Politica 15


Grazie, Giovanni Paolo II

 hai  migliorato il mondo

 e ci hai dato un grande esempio di Vita.

Impossibile dimenticarTi.


Ioannes Paulus PP. II
Karol Wojtyla
16.X.1978 - 2.IV.2005

per approfondimenti  www.vatican.va



E bravo governo Prodi!

adesso la storia sarà scritta solo e unicamente per decreto ministeriale; ma così chi scriverà la verità?

E' noto da sempre che la storia, la vera storia, possono scriverla solo gli storici e soltanto da questi scritti potrà emergere la verità, o nella peggiore delle ipotesi, una quasi verità. Certamente non possono raccontarla i vinti o i vincitori, e tanto meno i politici, essendo troppo di parte tutti quanti, e anche con il più onesto intento non riuscirebbero ad avvicinarsi alla verità.

Il pretesto che avete utilizzato - lo sterminio ebraico eseguito dai nazisti può essere apparentemente una buona ragione - ma perchè non applicarlo anche per altri che si sono macchiati dei soliti delitti in misura molto maggiore? Per esempio Stalin, molti dittatori comunisti, e anche popoli arabi?

Con la vostra legge potremo dire una bugia raccontando che Stalin e tanti altri noti non hanno mai commesso crimini razziali, ma non potremmo dire che lo sterminio nazista è di 5.999.999 vittime e non di 6.000.000.

E poi permettete che si possa dire per strada, 10-100-1000 Nassyria, urlate anche da alcuni rappresentanti del vostro governo.

Non ci siamo, non ci siamo veramente!

 



Siti oscurati - Censura

i siti elencati sono, o sono stati, oscurati per vari motivi, spesso giusti, altri non perfettamente giusti.
Purtroppo alcuni sono riusciti a liberarli dal sequestro e altri pubblicati nuovamente con diverso dominio.



Siti oscurati per censura in tutta l'Arabia Saudita

Il governo ha indetto una gara d'appalto per installare presso una struttura pubblica un sistema in grado di bloccare l'accesso agli utenti sauditi di una serie di siti "scomodi"


La Cina chiude più di 8 mila internet cafè

La Cina ha chiuso più di 8600 internet cafè che non avevano la licenza, da quando lo scorso febbraio ha lanciato una campagna nazionale contro questi nuovi centri di informazione, perché “inquinano” la salute mentale di giovani e adolescenti.

 oltre 100 milioni gli utenti internet

Mentre cresce sempre di più il numero di utenti Internet la censura di Stato continua ad agire anche grazie alle nuove tecnologie.


INTERNET - Dove c'è la censura

Il buio nella Rete

di Vito Di Dario e Armanda Livi


In rosso sono evidenziati i paesi dove per motivi politici è praticamente impossibile accedere alla Rete. In arancione sono invece colorati gli stati dove è possibile collegarsi ma ci sono forti censure per ragioni politiche o religiose. In giallo sono le nazioni che attuano controlli per motivi di sicurezza e impongono limitazioni a siti diffamatori o di giochi d'azzardo. Infine azzurri sono i paesi dove Internet è libero ma pochi possono permettersi un computer o una connessione

