Politica 14



Ministro dell'Economia e delle Finanze

Giulio Tremonti

a mio avviso, e non solo, è il migliore economista che abbiamo avuto in Italia e vorrei averlo visto lavorare "tranquillamente" per tutta la legislatura, senza nessun tipo di disturbo, sopratutto all'interno della Sua coalizione.

 



LA POLITICA NEL BELPAESE

Corrado De Cesare
IL FASCISTA DEL DUEMILA
Le radici del camerata Gianfranco Fini

Le ultime parole famose del camerata Fini:

 «Per essere di nuovo determinante, il Msi deve saper essere anche figlio di puttana» [Luglio 1991].

«Non occorre impostare un rilancio del Msi su una operazione di ridefinizione ideologica: tutti quanti diciamo che siamo i fascisti, gli eredi del fascismo, i post-fascisti, o il Fascismo del Duemila» [Luglio 1991].

 «Ai combattenti della Decima Mas, espressione più alta del valore dei nostri soldati, va il cameratesco saluto di tutto il Msi... Ognuno di voi, e con voi tutti i combattenti delle Forze Armate della Rsi, rappresenta la prova che chi è vinto dalle armi ma non dalla storia è destinato a gustare il dolce sapore della rivincita... Dopo quasi mezzo secolo, il fascismo è idealmente vivo...» [Maggio 1992].

 «Mussolini è stato il più grande statista del Secolo» [Settembre 1992].

 «Alleanza nazionale non è e non vuole essere un nuovo partito [ma] una confederazione di cui il Msi è il centro motore... L’identità è un passato che ha la capacità di diventare futuro, è memoria storica che costruisce l’avvenire» [Dicembre 1993].

«Mussolini è stato il più grande statista del Secolo... Ci sono fasi in cui la libertà non è tra i valori preminenti» [Giugno 1994].

aggiungo:

pochi mesi prima del Suo "storico" viaggio in Israele ha nuovamente dichiarato che "Mussolini è stato il più grande statista del Secolo..." e una volta arrivato in Israele non ha esitato a dichiarare "Mussolini come MALE ASSOLUTO..."
alla faccia della coerenza!

 



M.FELTRI: IL PIAZZISTA CHE SPIAZZA LA SINISTRA

Tratto da “Libero” del 4/04/2004

Potrà anche darsi che la prossima volta Berlusconi perda. Potrà darsi, come dice Giuliano Ferrara, che il ciclo creativo del premier sia concluso. Ma forse è altrettanto vero che Berlusconi ha vinto la sua battaglia. Oggi, con lui, la politica italiana è un'altra cosa. Berlusconi e il berlusconismo hanno vinto perché i primi berlusconiani d'Italia, ormai, sono gli antiberlusconiani. Il Cavaliere è riuscito a portare sul suo terreno non soltanto quelli (...) che lo hanno votato, ma anche quelli che lo hanno combattuto e lo combattono. Vale per lui e in buona parte per Umberto Bossi.

E non è certamente casuale che ieri Berlusconi abbia citato Bush e Reagan, due americani, e non altri. Berlusconi non appartiene alla stantia politica italiana ed europea, stratificata e aggrovigliata su secoli di pensiero raffinatissimo ma alla lunga compiaciuto e velleitario. Berlusconi è diretto e spiazzante, magari pure imprudente e talvolta sconclusionato, ma lo è perché la sua non è la politica della mozione e della mediazione. Per questo fa scandalo: la politica tradizionale, specialmente quella di sinistra, non ha sopportato di essere stata battuta quando credeva infine giunto il suo momento. Ma soprattutto non ha sopportato di essere stata battuta da uno che non aveva occupato le università né discusso per notti intere sui ponderosi testi progressisti e rivoluzionari. Da uno che non si è abbuffato di assemblee, ciclostilati, manifestazioni, antifascismo militante né di tutta quella muffa che doveva essere la strada più breve per arrivare alle masse, e invece ne ha prodotto un allontanamento drammatico.

Oggi Berlusconi è il primo elettore di se stesso: raramente si è potuta apprezzare una conversione così totale fra quello che il leader dice e gli elettori pensano e vogliono sentirsi dire. Molti commentatori non hanno colto il punto, e con faciloneria hanno giudicato Berlusconi un piazzista. Invece quando parla di internet, inglese, intrapresa, taglio delle tasse, infrastrutture, dice delle cose precise in cui crede, anche se spessissimo non ha la forza di metterle in pratica. L'inconcludenza forse lo porterà alla sconfitta, ma il suo modo di fare politica ha preso piede. Glielo copiano, e in peggio. Veniva deriso, dieci anni fa, quando agli esordi parlava con i sondaggi in mano e oggi non c'è partito che non ne commissioni e non ne divulghi. La forza dell'immagine, che si riassume nella presenza in tv, e in una presenza studiata, suscita ancora ironie, ma oggi i leader politici sono narcisi, impostati, hanno i capelli tinti, lo stilista di fiducia, calzature fatte a mano.

Ci si accapiglia sugli spazi televisivi, e fino all'arrivo di Berlusconi lo strumento è stato ignorato. La strategia moderna della propaganda politica è nata con Bossi e proseguita con Berlusconi, ma adesso è condivisa. Se Cè grida «Roma ladrona» e Berlusconi grida «comunisti bugiardi», a sinistra si grida al mafioso, al corrotto, al massone. Non sarà la migliore, ma è la strategia accettata da tutti e alla portata di tutti. È la strategia di una politica che - magari inconsapevolmente - non si propone di guidare i più umili per emanciparli, come ha predicato per anni la sinistra, ma dai più umili vuole farsi capire, prende spunto, li corteggia. Anche la sinistra lo fa e pare non accorgersene, per questo è vittima di Berlusconi. Ha dovuto inseguirlo e adeguarsi, ne è spiazzata, non riesce a maneggiare con disinvoltura la novità, a tornare sul suo terreno né a occupare interamente l'altro. Però ci prova. Comunque finirà l'avventura di Berlusconi in politica, questa sarà la sua vittoria. Lui è un leader che non si nasconde dietro la cavillosità del ragionamento e la millesima sfaccettatura. Dice precisamente che cosa ha scelto e che cosa intende fare (peccato non sempre lo faccia).

In questo non è per niente europeo. Infatti insieme con Blair, che è anglosassone, si è messo al fianco di Bush con una mossa che è stata giudicata acritica, e invece era semplicemente netta perché talvolta la politica obbliga a scelte nette, e sono scelte a cui l'Europa non è più abituata. Non scegliere significa morire di morte lenta. Se oggi c'è una speranza per l'Europa - nel giorno in cui Berlusconi sembra rinnegare l'Europa - la speranza è ancora Ber lusconi, al di là di quello che Berlusconi è, propone e fa.

Mattia Feltri


A. PANEBIANCO: ADDIO SOCIETA’ MULTICULTURALE 

Tratto dal “Corriere della Sera ” del 5/4/2004

Tony Blair ne ha fatta una delle sue. Ha sferrato un altro attacco al tempio della «correttezza politica», offrendo nuovi argomenti ai suoi tanti denigratori europei ma dando anche conferma, ancora una volta, della sua lungimiranza e delle sue doti di statista. Un uomo a lui vicino, il laburista di origine afro-caraibica Trevor Phillips, presidente della commissione per l'uguaglianza razziale, da sempre in prima linea nelle battaglie a favore degli immigrati, in una intervista al Times , ha attaccato frontalmente il mito della società multiculturale. Phillips ha dichiarato che il multiculturalismo è un'idea sbagliata, che ha fatto fin troppa strada nella società britannica degli ultimi decenni, e che va abbandonata.

Essa ha incoraggiato la separazione fra i gruppi alimentando i conflitti etnici. Al multiculturalismo va sostituita, d'ora in poi, un’attiva politica di «integrazione» degli immigrati. Non si può comprendere quanto esplosive siano queste tesi se non si considera il fatto che la società britannica, al pari di altre società anglosassoni, ha fatto negli ultimi decenni molti passi nella direzione del multiculturalismo, ossia della concessione di cosiddetti «diritti collettivi» ai vari gruppi etnici, di ampi riconoscimenti del diritto alla differenza culturale. Oggi che si constata quanto i frutti di quella politica siano avvelenati (lo mostra la radicalizzazione in senso antioccidentale di tanti giovani musulmani britannici) Blair sembra deciso a cambiare. C'è da scommettere che le polemiche saranno feroci, anche perché quello multiculturale è l'ultimo mito in ordine di tempo a cui si sia aggrappata ampia parte dell'intellighenzia occidentale, quella britannica compresa. In Italia su questi temi decisivi si continua a fare confusione. Per esempio, spesso si confonde la multietnicità con il multiculturalismo.

