Uniti, dove la libertà d'informazione sul web è tutelata
dal Primo emendamento della Costituzione, la destra repubblicana agita
da anni lo spauracchio della «contaminazione pornografica» per far
adottare norme restrittive.
Ma è stata l'emergenza terrorismo a dare una svolta. La Camera dei
Rappresentanti ha infatti approvato una legge che prevede pene fino
all'ergastolo per i cracker. E il Terrorism Act, promulgato due giorni
dopo l'11 settembre, di fatto abilita qualsiasi giudice a usare
sistemi di controllo di forum e posta elettronica in nome della
sicurezza nazionale. Il provvedimento amplia i casi in cui un provider
può fornire informazioni alla polizia. Non solo. Una legge
dell'Arizona vieta ai siti che denunciano le condizioni dei detenuti e
lottano contro la pena di morte di continuare a pubblicare news online.
E minaccia i reclusi. Lo stesso sta accadendo anche in Canada dove una
proposta di legge chiede che tutti gli Internet provider mettano a
disposizione della polizia le e-mail dei clienti quando sia stato
emesso un mandato dal tribunale.
Associazioni e gruppi di protesta studiano contromisure. Alcuni dei
quali molto attivi, come l'Electronic
Frontier Foundation che protegge dal 1990 i diritti civili e di
espressione nel mondo digitale e il National
Coalition Against Censorship (Ncac) dove il dibattito sul dopo 11
settembre si fa sempre più acceso e appassionato.
Un membro del Congresso degli Stati Uniti, il repubblicano Christopher
Cox, ha presentato una proposta di legge intitolata «Global Internet
Freedom Act» che si propone di combattere la censura in Internet. «Tutti
gli uomini hanno il diritto di comunicare», recita il testo
consegnato il 2 ottobre scorso. Per questo, se la legge passerà,
almeno 100 milioni di dollari saranno spesi per mettere a punto quello
che è stato chiamato il software anti-censura, un super programma in
grado di aggirare i censori di tutto il mondo. Oggi, spiega Degli
Antoni, la sicurezza è diventato il primo problema. È infatti la
prima volta in cui il mondo è in guerra mentre si è in pace. E la
sicurezza è l'altra faccia della medaglia della libertà.
Il Dipartimento di Stato Americano investe milioni di dollari nella
guerra in Internet. Ai soldati a stelle e strisce viene insegnato,
oltre a usare le armi, a fare i pirati sul web. Non solo. Bush ha
chiesto aiuto agli hacker non militari per vincere la «guerra del web».
«Purtroppo quello che si sta facendo veramente è poco, pochissimo»
dice Degli Antoni. «Siamo in guerra, ripeto. Anche se non sembra. E
se sappiamo per certo che il sistema che tutto vede, Echelon, funziona
benissimo, non sappiamo ancora come funzionano i sistemi capaci di
interpretare la marea crescente di dati e informazioni raccolta».
Come si fa a organizzare i dati raccolti in qualcosa che poi serva,
interpretandoli, a migliorare il sistema di sicurezza? Si torna
all'antico, al vecchissimo problema della Rete: ai motori di ricerca.
Si parla di motori in grado di usare non banche dati di parole, ma di
regole. Come Cobrain
della Intention Machine, ad esempio, un sofisticato software russo che
poi in Usa è stato ulteriormente sviluppato e immesso sul mercato.
La guerra del web porterà il mondo intero a essere schedato,
censurato, controllato? «La guerra del web nasconde un paradosso»
ammette Degli Antoni: «se il potere non viene esercitato in modo
militare, repressivo, ma viene affidato agli hacker, io credo che
porterà non a una minore, bensì a una maggiore libertà.
L'hacker vive di libertà. Solo attraverso questa piena libertà, si
potrà vincere questa strana guerra senza guerra. Io l'ho visto in
Cina. A Pechino hanno chiuso gli Internet café, ma tutti per le
strade hanno il cellulare incollato all'orecchio. Sembra di essere a
Roma o a Milano. E se ci sono i telefonini a che serve censurare
Internet?».
«Internet è l'ultimo tentativo di tenere
in piedi gli stati. Che non esistono più. E le culture diverse.
Anche quelle in via di estinzione. Da qui nasce il desiderio di
censura». Spiega Gianni Degli Antoni, 66 anni, Responsabile del Polo
di Didattica e Ricerca all'Università degli Studi di Milano a Crema,
e di ritorno da un recente viaggio in Cina dove, dice, a censurare
sono davvero bravissimi. Tutto qui? La censura come argine al
prevaricare della cultura occidentale? Un modo per tenere in piedi gli
stati nell'era della globalizzazione? «Niente affatto» ribatte. «In
Cina ci hanno pensato per tempo e l'anno scorso hanno terminato la
fase di espulsione di tutte le società di telefonia e di
comunicazione, anche quelle italiane. China Telecom ha poi fatto una
prova: per tre giorni nessun contatto con l'esterno, niente telefono,
cellulari, Internet, satellite, nulla». Una prova riuscita. Per poi
ricominciare a costruire un sistema tutto cinese, dove standard,
sistemi e regole sono note solo alle autorità della Repubblica
Popolare. E chi vuole collaborare deve trattare con China Telecom,
che, a poco a poco, in modo sistematico, ha bloccato i siti web di
notizie dei paesi occidentali, le pagine dei gruppi dissidenti e, in
generale, qualunque sito al di fuori dello strettissimo regime di
controllo che regna nel paese. Per il prossimo congresso del Partito
comunista che si tiene a novembre, le autorità di Pechino non
vogliono sorprese. E non hanno voglia di scherzare: tra i siti
oscurati c'è un gioco dove il primo ministro cinese può essere preso
a sonori schiaffoni dall'internauta (il gioco è: Slap
The Evil Dictator Jiang Zemin). Su 2.400 cybercafé cinesi
solo 30 hanno passato fino a oggi il vaglio della censura e sono stati
riaperti. Ci sono imprenditori come Edward Zeng che hanno trascorso
gli ultimi cinque anni a costruire cybercafé e gli ultimi 12 mesi a
chiuderli. Con un notevole impegno economico, una specie di tassa allo
stato, spiegano gli imprenditori cinesi del web. E la protesta cresce:
un attivista che pubblica scritti politici su Internet è stato
arrestato dalla polizia cinese il 25 settembre scorso con l'accusa di
sovversione. L'uomo, accusato di aver diffuso online «molti articoli
e saggi reazionari», di aver falsificato informazioni e diffamato il
Partito comunista cinese (Pcc), è detenuto nella prigione di Lianyuan.