CENSURA COME SERVIZI
Qualcosa che potrebbe anche piacere ad alcuni governi occidentali preoccupati da pedofilia, violenza e sesso sul web. Lo stesso avviene in Turchia, dove il presidente Ahmet Necdet Sezer ha firmato una legge che obbligherà chiunque decida di aprire un sito Internet a chiedere l'autorizzazione e spedire copia dei contenuti al governo. E un giudice potrà chiedere ai responsabili ogni singolo aggiornamento delle pagine. In Marocco la censura è strisciante. Ma c'è chi è molto più restrittivo come il governo di Myanmar (ex Birmania) che costringe i cittadini a chiedere l'autorizzazione per acquistare un modem comunicando le password di accesso alla posta elettronica al ministero delle Poste. E tutte le imprese hanno dovuto tagliare le connessioni digitali con le filiali all'estero. Chi non si adegua rischia fino a 15 anni di carcere.
A Cuba vige una specie di regime di apartheid informatico. Mentre il popolo di Fidel può collegarsi a una Rete Intranet dove sono disponibili solo siti approvati dal governo, i turisti navigano nella Rete mondiale nei cybercafé per cinque dollari l'ora. In Argentina la situazione è più ambivalente: strettissima censura nelle Reti universitarie e tantissima libertà nelle scuole medie inferiori, ma anche nei numerosi e attivi cybercafé. E nell'Europa delle libertà? Il primo ministro spagnolo José Maria Aznar è molto attento ai contenuti del web. Una legge sulla privacy obbliga i provider iberici a tenere traccia delle comunicazioni e delle operazioni compiute in Rete dagli utenti e permette alla polizia di chiudere i siti Internet senza l'intervento della magistratura. In Grecia invece se la passano male proprio gli Internet café dopo che il governo di Atene ha adottato pene severe contro il gioco d'azzardo online. Se qualche cliente è sorpreso a giocare sul suo computer, il titolare del locale rischia l'arresto.
Anche l'Italia ha i suoi organi di controllo, la Polizia postale o delle Comunicazioni agisce su indicazione dei cittadini, ma anche delle autorità competenti e mette a disposizione dei cittadini informazioni sui rischi delle chat e dei siti di pedofilia. Il Nucleo Speciale Radiodiffusione Editoria della Guardia di Finanza, istituito nel 1999, ha recentemente censurato i 5 siti considerati blasfemi e denunciati dall'Osservatore Romano, organo del Vaticano. Un'azione particolarmente difficile, dato che i siti in questione erano ospitati da provider americani. Ma come siano riusciti a bloccare i siti è top secret perché l'inchiesta è ancora in corso.
In Russia Vladimir Putin ha chiesto l'approvazione di una legge che impone nuove e più severe misure di sicurezza per le attività online. Il pretesto è quello di respingere le aggressioni telematiche di gruppi estremisti, nazisti o antireligiosi. L'intelligence moscovita ha imposto ai provider di installare sistemi di controllo per accedere a qualsiasi informazione sugli utenti, minacciando il ritiro della licenza se non avessero collaborato. Qui si entra nella problematica che coinvolge tutto il mondo occidentale dopo l'11 settembre: la richiesta di una maggiore protezione porterà alla eliminazione della privacy? Steven Spielberg in un'intervista per il lancio del suo nuovo film Minority Report sostiene che il futuro sarà meno libero proprio perché c'è una guerra in corso. Meglio la sicurezza che la libertà.
Negli Stati Uniti, dove la libertà d'informazione sul web è tutelata dal Primo emendamento della Costituzione, la destra repubblicana agita da anni lo spauracchio della «contaminazione pornografica» per far adottare norme restrittive.
Ma è stata l'emergenza terrorismo a dare una svolta. La Camera dei Rappresentanti ha infatti approvato una legge che prevede pene fino all'ergastolo per i cracker. E il Terrorism Act, promulgato due giorni dopo l'11 settembre, di fatto abilita qualsiasi giudice a usare sistemi di controllo di forum e posta elettronica in nome della sicurezza nazionale. Il provvedimento amplia i casi in cui un provider può fornire informazioni alla polizia. Non solo. Una legge dell'Arizona vieta ai siti che denunciano le condizioni dei detenuti e lottano contro la pena di morte di continuare a pubblicare news online. E minaccia i reclusi. Lo stesso sta accadendo anche in Canada dove una proposta di legge chiede che tutti gli Internet provider mettano a disposizione della polizia le e-mail dei clienti quando sia stato emesso un mandato dal tribunale.
Associazioni e gruppi di protesta studiano contromisure. Alcuni dei quali molto attivi, come l'Electronic Frontier Foundation che protegge dal 1990 i diritti civili e di espressione nel mondo digitale e il National Coalition Against Censorship (Ncac) dove il dibattito sul dopo 11 settembre si fa sempre più acceso e appassionato.
Un membro del Congresso degli Stati Uniti, il repubblicano Christopher Cox, ha presentato una proposta di legge intitolata «Global Internet Freedom Act» che si propone di combattere la censura in Internet. «Tutti gli uomini hanno il diritto di comunicare», recita il testo consegnato il 2 ottobre scorso. Per questo, se la legge passerà, almeno 100 milioni di dollari saranno spesi per mettere a punto quello che è stato chiamato il software anti-censura, un super programma in grado di aggirare i censori di tutto il mondo. Oggi, spiega Degli Antoni, la sicurezza è diventato il primo problema. È infatti la prima volta in cui il mondo è in guerra mentre si è in pace. E la sicurezza è l'altra faccia della medaglia della libertà.
Il Dipartimento di Stato Americano investe milioni di dollari nella guerra in Internet. Ai soldati a stelle e strisce viene insegnato, oltre a usare le armi, a fare i pirati sul web. Non solo. Bush ha chiesto aiuto agli hacker non militari per vincere la «guerra del web». «Purtroppo quello che si sta facendo veramente è poco, pochissimo» dice Degli Antoni. «Siamo in guerra, ripeto. Anche se non sembra. E se sappiamo per certo che il sistema che tutto vede, Echelon, funziona benissimo, non sappiamo ancora come funzionano i sistemi capaci di interpretare la marea crescente di dati e informazioni raccolta». Come si fa a organizzare i dati raccolti in qualcosa che poi serva, interpretandoli, a migliorare il sistema di sicurezza? Si torna all'antico, al vecchissimo problema della Rete: ai motori di ricerca. Si parla di motori in grado di usare non banche dati di parole, ma di regole. Come Cobrain della Intention Machine, ad esempio, un sofisticato software russo che poi in Usa è stato ulteriormente sviluppato e immesso sul mercato.
La guerra del web porterà il mondo intero a essere schedato, censurato, controllato? «La guerra del web nasconde un paradosso» ammette Degli Antoni: «se il potere non viene esercitato in modo militare, repressivo, ma viene affidato agli hacker, io credo che porterà non a una minore, bensì a una maggiore libertà.
L'hacker vive di libertà. Solo attraverso questa piena libertà, si potrà vincere questa strana guerra senza guerra. Io l'ho visto in Cina. A Pechino hanno chiuso gli Internet café, ma tutti per le strade hanno il cellulare incollato all'orecchio. Sembra di essere a Roma o a Milano. E se ci sono i telefonini a che serve censurare Internet?».