Ma la multietnicità è un fatto, dovuto all'immigrazione. Il multiculturalismo, invece, è un progetto. E' il progetto di una società in cui le divisioni culturali che contano siano difese dalla legge e sostenute da politiche coerenti. Blair, per il tramite di Phillips, ha finalmente il coraggio di affermare che quel progetto è incompatibile con i princìpi di una società liberale.

Il multiculturalismo è infatti uno dei tanti frutti del relativismo culturale, dell'idea secondo cui tutte le tradizioni culturali, anche quelle che, ad esempio, negano i principi di libertà individuale e di uguaglianza giuridica, debbano trovare rispetto e protezione legale al pari della nostra.
Abbandonare il progetto multiculturale non significa certo che si debba imporre agli immigrati di rinunciare a tutte le loro usanze. Si tratta piuttosto di negare protezione legale, e indulgenza culturale, a quelle usanze, e solo a quelle, che risultino incompatibili con i nostri principi liberali. O, che è lo stesso, si tratta di operare perché gli immigrati adattino costumi e credenze in modo tale da renderli coerenti con i princìpi e le regole della nostra convivenza civile.

E' stata la minaccia islamista a spingere Blair a un cambiamento di politica. Anche in Italia, su questo, bisogna cominciare ad essere chiari. Ci sono qui da noi musulmani che vogliono integrarsi, che vivono in modo moderno, e compatibile con la vita in Occidente, il loro credo religioso. Essi vanno aiutati in tutti i modi ad inserirsi. C'è però in Italia anche un Islam fondamentalista (purtroppo, si tratta dell'Islam più organizzato) che non accetta il nostro modo di vita. E' l'Islam che non vuole l'integrazione ma il riconoscimento della propria diversità culturale. E' il caso che anche noi si dica in modo netto, come ha cominciato a fare Blair, che non se ne parla proprio.

Angelo Panebianco


Alessandra: «Gianfranco ha strappato il cuore alla madre per la poltrona»

           «È UNA cosa veloce, devo solo fare un annuncio». Conosce la politica e gioca ad effetto Alessandra Mussolini, che arriva «sotto scorta», tra Roberto Fiore e Adriano Tilgher, all'Hotel Nazionale. Ma chi, tra i cronisti e soprattutto tra gli ex alleati della Cdl, si aspetta una mossa a sorpresa, rimane subito deluso. La strada della nipote del Duce è senza ritorno: «Alternativa Sociale sarà in 14 regioni, al di fuori dei poli, siamo il vaccino anti-poli». Ieri sera ha partecipato alla nostra sfilata di beneficenza, ma per il suo annuncio politico la leader di Alternativa Sociale sceglie il colore della tradizione: un tailleur nero mitigato solo da un dolce-vita rosa. Gli stessi colori della madre, Maria Scicolone, che siede in ultima fila ma non passa inosservata anche per la chioma rosso fuoco. Due aggettivi per dire che la via intrapresa è quella del non ritorno e due aggettivi per definire la sua nuova alleanza fuori dai poli: «Siamo anticomunisti e siamo anticapitalisti». Perchè, rivendica la parlamentare europea, non stare nè con il centrodestra nè con il centrosinistra è «prima di tutto una scelta di libertà, chiesta da chi non vuole stare nè da una parte nè dall'altra». Una scelta di libertà ma soprattutto una reazione di rifiuto «ad una politica che è solo potere per il potere, capriole e giravolte per una poltrona». E sono molte le ragioni di rifiuto che Mussolini elenca per sparare a zero sui suoi ex alleati ed annunciare il suo programma per le prossime regionali e amministrative. «Noi siamo nazional-popolari - dice la nipote del Duce senza timore di apparire demagogica - il nostro target è il ceto medio-basso. In Italia 22 milioni di persone sono poveri, le famiglie povere sono 4,5 milioni. Poi spara su «loro», gli ex alleati della Cdl e «lui» è Fini, l'ex presidente di partito che oggi Mussolini non si degna neanche di nominare. Ma va a «lui», l'ultimo, pesante, affondo della parlamentare: «Nella Cdl c'è una spaccatura squisitamente politica: ci sono forze che riconoscono la nostra valenza, più sociale che politica, e c'è, invece, chi addirittura in modo grossolano dice che la sinistra tifa per i neofascisti. È una persona che ha strappato il cuore alla madre per arrivare dove è arrivato». Alessandra guarda la madre e chiude: «A noi questa politica non interessa, la politica è sentimento.


CDL/ MUSSOLINI:CON FINI NESSUN RAPPORTO, SOLO QUELLI GIUDIZIARI.
Alternativa sociale non farà mai accordi

 Roma, 21 feb. (Apcom) - Fra Alessandra Mussolini e Gianfranco
 Fini non ci sono ormai più rapporti, li lega solo una denuncia
 per calunnia aggravata che la leader di Alternativa sociale ha
 presentato contro il vicepremier e ministro degli Esteri per
 calunnia. Lo dice la leader di Alternativa sociale a Radio
 radicale.

 "Con Fini non ci sono rapporti - dice la Mussolini - io l'ho
 denunciato  perché non ha smentito le invettive molto volgari nei
 miei confronti a lui attribuite, e io l'ho denunciato perché sono
 rivolte ad una donna, perché lui si è permesso di dire questo ad
 una donna, offendendomi. Quindi deve pagare, ha l'immunità  ma
 paga, per questo l'ho citato civilmente e denunciato penalmente
 per ingiurie aggravate nei miei confronti". Critiche anche per il
 vice presidente vicario di An, Ignazio La Russa, "artefice in
 Commissione di vigilanza Rai dell'emendamento fatto per escludere
 Alternativa Sociale dalla par condicio, un fatto antidemocratico
 e incostituzionale". "Quello che dice La Russa non mi interessa
 minimamente. La loro tattica è di separarmi da Alternativa
 Sociale, ma invece dovranno fare i conti con Alternativa Sociale
 che non fa accordi né ora  né mai", conclude la Mussolini.


Mussolini: La Nipote Alessandra, Immagini Scioccanti

Di (Jet/Ct/Adnkronos)

Bologna, 26 feb. (Adnkronos) - ''Ho visto le immagini questa mattina su un quotidiano, sono immagini scioccanti che mi hanno fatto venire un odio sia nei confronti di quelli che hanno provocato questo scempio, sia nei confronti di coloro che hanno sfruttato e utilizzato mio nonno a fini politici''. ''E intendo quelli di Alleanza nazionale''. Cosi' Alessandra Mussolini a Bologna per presentare la lista regionale di Alternativa sociale commenta con i giornalisti i fotogrammi riportati quest'oggi dal quotidiano La Repubblica di un filmato inedito girato la mattina del 29 aprile 1945 all'arrivo dei cadaveri di Benito Mussolini e Claretta Petacci a piazzale Loreto.


Alessandra Mussolini: almeno fino al 1936, tanti italiani si erano identificati in mio nonno

“Fu l’odio di chi lo aveva amato”

 

Roma – “il primo pensiero di fronte a quei fotogrammi? Noi non perdoneremo mai. Da una famiglia che ha vissuto quel che abbiamo vissuto noi, non ci si può aspettare il perdono per uno scempio del genere”. Nel giorno delle immagini shock sul Duce a piazzale Loreto, ad Alessandra Mussolini trema la voce. “Io fino a vent’anni nemmeno avevo mai visto le foto di mio nonno cadavere, mio padre non aveva mai voluto che entrassero in casa nostra”, racconta.

Un modo per rimuovere il passato?

“Un modo per difenderci da tanto orrore. A vent’anni ero a Londra, mi comprai quasi dinascosto una cassetta e finalmente vidi cos’era stato piazzale Loreto”.

Prima diceva del perdono. Per lei, per la sua famiglia, la pacificazione nazionale dopo tanti anni non è un valore?

“Io dico che a noi non si può chiedere di perdonare i massacratori di mio nonno, la pacificazione sul piano storico è un’altra cosa, quella la lasciamo agli storici”.

Piazzale Loreto è la conseguenza di un paese lacerato da vent’anni di dittatura. A casa vostra di questo si parlava?

“Se ne parlava, certo, ma la versione che io conosco, attraverso i racconti di famiglia, non è assolutamente quella che ritrovavo a scuola nei libri di storia”.

Qual era allora la versione di casa Mussolini?

“Piazzale Loreto è l’odio che segue la fine di tutti i grandi amori. Perché quello fra gli italiani e mio nonno è stato un grande amore. Solo un uomo del suo carisma poteva suscitare emozioni tanto forti, nel bene e nel male. Il popolo in lui e nella sua politica rivoluzionaria si è identificato, almeno fino al 1936”.

E i dieci ani successivi? E la guerra, le leggi razziali, l’alleanza con Hitler?