Ma ogni giorno fioriscono siti alternativi: tra questi, quello che ha
riscosso maggior successo è http://www.alltooflat.com/geeky/elgoog
(una specie di google letto allo specchio). Inoltre, i navigatori
cinesi possono aggirare la censura imposta su Altavista recandosi sul
sito http://www.raging.com/
completamente speculare a quello del celebre motore di ricerca che è
stato bloccato. Oggi infatti quando i 166 milioni di ricercatori del
web cinesi cercano di accedere ai loro motori di ricerca preferiti
vengono reindirizzati, senza alcuna spiegazione (a cosa servirebbe?),
ad altri siti Internet come http://www.cj888.com/
o 21cn.com.
Per fare tutto questo China Telecom ha chiesto aiuto anche alle
tecnologie occidentali, alla Cisco, che ha preparato un potente
sistema (si chiama proxy) in grado di controllare i collegamenti degli
utenti e di reindirizzarli su altri siti. E poi si è accordata con
Altavista, Google e anche con Yahoo! che ha evitato la censura
eliminando dal motore parole come «democrazia» e sembra che intenda
consentire alla polizia politica di spiare chat e forum per poter
individuare coloro che criticano il regime comunista.
IL WEB VA ALLA GUERRA
Su quasi 200 paesi che nel mondo hanno collegamenti alla Rete, circa
70 sottopongono i media a controlli e a censure culturali e politiche.
Tra questi, 32 si trovano in Africa, 14 in Asia, 9 in Europa, 3 in
America Latina e 11 nel Medioriente. Un dossier sulla libertà di
espressione pubblicato da Freedom
House, organizzazione newyorkese impegnata nella difesa dei
diritti umani e religiosi, parla di divieti, restrizioni, influenze
politiche, economiche ed episodi di violazione della libertà di
pensiero su Internet come sulla carta stampata e sulla Tv. Umberto
Eco, in un suo recente articolo sulla «Guerra diffusa», ha
paragonato Internet ai servizi segreti, un'arma fondamentale per
vincere. Ecco allora che chi vuole attaccare inizia da qui, dalla
censura del web. Che di solito inizia in questo modo: il giornalista
dissidente è imprigionato, altre volte ucciso. Il suo sito chiuso. È
accaduto in Tunisia dove il giornalista Zouhair Yahyaoui, meglio noto
con lo pseudonimo Ettounsi e fondatore del sito di news (http://www.tunezine.com/),
è stato arrestato il 4 giugno scorso in un cybercafé di Tunisi e
condannato a 10 anni di prigione per «divulgazione di notizie false»
in base al comma 2 dell'articolo 306b del codice di procedura penale
tunisino. Altri casi analoghi sono capitati in Giordania e in Vietnam.
Ma c'è anche chi ci rimette la pelle come il giornalista ucraino Géorgiy
Gongadze, fondatore del sito Ukrainian
Truth (da leggere solo se si conosce il cirillico), trovato ucciso
a Kiev. E poi c'è l'attività dei Reporter
senza frontiere (e con il sito italiano
http://www.rsfitalia.org/),
molto vivaci nel denunciare violazioni di diritti di cronaca.
Ma Cina e Tunisia non sono casi isolati. Tutto il mondo musulmano è
in ansia. In Egitto il controllo delle opinioni ha conseguenze pesanti
sulla libertà, come dimostra la condanna a un anno di carcere
inflitta al figlio del poeta Naguib Soror, reo di aver pubblicato su
un sito un poema politico scritto dal padre negli anni Settanta. Negli
Emirati Arabi il governo provvede a filtrare tutto il traffico
Internet in entrata.
In Arabia Saudita sono già più di 2 mila i siti Internet oscurati,
perché trattano in maggioranza di politica o di religione, ma anche
di cultura pop o moda femminile, oltre 70 mila quelli controllati. Qui
la censura è esplicita: chi si collega a un sito proibito vede
comparire sullo schermo un avviso che lo informa che la censura è
avvenuta «allo scopo di preservare i valori islamici». Chi firma
questi divieti è l'Internet
services unit (Isu) (in versione araba e inglese), un istituto
governativo che ha tra i suoi compiti l'attività di «filtrare i
contenuti Internet per prevenire la circolazione di materiale che sia
in contraddizione con le nostre credenze o possa influenzare la nostra
cultura». Di fatto l'Isu gestisce tutti i provider del paese. Con
elenchi di siti occidentali che hanno passato il vaglio della censura
(come Tucows ad esempio, sito noto per scaricare programmi).
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