«Internet è l'ultimo tentativo di tenere in piedi gli stati. Che non esistono più. E le culture diverse. Anche quelle in via di estinzione. Da qui nasce il desiderio di censura». Spiega Gianni Degli Antoni, 66 anni, Responsabile del Polo di Didattica e Ricerca all'Università degli Studi di Milano a Crema, e di ritorno da un recente viaggio in Cina dove, dice, a censurare sono davvero bravissimi. Tutto qui? La censura come argine al prevaricare della cultura occidentale? Un modo per tenere in piedi gli stati nell'era della globalizzazione? «Niente affatto» ribatte. «In Cina ci hanno pensato per tempo e l'anno scorso hanno terminato la fase di espulsione di tutte le società di telefonia e di comunicazione, anche quelle italiane. China Telecom ha poi fatto una prova: per tre giorni nessun contatto con l'esterno, niente telefono, cellulari, Internet, satellite, nulla». Una prova riuscita. Per poi ricominciare a costruire un sistema tutto cinese, dove standard, sistemi e regole sono note solo alle autorità della Repubblica Popolare. E chi vuole collaborare deve trattare con China Telecom, che, a poco a poco, in modo sistematico, ha bloccato i siti web di notizie dei paesi occidentali, le pagine dei gruppi dissidenti e, in generale, qualunque sito al di fuori dello strettissimo regime di controllo che regna nel paese. Per il prossimo congresso del Partito comunista che si tiene a novembre, le autorità di Pechino non vogliono sorprese. E non hanno voglia di scherzare: tra i siti oscurati c'è un gioco dove il primo ministro cinese può essere preso a sonori schiaffoni dall'internauta (il gioco è: Slap The Evil Dictator Jiang Zemin). Su 2.400 cybercafé cinesi solo 30 hanno passato fino a oggi il vaglio della censura e sono stati riaperti. Ci sono imprenditori come Edward Zeng che hanno trascorso gli ultimi cinque anni a costruire cybercafé e gli ultimi 12 mesi a chiuderli. Con un notevole impegno economico, una specie di tassa allo stato, spiegano gli imprenditori cinesi del web. E la protesta cresce: un attivista che pubblica scritti politici su Internet è stato arrestato dalla polizia cinese il 25 settembre scorso con l'accusa di sovversione. L'uomo, accusato di aver diffuso online «molti articoli e saggi reazionari», di aver falsificato informazioni e diffamato il Partito comunista cinese (Pcc), è detenuto nella prigione di Lianyuan. Ma ogni giorno fioriscono siti alternativi: tra questi, quello che ha riscosso maggior successo è http://www.alltooflat.com/geeky/elgoog (una specie di google letto allo specchio). Inoltre, i navigatori cinesi possono aggirare la censura imposta su Altavista recandosi sul sito http://www.raging.com/ completamente speculare a quello del celebre motore di ricerca che è stato bloccato. Oggi infatti quando i 166 milioni di ricercatori del web cinesi cercano di accedere ai loro motori di ricerca preferiti vengono reindirizzati, senza alcuna spiegazione (a cosa servirebbe?), ad altri siti Internet come http://www.cj888.com/ o 21cn.com. Per fare tutto questo China Telecom ha chiesto aiuto anche alle tecnologie occidentali, alla Cisco, che ha preparato un potente sistema (si chiama proxy) in grado di controllare i collegamenti degli utenti e di reindirizzarli su altri siti. E poi si è accordata con Altavista, Google e anche con Yahoo! che ha evitato la censura eliminando dal motore parole come «democrazia» e sembra che intenda consentire alla polizia politica di spiare chat e forum per poter individuare coloro che criticano il regime comunista.