“Quello delle alleanze nefaste è un altro capitolo, nessuno si sogna di minimizzare. Ma con tutto questo, il fascismo non può essere in alcun modo equiparato al nazismo, anche se poi, è chiaro, quando perdi una guerra la storia la scrivono i vincitori”. (b.j.)



Elenchi fasulli alle elezioni regionali

Trucchi per tutti (con prescrizione)

Non c'è partito in Italia che non sia stato beccato in passato con le mani sporcate dall’inchiostro delle firme false

ROMA - Hanno del fegato, gli indignati che ieri hanno sdiluviato dall’una e dall’altra parte in focosi commenti sull’esclusione dalle Regionali laziali di Alessandra Mussolini. Ha del fegato chi da sinistra sbraca come Mario Di Carlo che «l’eliminazione è l'ultimo trucco del prestigiatore Storace» e tuona «basta con la politica dei trucchi e dei guardaspalle!». E ha del fegato chi da destra gongola come lo stesso governatore uscente: «Salutateme Marrazzo!». Per non dire della nipote del Duce che strilla: «È un regime alla Ceausescu!». Tutti sfoghi che grondano ipocrisia quanto trabocca d’acqua la cascata dell’Iguassù.

Non c’è partito infatti, in tutta l’Italia, che non sia stato beccato in passato con le mani sporcate dall’inchiostro delle firme false. Perfino i radicali, cui va riconosciuto il merito di avere condotto per anni una battaglia praticamente solitaria di puntuale, sistematica, documentata denuncia di un’infinità di brogli, finirono qualche anno fa per essere sfiorati da una delle tante inchieste della magistratura su questo fenomeno che infetta la nostra vita democratica. Quella condotta dai giudici di Udine sulle provinciali e le comunali del ’95 che vide l’arresto di 11 persone e il rinvio a giudizio di 71. Col coinvolgimento più o meno grave di Alleanza Nazionale, Forza Italia, Ccd, Lista Pannella, Lega Friuli, Pds, Verdi colomba, civica «Per Udine», Patto Democratici e Ppi. Insomma: tutti o quasi tutti. Se per i radicali si trattò di un peccato isolato, almeno stando alle indagini precedenti e successive, non così si può dire degli altri. Che in materia sono diventati nel tempo dei fuorilegge incalliti.

Hanno imbrogliato spessissimo sulle liste gli eredi della Dc, la quale aveva una lunga tradizione anche di congressi decisi grazie alla delega di iscritti morti e defunti, i cui nomi erano stati recuperati tra le scartoffie di sezioni sbarrate da tempo immemorabile o addirittura dalle lapidi dei cimiteri. Per fare solo alcuni casi, basterà ricordare l’inchiesta sulle firme false raccolte in Trentino alle ultime politiche per Sergio Mattarella, quelle alle comunali di Monza per l’Udc di Marco Follini o ancora quelle tirate su a Genova per le comunali del 1997, dove risultarono false 428 su un totale di 1.270 sottoscrizioni presentate dal Ccd di Pier Ferdinando Casini e dal Cdu di Rocco Buttiglione. Diceva già tutto quella inchiesta genovese di otto anni fa, nella quale si inguaiarono 49 esponenti delle varie forze politiche. Erano false 310 firme su 1.148 del Msi-Fiamma tricolore, 314 su 1.261 delle Liste civiche associate, 187 su 1.183 dell’asse Pri-Socialisti, 153 su 1.133 del Ppi e 161 su 1.141 dei Verdi, 388 su 1.351 del Rinnovamento italiano di Lamberto Dini... Da non confondere col «Rinnovamento» di Rodolfo Marusi Guareschi, il fondatore della Repubblica della Terra che nella sua reggia di Sant’Ilario d’Enza, da dove prometteva l’abolizione della morte («Un problema gradualmente risolvibile») e garantiva «la dimostrazione della ragione e del torto», fu raggiunto dall’avviso che nella faccenda delle liste fasulle avevano beccato pure lui.

E la Lega Nord, nata per cambiare finalmente i «vecchi sistemi della politica romana»? Beccata. Più volte. Come per esempio in Toscana, alle ultime politiche del 2001. Nella cui scia sono stati condannati con rito abbreviato l’allora presidente regionale Vincenzo Soldati e tre suoi assistenti: per tirar su le firme avevano loro pure, come i vecchi e disprezzati satrapi socialisti e socialdemocratici della prima repubblica, resuscitato un po’ di morti. La storia di questi ultimi anni è ricchissima di episodi. Erano false, per i giudici, le firme raccolte da Forza Italia che permisero agli azzurri di conquistare Rossano Calabro. False le 4.000 firme convalidate a Torino per «Rinnovamento» dal cancelliere Giuseppe Santoro, finito in manette con l’accusa di aver intascato in cambio una decina di milioni. False molte firme collezionate dal Fronte Nazionale alle Europee del 1999. False addirittura 574 delle 725 firme presentate da Forza Italia, Alleanza Nazionale e Ccd per candidare alle suppletive di Bologna del 1999 il vegliardo docente di ematologia Sante Tura. False migliaia di firme rastrellate per vari candidati alle ultime «politiche» da sette personaggi di spicco della Casa della Libertà a Bologna.

False centinaia e centinaia di firme alle ultime regionali del Molise, chiuse con la decisione della Digos di denunciare 16 segretari provinciali dei partiti (fatta eccezione per i Democratici) e 22 pubblici ufficiali. Quasi certamente false tantissime firme raccolte alle regionali del 2000 da un po’ tutti i partiti e un po’ ovunque. Basti pensare a tutti quei casi in cui, come denunciarono i radicali in 83 esposti a tutte le Procure, chi c’era e chi non c’era in lista fu deciso solo all’ultimo istante. Troppo tardi per poi svolgere tutte le pratiche in linea con la legge. Insomma: un andazzo vergognoso. Chiuso all’italiana: con l'abolizione del reato. Avvenuta a metà luglio del 2003. Quando la maggioranza di centro-destra varò (270 sì, 154 no, 5 astenuti) la depenalizzazione. Niente più arresti e condanne a uno o due anni di carcere: d’ora in avanti, al massimo un’ammenda da 500 a 2.000 euro.

Tanto che sia gli imputati di destra per gli imbrogli di Bologna sia quelli di sinistra per gli imbrogli di Trento, sono stati subito prosciolti: prescrizione. All’estero, almeno nei Paesi seri, direbbero forse che non c’è vera democrazia là dove si può imbrogliare impunemente sulle liste elettorali pagando un obolo inferiore a certe contravvenzioni stradali. Qui da noi, davanti alle «critiche di tipo giustizialista» (testuale), il relatore Michele Saponara spiegò che, in fondo, questi imbrogli sulle firme «non sono reati pericolosi socialmente». Peggio, aggiunse: «Molti Tribunali avevano i processi sospesi per conoscere l’esito di questa legge e non potevamo indugiare oltre». Per capirci: gli imbroglioni andavano tirati fuori dai guai. Almeno lui, ieri, ha avuto il buon gusto di non avventurarsi nei commenti.

Gian Antonio Stella


DOPO IL VOTO, CONTINUARE CON PIU’ FORZA E COESIONE PER L’AFFERMAZIONE DI ALTERNATIVA SOCIALE

di Alessandra Mussolini

 Le elezioni regionali del 3 e 4 aprile scorso hanno determinato un vero e proprio terremoto politico.

La CdL ha subito un tracollo – fors’anche inaspettato – a fronte di una limpida affermazione sia in termini assoluti che percentuali del centro-sinistra.

Il risultato di Alternativa Sociale, pur nella difficoltà di una campagna elettorale aggressiva e a tratti violenta, è da considerarsi complessivamente positivo.

Infatti, siamo riusciti - con enormi sforzi - a presentare nostre liste in ogni regione e nelle due province chiamate al voto e rispetto alle europee del 2004 nella media nazionale ALTERNATIVA SOCIALE ha raccolto un + 0, 4 4   % (fonte: Ministero dell’Interno), raggiungendo o superando partiti consolidati e schierati come l’Italia dei Valori e lo SDI.

Desidero ringraziare con tutto il cuore tutti coloro che in Libertà di Azione, nel Fronte Sociale Nazionale, in Forza Nuova e nella Fiamma Tricolore hanno contribuito per ottenere ciò dedicando tempo, risorse ed energie.

Così come desidero dire ancora una volta “grazie” a chi mi ha sostenuto nei difficili giorni dello sciopero della fame in attesa di una sentenza che certamente ci ha ridato l’onore ma non il tempo per fronteggiare come potevamo i nostri avversari politici.

Certamente, la particolarità delle consultazioni amministrative, fortemente compromesse da logiche clientelari, nonchè gli appelli pubblici a non votare ALTERNATIVA SOCIALE fatti dalle reti tv nazionali dal Presidente Berlusconi, non hanno giovato ad una campagna elettorale già complicata da una assoluta privazione di presenza sui media e sofferente nelle disponibilità economiche.

Alcuni risultati, tuttavia, ci hanno particolarmente inorgoglito, in particolare quelli relativi a zone disagiate e alle periferie romane, sintomo di come la nostra azione politica sia percepita positivamente dagli strati più bisognosi della popolazione. 

Sappiamo tutti che la scelta di essere alternativi al "polulivo" determina, in un sistema bipolare, la difficoltà oggettiva di proporre con forza il proprio programma a la propria identità.

E anche per questo occorre, ora, consolidare la nostra presenza e la nostra azione sociale e politica su  tutto il  territorio per affrontare le prossime sfide con rinnovata coesione e matura condivisione di obiettivi tra tutte le componenti di ALTERNATIVA SOCIALE , creando una matrice comune anche organizzativa. 

Abbiamo dimostrato che ci siamo e che siamo fortemente determinati a perseguire il nostro progetto con tutta l’energia possibile.

A questo programma Libertà di Azione continuerà a dare corpo convinta com’è che ALTERNATIVA SOCIALE rappresenti per l’Italia l’unica vera possibilità di creare una terza via rispetto a quella politica lontana dal popolo portata avanti dalla CdL e dall’Unione.

Alessandra Mussolini


I responsabili di Alternativa Sociale sostengono che l’ ex governatore del Lazio non voleva i voti di Fiamma, Forza Nuova e Fronte

Alemanno difende Storace dalle accuse azzurre ma Fi rammenta che la Mussolini andava recuperata

di Ruggiero Capone

Francesco Storace pare non abbia intenzione di darsi per vinto, e che voglia considerare la recente sconfitta come una battaglia giocata male. L’ex governatore del Lazio è di fatto tornato a fare politica nel suo partito, An, che più volte aveva accusato d’essere lontano dalle istanze sociali del popolo italiano. Con Epurator (il nomignolo venne affibbiato a Storace ai tempi della Commissione di Vigilanza Rai) è più che mai solidale Gianni Alemanno (leader della Destra sociale di An). Ma Forza Italia punta il dito contro l’ex governatore sostenendo “se abbiamo perso qualche colpa sarà pure di Storace che ha, senza dubbio alcuno, governato bene, ma mal gestito il rapporto con i fuoriusciti di Alessandra Mussolini, quelli che hanno portato via il due per cento alla Cdl”. Di fatto Storace è oggi un vaso di coccio tra più vasi di ferro. Infatti la Destra sociale (corrente a cui appartiene Storace) voleva in un primo momento dialogare con Alessandra Mussolini, per scongiurare una fuga di voti, ma Gianfranco Fini ha di fatto vietato qualsiasi trattativa. In molti accusano l’ex governatore di essersi mostrato accondiscendente, di aver obbedito al divieto senza tentare d’usare il migliore dei suoi assi nella manica: cioè quello del battitore libero, che, fregandosene dei diktat di Fini, avrebbe potuto accordarsi con la Mussolini e altri dissidenti dimostratosi padrone della situazione, vero arbitro nel Lazio tutti i partiti della Cdl. Di fatto la sconfitta del centro-destra è anche addebitabile al calo di quell’iniziativa storaciana,

che in passato ha sempre dato i suoi frutti. “Storace s’è imborghesito, sulla trattativa con la Mussolini non ha nemmeno tentato un braccio di ferro con Fini”, commenta un militante che lo conosce bene. Chi era vicino alla Mussolini, vale a dire esponenti di Fiamma, Forza Nuova, Fronte sociale nazionale e Libertà d’azione, è pronto a giurare che “Storace sulle prime ha tentato d’aprire un dialogo, poi ha obbedito a Fini, e, pur sapendo che Berlusconi voleva dialogare con Alessandra Mussolini, ha preferito, per tranquillità sua personale, evitare ogni trattativa”. “Storace dava per scontato di farcela da solo, che si trattasse, dopo cinque anni di buon governo, d’una vittoria scontata”, precisano da Forza Italia. “E’ bene chiarire che circola una favola sui voti raccolti dal presidente Storace: le liste della coalizione di centrodestra hanno raccolto 1.389.366 voti; L’onorevole Storace ne ha raccolti 1.522.188, ovvero centotrentamila in più”, precisa l’ufficio stampa della Lista Storace. Intanto la Destra sociale si smarca, e tenta di scaricare la responsabilità della sconfitta laziale sul governo nazionale. “Questo governo sta esaurendo la sua funzione, dobbiamo pensare alla squadra e al programma da presentare alle politiche del 2006: dobbiamo rigenerarci - afferma Gianni Alemanno (ministro per le Politiche agricole) - il mancato rinnovo del contratto degli statali ha influito soprattutto nel Lazio”. E lo stesso Alemanno (uomo della corrente di An di Storace) non crede che abbiano pesato sulle elezioni le mancate alleanze con Alessandra Mussolini e con i radicali, però rilancia la riforma del sistema elettorale in senso proporzionale: “sono sempre stato favorevole al proporzionale corretto con sbarramento e premio di maggioranza”, commenta il ministro delle Politiche agricole.
Anche Destra protagonista (corrente di Gasparri e La Russa) incolpa della sconfitta Storace, sostenendo che il governatore avrebbe dato troppo per scontata la vittoria, “sottovalutando il centro-sinistra”. Ma la sconfitta elettorale, secondo il leader di Alleanza Nazionale (Gianfranco Fini), non è stata dovuta alla cattiva gestione delle regioni (il vice premier ha elogiato il buon governo dei presidenti del centrodestra), ma a qualcosa che non ha funzionato a livello governativo, e soprattutto alla conduzione della leadership della Casa delle Libertà. Ma
Berlusconi, proprio per rispondere ad An, ha escluso la possibilità di una crisi di governo a breve termine. Viene ipotizzato da molti un ampio rimpasto ministeriale, anche al fine di dare all’elettorato la sensazione di una correzione di rotta: quindi della piena comprensione delle indicazioni venute dal voto popolare.
Intanto il caso Storace conferma quanto venne ipotizzato con la sconfitta di Silvano Moffa (ex presidente di An della provincia di Roma), l’enorme voragine comunicazionale nel centro-destra e, soprattutto, in An.


DAL SECOLO D'ITALIA:
IN TV IL PREMIER HA SANCITO FINE DEL BERLUSCONISMO


Roma, 7 apr. - "Come interpretare l'improvviso ritorno di Berlusconi in Tv? Come l'inizio di una nuova stagione del berlusconismo? A nostro avviso e' vero il contrario: il premier evitando le comode e compiacenti poltrone di 'Porta a Porta' e irrompendo in campo avversario ha sancito la fine della strategia indissolubilmente connessa alla sua immagine, il berlusconismo appunto". Cosi' questa mattina Riccardo Scarpa sul Secolo d'Italia, affronta la presenza del premier ospite delle trasmissioni televisive e offre una riflessione sulle possibili strade da intraprendere nei 12 mesi che ci dividono dalle elezioni politiche del 2006. "Fra domenica e lunedi' - si legge sul quotidiano di Alleanza Nazionale - abbiamo assistito alla fine di un momento, al dissolversi dell'epopea del condottiero invincibile, dell'uomo solo al comando, del leader che diffondeva ottimismo da migliaia di manifesti sei per tre, che da solo apparendo in affollate convention rastrellava voti, che trascinava da solo tutta la coalizione".


L'ex alleata di An e Udc: ''Li denuncio tutti''

Lista Mussolini, la Procura di Roma apre un fascicolo

Dopo la denuncia di An sulla falsità delle firme a sostegno della lista 'Alternativa sociale'


Alessandra Mussolini, leader di 'Alternativa sociale'

Roma, 11 mar. - (Adnkronos) -

Falso e violazione della legge elettorale: sono i reati ipotizzati, per il momento contro ignoti, nel fascicolo aperto dalla Procura della Repubblica di Roma in seguito alla denuncia presentata ieri sulla falsità delle firme dei sottoscrittori della lista ''Alternativa sociale'' facente capo ad Alessandra Mussolini. Il fascicolo e' affidato al pubblico ministero Francesco Ciardi.

A presentare la denuncia e' stato ieri il prof. Marco di Vincentis, candidato della lista Storace e primario otorino presso il Policlinico Umberto I. La denuncia era stata presentata nella tarda mattinata per sostenere la falsita' delle firme apposte a sostegno della lista della nipote del duce.

Ma la Mussolini passata al contrattacco, ha annunciato esposti contro i suoi ex alleati. ''Li denuncio tutti. A cominciare da An e Udc che hanno raccolto firme in modo vergognoso - ha detto in una una intervista a 'Il Giornale'- Io invece per Alternativa sociale sono andata in strada, negli ospedali, tra la gente''.