IL WEB VA ALLA GUERRA
Su quasi 200 paesi che nel mondo hanno collegamenti alla Rete, circa 70 sottopongono i media a controlli e a censure culturali e politiche. Tra questi, 32 si trovano in Africa, 14 in Asia, 9 in Europa, 3 in America Latina e 11 nel Medioriente. Un dossier sulla libertà di espressione pubblicato da Freedom House, organizzazione newyorkese impegnata nella difesa dei diritti umani e religiosi, parla di divieti, restrizioni, influenze politiche, economiche ed episodi di violazione della libertà di pensiero su Internet come sulla carta stampata e sulla Tv. Umberto Eco, in un suo recente articolo sulla «Guerra diffusa», ha paragonato Internet ai servizi segreti, un'arma fondamentale per vincere. Ecco allora che chi vuole attaccare inizia da qui, dalla censura del web. Che di solito inizia in questo modo: il giornalista dissidente è imprigionato, altre volte ucciso. Il suo sito chiuso. È accaduto in Tunisia dove il giornalista Zouhair Yahyaoui, meglio noto con lo pseudonimo Ettounsi e fondatore del sito di news (http://www.tunezine.com/), è stato arrestato il 4 giugno scorso in un cybercafé di Tunisi e condannato a 10 anni di prigione per «divulgazione di notizie false» in base al comma 2 dell'articolo 306b del codice di procedura penale tunisino. Altri casi analoghi sono capitati in Giordania e in Vietnam. Ma c'è anche chi ci rimette la pelle come il giornalista ucraino Géorgiy Gongadze, fondatore del sito Ukrainian Truth (da leggere solo se si conosce il cirillico), trovato ucciso a Kiev. E poi c'è l'attività dei Reporter senza frontiere (e con il sito italiano
http://www.rsfitalia.org/), molto vivaci nel denunciare violazioni di diritti di cronaca.
Ma Cina e Tunisia non sono casi isolati. Tutto il mondo musulmano è in ansia. In Egitto il controllo delle opinioni ha conseguenze pesanti sulla libertà, come dimostra la condanna a un anno di carcere inflitta al figlio del poeta Naguib Soror, reo di aver pubblicato su un sito un poema politico scritto dal padre negli anni Settanta. Negli Emirati Arabi il governo provvede a filtrare tutto il traffico Internet in entrata.
In Arabia Saudita sono già più di 2 mila i siti Internet oscurati, perché trattano in maggioranza di politica o di religione, ma anche di cultura pop o moda femminile, oltre 70 mila quelli controllati. Qui la censura è esplicita: chi si collega a un sito proibito vede comparire sullo schermo un avviso che lo informa che la censura è avvenuta «allo scopo di preservare i valori islamici». Chi firma questi divieti è l'Internet services unit (Isu) (in versione araba e inglese), un istituto governativo che ha tra i suoi compiti l'attività di «filtrare i contenuti Internet per prevenire la circolazione di materiale che sia in contraddizione con le nostre credenze o possa influenzare la nostra cultura». Di fatto l'Isu gestisce tutti i provider del paese. Con elenchi di siti occidentali che hanno passato il vaglio della censura (come Tucows ad esempio, sito noto per scaricare programmi).



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