SCIOPERO DELLA FAME PER ALESSANDRA MUSSOLINI


Alessandra con Suo Padre Romano

Sciopero della fame per Alessandra Mussolini. La fondatrice di Alternativa Sociale annuncia l'inizio di uno sciopero della fame di protesta in attesa della decisione del Tar del Lazio sulla esclusione della lista da lei guidata alle prossime elezioni regionali del Lazio.

"Dalle 9 di questa mattina, orario in cui sarà depositato il ricorso presso il TAR del Lazio contro la esclusione politica della lista di Alternativa Sociale dalle elezioni regionali - si legge in una nota della Mussolini - inizierò uno sciopero della fame sino alla decisione dell'organo giudicante.
Mi posizionerò nelle adiacenze del Tar con un mezzo di fortuna, restando lì giorno e notte in attesa della decisione, attuando una iniziativa non violenta per la difesa delle libertà politiche e civili in Italia".

Il provvedimento di esclusione dalla tornata elettorale amministrativa è stato adottato a prescindere dall'inchiesta aperta dalla procura di Roma in seguito ad un esposto presentato dal candidato della lista Storace Marco De Vincentis che ipotizzava la presenza di firme false.
L'indagine è stata avviata ieri così come è stata aperta una indagine anche dalla procura di Latina.
A sua volta Alessandra Mussolini aveva annunciato la presentazione di un esposto alla procura di Roma contro due liste, Trifoglio e Msi con Rauti, che sostengono la rielezione di Francesco Storace.
Appena appresa la notizia Alessandra Mussolini ha puntato il dito contro colui che giudica il regista dell'esclusione: il presidente della regione Lazio Francesco Storace. "Questa è un'esclusione politica è una cosa inaudita.

Si tratta di un golpe ordito da Storace. Farò un ricorso da farlo a pezzi. Io ho in mano i moduli autenticati da Sergio Marchi, consigliere di An e se elimini una forza politica avvantaggi le altre. Noi abbiamo fatto un esposto anche sulle liste presentate da Rauti".


 L'ANTIFASCISMO NON SI PROCESSA: SI PRESCRIVE



E si prescrivono anche le stragi, pure quelle fatte col fuoco, pure se ci muore un ragazzo di 22 anni, pure se ci muore un bambino di 8. E si prescrivono dopo che per anni e anni lo Stato non ha mosso un mezzo dito per richiedere l'estradizione di Achille Lollo, vacanziero in Brasile e iscritto anche nelle liste elettorali dell'Ulivo.
Ovviamente e sacrosantemente, alla manifestazione di protesta, i parenti dei fratelli Mattei, giovanissime vittime dell'orrore di allora, hanno scacciato i rappresentanti di AN, e persino i meno colpevoli ragazzini di Azione Giovani. Di questa solidarietà nessuno se ne fa niente, della prescrizione dei reati in AN sono i primi a saperne qualcosa, è o no il loro governo a portare avanti i disegni di legge per salvare i soliti noti?
In quanto a Roberta Angelilli, deputata di AN con più curve che cervello e pronta a cavalcare la tragedia dei fratelli Mattei anche in campagna elettorale, scacciata anche lei dai parenti alla manifestazione, come politica non la giudico per pietà, come persona penso che "cretina" le renda abbastanza giustizia: è anche abbastanza nota nell'ambiente, e anche a sinistra, perché non perde occasione per fare clamorose figure di m@#*.
Quadretto completo.
Adesso Achille Lollo è libero come l'aria (gli altri due sono sempre stati uccel di bosco, Lojacono ricevette persino la solidarietà attiva di Giacomo Mancini...), e se volesse potrebbe tornare in Italia da uomo libero. Io spero che ritorni davvero...


NPD FUORILEGGE, IL SISTEMA CI RIPROVA

Manifestazione dell'NPD 

Roma, 29 gen. (Apcom) - Dopo il fallimento, lo scorso anno, del ricorso alla Corte costituzionale per mettere al bando la Npd (Nationaldemokratische Partei Deutschland, partito di estrema destra neonazista) molti politici tedeschi reputano poco produttivo un ulteriore tentativo in questa direzione. A sorpresa invece un giudice della Corte costituzionale tedesca ieri, e il presidente della stessa Corte oggi, hanno affermato che un nuovo procedimento potrebbe sortire un risultato diverso. A loro parere, la Corte di Karlsruhe nel 2004 non aveva rilasciato alcun certificato di "buona condotta" perpetuo alla Npd, né tantomeno escluso a priori l'incostituzionalità del partito di estrema destra.

Il presidente della Corte costituzionale, Hans Juergen Papier, ha scritto sulla Bild am Sonntag che non esiste "alcuna preclusione verso futuri divieti" della Npd. Ieri, al settimanale Spiegel, una altro giudice di Karlsruhe, Winfried Hassemer aveva dichiarato: "Non abbiamo dato una patente di buona condotta alla Npd". E ha respinto l'accusa, secondo la quale il fallito ricorso alla Corte costituzionale avrebbe addirittura aumentato la popolarità del partito di estrema destra.

Il cancelliere federale Gerhard Schroeder aveva avanzato l'ipotesi, alcuni giorni fa, di riproporre alla Corte di Karlsruhe il quesito sulla costituzionalità della Npd. Nel panorama politico tedesco si stanno delineando con sempre maggiore chiarezza due fronti: da un lato la Spd e la Cdu, i due principali partiti (il primo al governo , il secondo all'opposizione) che si dicono favorevoli a tentare un nuovo ricorso, dall'altro lato due partiti minori, Verdi e liberali che sono invece contrari alla strada del divieto.

 


ANTIFASCISTI DA SEMPRE

ALLEANZA MULTI-NAZIONALE

 10 anni di An con la stessa classe dirigente. Si rinnega tutto per le poltrone, ma ci si tiene stretti il simbolo di quel che fu l'msi. 

ROMA – Nell'autunno del '92, uno stimato docente di Scienza della politica scrisse un paio di articoli sul Tempo per incoraggiare il Msi a dar vita ad «un'Alleanza nazionale». Iniziò così il percorso che, esattamente 10 anni fa, portò alla nascita di An. Quel professore, Domenico Fisichella, divenne il fiore all'occhiello del nuovo partito, fu ministro dei Beni culturali e, oggi, vicepresidente del Senato.
Era proprio necessario superare il Msi? «Sì, e i missini avevano già avviato un certo processo di revisione, che però subiva i limiti della prospettiva proporzionalista e della conventio ad escludendum che pesava ancora sulla Destra».
Da allora, la classe dirigente del partito è rimasta pressoché immutata... «È vero, com'è vero che nel primo governo Berlusconi la Destra espresse due ministri, il sottoscritto e Publio Fiori, che non venivano dal Msi, mentre oggi tutti i ministri di An sono ex missini».
Come spiega il mancato ricambio? «Col fatto che i segmenti di società civile alla ricerca di un impegno politico preferiscono rivolgersi al partito più forte, ovvero a FI».
Tutto qui? «C'è stato anche un ricompattamento della componente missina che ha escluso gli esterni da tutti i posti di direzione politica».
Il motivo? «I motivi sono due: la struttura missina non è stata toccata dal crollo dei partiti e l'attuale vuoto di prospettiva culturale ha privato An di un terreno sul quale impiantare e far emergere una nuova classe dirigente».
Un «vuoto culturale»? «Certo, nei sette anni passati all'opposizione An non ha sviluppato una propria cultura politica. Manca l'idea del sistema Italia, e questa è una delle cause dell'evidente declino del Paese».
Durante la Prima repubblica, la cultura di Destra era assai meglio rappresentata di adesso. Curioso, no? «Il fatto è che oggi la democrazia mediatica ha prodotto un appiattimento omologante che allora non c'era. E la Destra è immersa in questa poltiglia che impedisce il fiorire di opinioni diverse».
La mancanza di una chiara identità è dunque frutto dell'epoca? «Sì, ma anche del fatto che il discorso dell'identità è stato sacrificato rispetto alle esigenze di equilibrio all'interno della coalizione».
An poteva fare di più? «An doveva fare di più, ma, per timidezza o per paura, non l'ha fatto. E ciò ha consentito alla Lega di esercitare una sproporzionata capacità di interdizione».
Di cosa si è avuto «paura»? «Vede, negli ultimi 11 anni, la leadership del partito ha spesso avviato dei passaggi politici in aperta polemica con Berlusconi, e, avendo sempre sbagliato il terreno del confronto, ne è risultata sistematicamente sconfitta».
Si riferisce all'esperimento dell'Elefantino con Segni? «Sì, ma anche al mancato scioglimento delle camere nel '96. Il risultato, è un riflesso condizionato che rifugge dall'autonomia».
Su quale punto An dovrebbe essere più autonoma? «Sulla difesa dell'unità nazionale: il federalismo accentuerà la conflittualità tra i livelli dello Stato e renderà ancor più difficile la nascita di quel sistema Italia di cui parlavamo prima».
In coscienza, ci sono differenze tra An e FI? «In teoria, ci sarebbero. In pratica, però, devo ammettere che non le vedo».

 


PER NON DIMENTICARE

SPAVENTOSO CINISMO di un'azione militare del tutto ingiustificata. Nel febbraio del 1945 la Germania era sconfitta ma gli angloamericani decisero ugualmente …

IL BOMBARDAMENTO DI DRESDA




Scene infernali. Dopo aver raccolti i miseri resti bruciati, sullo sfondo, un gigantesco falò li incenerisce del tutto.

UN INUTILE MASSACRO - 200.000 CORPI INCENERITI
macabro record di disumanità, non eguagliato neppure dai bombardamenti atomici sul Giappone
Dresda non era mai stata toccata seriamente dalla guerra, sia per la posizione geografica 
sia perché non aveva né industrie né impianti militari rilevanti.
Ma l'importante era "terrorizzare". Ci riuscirono !


Amburgo, ore 0.55 del 28 luglio 1943. "... Fu l'inizio di un nuovo attacco aereo. Il fosforo dilagò sull'asfalto. Bombe a benzina alzavano nell'aria fontane di fuoco alte venti metri. Fosforo già incendiato si riversò sulle rovine come un violento acquazzone. Sibilava e turbinava come un ciclone. Bombe più grosse e potenti sollevarono letteralmente in aria intere case.... Le persone uscivano urlanti dalle rovine. Torce viventi vacillavano e cadevano, si rialzavano e correvano sempre più in fretta... Alcuni bruciavano con fiamme biancastre, altri avvolti da fiamme di un rosso acceso. Alcuni si consumavano lentamente in una incandescenza giallo - blu, altri morivano in modo rapido e pietoso. Ma altri ancora correvano in circolo, o si agitavano a gambe all'aria, sbattendo la testa avanti e indietro e contorcendosi come serpi prima di ridursi a piccoli fantocci carbonizzati. Si muovevano, quindi erano ancora vivi... Il sergente, sempre così calmo, perse per la prima volta il controllo da quando lo conoscevamo. Proruppe in un acuto grido: 'Fateli fuori, per Dio, accoppateli'... Sembra brutale. Era brutale. Ma meglio una morte rapida, data con un colpo di pistola, che una lenta, mostruosa agonia. Nessuno di loro aveva la minima possibilità di salvezza"
(da Germania Kaputt , di Sven Hassel - Ed. Longanesi, Milano).

Per parlarvi di Dresda e del suo martirio abbiamo preferito parlarvi prima di Amburgo, perché fu in questa città che, come vedremo, per la prima volta si sviluppò una tecnica distruttiva che prese il nome di Feuersturm , tempesta di fuoco. Ad Amburgo successe per caso, un caso che fu studiato e analizzato, per essere poi applicato scientificamente sulla città di Dresda.

E abbiamo voluto aprire il nostro studio con le parole di Sven Hassel, soldato di un reggimento corazzato di disciplina, che combatté su quasi tutti i fronti in cui fu impegnata la Germania e lasciò, coi suoi libri, una testimonianza impressionante. I libri di Sven Hassel furono definiti, anni fa, da un critico, libri di "bassa macelleria". E' verissimo, ma altro non potevano essere, dati gli argomenti.
Sono gli stessi argomenti che tratteremo in questo lavoro. E' una specie di discesa nell'orrore che non si vorrebbe mai percorrere, ma che non si può evitare, se si vuole fare della Storia e non dell'iconografia, in cui quelli che vincono sono i buoni.

Dresda era, in assoluto, la più bella e romantica città della Germania, e una delle più belle e romantiche d'Europa. Aveva scorci di grande suggestione, palazzi barocchi e rococò, piccole case di legno e mattoni fulvi che risalivano al medioevo gotico, vicoli punteggiati di taverne e birrerie senza tempo. Priva di industrie primarie, Dresda viveva una vita culturale intensa e cosmopolita. Apparteneva al mondo, non solo alla Germania, e tanto meno alla Germania nazista.
La distruzione arrivò su questa città nel febbraio del 45, quando le sorti della guerra erano ormai segnate. Un uomo che senza dubbio la sapeva lunga, l'architetto Albert Speer, ministro tedesco degli armamenti e della produzione bellica, eccezionale organizzatore, grande amico di Hitler, non ebbe timori ad inviare a quest'ultimo, alla fine di gennaio del 45, un memorandum in cui prevedeva per la Germania la possibilità di resistere ancora per otto settimane. Sbagliava solo di un mese.

Dobbiamo perciò cercare di capire perché una città che era considerata un vero gioiello, che non aveva impianti industriale essenziali per la produzione bellica, che non rivestiva alcuna importanza sotto l'aspetto strategico, conobbe il più crudele attacco aereo di tutta la Seconda Guerra mondiale, effettuato oltretutto quando la sua popolazione, di circa 630.000 abitanti, era raddoppiata per la grande affluenza di profughi che provenivano dalla Slesia, dalla Pomerania Orientale e dalla Prussia, incalzati dall'Armata Rossa.

Ma prima di fare ciò, cerchiamo di chiarire in cosa consista il fenomeno fisico, di spaventosi effetti distruttivi, che passò alla Storia con il nome di "tempesta di fuoco". Dobbiamo tornare ad Amburgo, la città che ebbe l'indesiderabile onore di sperimentare per prima questo fenomeno.
Amburgo era un obiettivo militare primario; su questo punto non vi era discussione. La presenza dei cantieri che producevano quasi la metà dei sommergibili tedeschi basterebbe già a giustificare questa qualifica; ma Amburgo possedeva anche molte industrie pesanti, in massima parte collegate agli armamenti di terra, ed inoltre era anche un nodo vitale di comunicazioni. Il suo porto era il più attivo di tutta l'Europa continentale.
Il maresciallo dell'aria Sir Arthur Harris, comandante del Bomber Command della RAF (l'aeronautica britannica) non voleva correre rischi e pianificò una di quelle operazioni di massa che erano tipiche delle sue teorie militari, peraltro avvalorate dai risultati di terribili distruzioni già effettuate sulla Ruhr e su Aquisgrana. In quattro successive incursioni effettuate tra la notte del 24 e quella del 27 luglio 1943, 2.350 bombardieri inglesi e americani scaricarono complessivamente su Amburgo più di 9.000 tonnellate di bombe, di cui circa la metà incendiarie. I morti furono oltre 50.000.

La grande quantità di bombe incendiarie sganciate su un'area relativamente limitata e ricca di fabbricati addensati e infiammabili e la mancanza di vento naturale sulla zona, portarono alla formazione di una corrente ascensionale di aria calda di inaudita potenza e temperatura. L'aria surriscaldata, a temperature dai 600 fino a 1.000 gradi, saliva verso il cielo e l'aria fredda circostante si precipitava a colmare il vuoto lasciato a livello del suolo, surriscaldandosi a sua volta. Il fenomeno si esaurì in tre ore, durante le quali si generarono venti diretti verso il centro dell'immane fornace a velocità fino a 300 km/ora. Chi veniva ghermito da questo vento non poteva opporre alcuna resistenza, ed era scaraventato al centro della zona incendiata, a temperature che volatilizzavano tutto.

"Le decina di migliaia di incendi si fusero in una sola gigantesca fiammata; dalla periferia un vento artificiale, sempre più violento, puntò verso il centro, infuocandosi e raggiungendo una velocità di 300 chilometri all'ora; chi si trovava all'aperto, sparì trascinato nel cielo; a terra, intanto, tutto bruciava con tale violenza che venne meno l'ossigeno necessario alla respirazione".
(da Mario Silvestri (fisico), La decadenza dell'Europa occidentale", Einaudi)

Dove il soffio rovente era solo di 300-400 gradi furono ritrovati poi cadaveri carbonizzati ridotti a circa un metro di lunghezza. Via via che ci si allontanava dall'inferno la temperatura scendeva sui cento gradi e il vento non era più in grado di trascinare. Ma il calore eccessivo bruciava le vie respiratorie, uccidendo per soffocamento chi non era già morto nei rifugi per la mancanza di ossigeno causata dagli incendi. Infine, ci furono coloro che furono colpiti direttamente dagli schizzi del fosforo delle bombe incendiarie: pattuglie di soldati e poliziotti non poterono far altro che abbattere questi infelici per limitarne le sofferenze, come leggevamo in apertura, nell'impressionante testimonianza di Sven Hassel.
Lo spostamento d'aria causato dalla corrente ascensionale fu di tale potenza da far oscillare i bombardieri pesanti Lancaster ed Halifax che incrociavano a 5.000 metri di quota. Circa il 70% delle vittime di Amburgo furono causate dalla tempesta di fuoco. Un orrore che sembrava giustificare il nome dato in codice al bombardamento di Amburgo: operazione Gomorra.

Le bombe incendiarie potevano essere caricate a benzina, oppure a termite, un composto di ossido di ferro e alluminio granulare, in grado di sviluppare un calore che fonde il ferro, o infine di fosforo o di fosgene.
Lo sviluppo della tempesta di fuoco colse di sorpresa americani e britannici, ma quando ne fu chiara la meccanica Sir Harris, il già citato comandante del Bomber Command non si pose eccessivi problemi. Da tempo sosteneva la necessità di portare la maggior distruzione possibile sul suolo tedesco, per fiaccare la resistenza del popolo tedesco, oltre che per distruggere fabbriche ed impianti militari, e quindi il risultato della tempesta di fuoco fu per lui solo positivo. Il capolavoro di ipocrisia di questo alto ufficiale fu una dichiarazione secondo la quale egli riconosceva e rispettava l'unica convenzione internazionale in tema di guerra aerea, ossia quella stipulata dopo la Grande Guerra, che vietava il lancio di ordigni a gas da aerei e dirigibili. In effetti su Amburgo non fu lanciato alcun gas tossico: che bisogno ce ne sarebbe stato, lanciando già migliaia di tonnellate di esplosivi e di spezzoni incendiari?

Torniamo ora nel 1945; era il settimo anno in cui l'Europa era in guerra. Il mostro nazista era ormai vacillante, e leggevamo sopra la profezia del ministro tedesco Speer, che escludeva qualsiasi possibilità di vittoria e si limitava a calcolare il tempo che restava alla Germania prima di soccombere. Nel giugno dell'anno precedente la più grande operazione militare della Storia aveva visto gli alleati prender terra in Normandia e da lì iniziare a smantellare le resistenze della fortezza Europa. Da Est intanto le armate sovietiche andavano guadagnando terreno ed erano a soli centosessanta chilometri dal centro della Germania. Questo soprattutto terrorizzava le popolazioni tedesche, consce dei sentimenti dei russi che avevano sperimentato i comportamenti delle SS in territorio sovietico ed ora avanzavano in territorio tedesco con una sinistra scritta in cirillico sui carri armati: Vendetta!

In questo quadro di sfacelo generale la Germania mostrava però ancora doti di resistenza incredibile. Nel gennaio 1945 Goring riuscì ancora ad organizzare l'operazione Grande Colpo, che distrusse 196 aerei anglo-americani e ne danneggiò circa 400. bombardando campi di aviazione ormai stabilmente occupati dalla RAF e dall' USAAF in Francia, Belgio e Olanda. All'operazione parteciparono 800 aerei tedeschi, caccia Messerschmitt 109 e Focke Wulf 190, oltre a qualche caccia a reazione. Erano canti del cigno, come un canto del cigno fu anche la controffensiva terrestre condotta dal generale von Rundstedt. Ma erano comunque fatti d'armi che davano la sensazione agli alleati di una guerra senza fine, dal finale scontato, ma che rischiava di essere ancora troppo lontano.

In questo clima Dresda viveva in una specie di limbo. Non era mai stata toccata seriamente dalla guerra, sia per la posizione geografica sia perché non aveva né industrie né impianti militari rilevanti. Un solo bombardamento, nell'ottobre dell'anno precedente, aveva causato poco più di 400 morti, una cifra quasi irrisoria nella tragica contabilità bellica.
Nonostante l'affollamento di profughi di cui dicevamo, Dresda riusciva ad avere quantità di cibo abbastanza soddisfacenti. E molti profughi si dirigevano verso quella città proprio perché era ormai convinzione generale che fosse il posto più tranquillo in cui attendere la fine della guerra, nella speranza di veder arrivare gli americani, o gli inglesi, o i canadesi, o gli australiani, o chiunque fosse, prima dei temutissimi soldati sovietici. Circolava addirittura la voce, del tutto priva di fondamento ma tanto bella da poterla credere vera, di un accordo segreto tra la RAF e la Luftwaffe: gli inglesi si impegnavano a non bombardare Dresda, e i tedeschi si impegnavano allo stesso modo per Oxford.
Del resto l'aviazione alleata continuava a martellare la Germania, nella quale ormai 45 delle principali città erano praticamente distrutte, ma lo faceva con una certa logica militare.

Dopo la prima fase delle incursioni vengono organizzate altre operazioni per colpire le fabbriche di carburanti sintetici e le reti di trasporti. Gli obbiettivi principali del gennaio 1945 furono le raffinerie di Dortmund, il centro ferroviario di Vohwinkel, le industrie di Norimberga e Hannover.
A Dresda si poteva stare tranquilli, anche perché gli americani, più sensibili degli inglesi a considerazioni umanitarie non avrebbero mai accettato la distruzione di una città d'arte amata in tutto il mondo. Come l'accordo segreto tra RAF e Luftwafe, anche questa era una voce tanto infondata quanto bella da credere...
A Dresda si poteva quindi anche festeggiare il carnevale. Il 13 febbraio 1945 era martedì grasso, e la sera il Circo Sarassini aveva dato uno spettacolo speciale, al quale erano intervenuti anche tantissimi bambini, nei loro costumi carnevaleschi.
Purtroppo gli abitanti di Dresda non potevano sapere che il tempo delle considerazioni umanitarie, ma anche di quelle logiche, era passato. Diversi fattori concomitanti portarono al bombardamento della città capitale della Sassonia.

La resistenza della Germania, che aveva dell'incredibile, unita alla lunghissima durata della guerra, aveva di certo ormai portato ad una nausea psicologica anche i militari e i politici più ligi alle regole minime da rispettare anche in guerra. Ogni atto poteva essere buono per abbreviare la guerra, anche di un solo giorno. Crediamo sia legittimo affermare che lunghi anni a contatto continuo con morte e distruzione possano offuscare anche le menti più lucide. E infatti fin dall'estate dell'anno precedente RAF e USAAF avevano elaborato il piano Thunderclap (colpo di tuono), il cui scopo dichiarato era quello di portare il massimo del caos in Germania, con bombardamenti indiscriminati sulle città, in particolare approfittando dei problemi che già avevano le autorità tedesche per controllare le fiumane di profughi da Est, creando nuovi e irresolubili problemi di approvvigionamento e di ordine pubblico.

A questa visione distruttiva, sulla quale senza dubbio giocava il desiderio ormai incontrollabile di farla finita, si aggiungeva un'esigenza di cinica politica di potenza tra alleati. Inglesi e americani erano uniti in una innaturale alleanza con i sovietici, e la diffidenza reciproca si palesava sempre di più, ora che l'Armata Rossa avanzava sul territorio del Reich. I Russi dovevano vedere, bene e senza equivoci, quale fosse la potenza militare occidentale: quello che oggi poteva toccare a Berlino o a Dresda, domani poteva toccare a Mosca. Del resto i sovietici avevano già manifestato la loro contrarietà agli attacchi aerei su quelle zone della Germania che consideravano un loro territorio di caccia, e che sarebbero infatti, dopo la guerra, divenute la Repubblica Democratica Tedesca.

In questo dialogo insensato tra nemici che erano alleati solo perché c'era un nemico comune da distruggere, i cittadini di Dresda avrebbero presto pagato un conto che non era di loro competenza, vittime di cinismo e di quella malattia, lo ribadiamo, che aveva preso ormai gli alleati, anch'essi contagiati, al pari dei tedeschi, da una troppo lunga consuetudine con la morte e la distruzione.
E l'avallo alla politica del massacro fu data dallo stesso primo ministro inglese Churchill, in una nota scritta al ministro per l'Aviazione, Sir Archibald Sinclair. Gli americani furono presto contagiati da questo clima, e l'Ottava Armata Aerea americana bombardò a tappeto Berlino il 3 febbraio: 937 fortezze volanti, scortate da 613 caccia, causarono 25.000 morti in una città dove c'era da stupirsi che ci fossero ancora dei vivi da uccidere.
Alle ore 22.08 di martedì grasso, le sirene di allarme aereo vennero a interrompere i clown che si stavano esibendo nel carosello finale allo spettacolo carnevalesco del Circo Sarassini. Gli spettatori si allontanarono in ordine e quasi svogliatamente: era così ferma la convinzione che Dresda fosse esente da pericoli, che tutti credevano ad un eccesso di zelo dei funzionari del partito incaricati della protezione della città. Del resto, non c'era praticamente contraerea a Dresda; gli ultimi cannoni da 88, il miglior pezzo di artiglieria tedesco, erano stati trasferiti da diverse settimane a est, per essere usati in funzione controcarro contro l'armata sovietica.

Ma non era un eccesso di zelo. Due soli minuti dopo il cielo incominciava ad affollarsi: i primi quadrimotori Lancaster dell'83° squadriglia inglese lasciavano cadere grappoli di bengala che illuminavano a giorno la città, poi seguirono pochi Mosquitos, agili cacciabombardieri il cui compito era quello di individuare con bombe segnaletiche rosse l'epicentro del bombardamento, lo stadio sportivo. I Mosquitos fecero egregiamente il loro compito: nel centro esatto dello stadio si levava ora una luminosissima colonna rossa. I bombardieri avevano il loro bersaglio.

Dalle 22.13 alle 22.30 i Lancaster scaricano sulla città le terribili bombe dirompenti da 1.800 e 3.600 libbre. Poi si allontanano in direzione di Strasburgo, volando bassi per sfuggire ai radar tedeschi. I soccorsi iniziano ad affluire dalle città vicine, mentre gli abitanti escono lentamente dai rifugi. Erano quello che attendevano gli alleati: far uscire la gente, far arrivare i soccorsi, e tornare a colpire.

La "Tecnica del massacro".

Ore 1.28 del 14 febbraio. La seconda ondata arriva, indisturbata come la prima. Altri 529 Lancaster portano nelle stive 650.000 bombe: per lo più sono tutti ordigni incendiari. E' l'inizio dell'inferno. Bombardando a destra e a sinistra delle zone già colpite dal primo attacco gli inglesi riescono a provocare la tempesta di fuoco. Dalle case già sventrate dalle bombe dirompenti viene aspirato ogni oggetto e ogni persona che si trovi nel primo chilometro dall'immane incendio. Si ripete Amburgo, ma questa volta scientificamente e con effetti enormemente superiori. Il vento a 300 km/ora trascina nella fornace ogni cosa, persona, animale. Persino vagoni ferroviari, distanti più di tre chilometri, vengono rovesciati. Il pilota di un Lancaster rimasto indietro racconterà: "C'era un mare di fuoco che secondo i miei calcoli copriva almeno un centinaio di chilometri quadrati. Il calore era tale che si sentiva fin nella carlinga; eravamo come soggiogati di fronte al terrificante incendio, pensando all'orrore che c'era là sotto... "

Chi non ha il coraggio di uscire dai rifugi dopo il primo attacco, non per questo si salva. Molti faranno la fine dei topi, soffocati nei rifugi, privi di ossigeno, divorato dall'immane rogo.
Nell'anno precedente nei rifugi antiaerei di Dresda era stata presa la precauzione di rendere abbattibile le pareti tra rifugio e rifugio, in modo da poter facilmente creare una sorta di galleria sotterranea, che permettesse una via di fuga se lo stabile sopra il rifugio in cui ci si trovava era crollato. Questa precauzione sarebbe stata efficace con un bombardamento ordinario, ma all'inferno di fuoco scatenato su Dresda non era opponibile nulla, se non il trovarsi a una distanza sufficiente per non essere trascinato dal vento e divorato dalle fiamme, o per non morire asfissiato per mancanza di ossigeno.

Il bagliore della colonna di fuoco di Dresda era visibile a oltre trecento chilometri.
All'alba del 14 febbraio finalmente la tempesta di fuoco andava acquietandosi, mentre una colonna di fumo alta oltre cinque chilometri sovrastava la città. I sopravvissuti iniziavano ad aggirarsi inebetiti, ma il martirio non era ancora finito. Gli americani non potevano essere da meno degli inglesi: alle ore 12 di quel giorno 311 Fortezze Volanti B17 si presentarono nel cielo di Dresda, sganciando altre 771 tonnellate di bombe. Il nodo ferroviario era l'obiettivo ufficiale, ma di fatto il bombardamento fu eseguito a casaccio e causò pochi danni, perché ormai era rimasto poco da distruggere.

In totale su Dresda erano state sganciate 2.702 tonnellate di bombe. Un quantitativo non enorme, se confrontato con quello lanciato su altre città tedesche. Ma la preferenza data alle bombe incendiarie, che rappresentarono circa il 70% degli ordigni lanciati, causò la più spaventosa tragedia della guerra: i morti accertati furono 135.000, ma il conto più accreditato fa salire a circa 200.000 il numero delle vittime. Bisogna tener conto del fatto che non era possibile alcuna opera di identificazione per le vittime di molti rifugi antiaerei che, per ragioni igieniche, vennero spianati con le ruspe e ricoperti di calce e cemento, così come non fu possibile accertare il numero preciso delle vittime aspirate dalla tempesta di fuoco nella zona centrale dell'incendio, perché di loro non restò assolutamente nulla. Nella zona intermedia, dove la temperatura aveva raggiunto i livelli da forno (200 - 300 gradi) molti corpi si erano fusi con l'asfalto delle strade. Dresda era anche sovrappopolata per il grande afflusso di profughi, moltissimi dei quali non ancora censiti.

Gli incendi proseguirono per altri cinque giorni, poi si spensero da soli. Non esisteva la possibilità di fare alcuna opera di spegnimento, essendo distrutte le reti idriche e quelle elettriche.
Per tre giorni le autorità chiusero il centro di Dresda e bruciarono i cadaveri che ancora non erano stati sepolti o interrati con calce e cemento. Il rischio di epidemie era troppo grande per dare spazio alla pietà per i defunti.
Questo fu Dresda: un orribile massacro, che non trovò alcuna giustificazione dal punto di vista militare. Fu il macabro record di disumanità, non eguagliato neanche dai bombardamenti atomici sul Giappone, che causarono "solo" 150.000 morti.

Con la follia nazista il mondo conobbe senza dubbio le mostruosità più atroci, e tutt'oggi ci interroghiamo per capire, se mai lo capiremo, fino a quali abissi può arrivare l'uomo.
Ma se l'abisso della crudeltà ci spaventa, non meno quello dell'ipocrisia ci lascia sgomenti.
Quando nell'ottobre del 46 la Corte Internazionale di Norimberga giudicò i caporioni nazisti colpevoli di crimini contro l'umanità, su quei giudici aleggiavano dei fantasmi: Erano le centinaia di migliaia di morti innocenti, che chiedevano una Giustizia che, evidentemente, non è di questo mondo.

di PAOLO DEOTTO

 


Antifascismo e Fascismo

innanzi tutto è ridicolo che dopo 65 anni si parli ancora di una cosa finita e sepolta come fosse attuale e in maniera di "pericoli" imminenti. Forse alcuni politici hanno un qualche interesse a tenere "viva" la questione che dovrebbe essere solo materia trattata da storici.
Ma visto l'insistenza vale la pena rilevare:

che possiamo non riconoscersi nell'Antifascismo pure non essendo Fascista

infatti quante Famiglie italiane possono "vantare" di non avere avuto uno o più fascisti in casa. Probabilmente nessuna. Quindi come facciamo a rinnegare un Nonno, un Padre, uno Zio, un Fratello o semplicemente un Amico, che hanno perso la Vita offrendo il Loro sacrificio nell'interesse della Nazione. Molti non sono più tornati e dovrebbero essere ricordati per quello che erano e non per quello che vorrebbero alcuni, forzando così la verità.
Questo compito spetta solo agli storici.
 
Presidente

Gianfranco Fini


l'ultimo degli

Antifascisti

Saluto giuramento

di Gianfranco Fini

quando scomparve

Giorgio Almirante

ascolta

Evviva! adesso possiamo buttare i nostri Nonni e i nostri Padri, e potremo dire Loro che sono stati molto cattivi, addirittura delinquenti, e che le Loro scelte sono sempre state sbagliate perchè la Loro causa era sbagliata - era "il male assoluto" - però si possono salvare perchè alcuni, anzi molti, erano in buona fede! Questo ha detto il Presidente Fini che chiameremo confidenzialmente e senza intenzione di offendere nessuno "Tortellino Fichetta". Tortellino perchè chiamato da sempre dai Suoi amici (erano camerati) e veniva da Bologna, e Fichetta perchè con le Sue bizze da Prima Donna come ci ha fatto vedere tante volte, per esempio con il Ministro delle Finanze, il migliore economista che la Repubblica abbia mai avuto, costretto a dimettersi, e più recentemente con lo stesso Berlusconi, appena poco prima di aderire al PDL disse pubblicamente che avrebbe rovinato le televisioni di Berlusconi oltre che Lui stesso, superando così ciò che predicano da sempre le sinistre.


Ai nostri Nonni e ai nostri Padri

chiederemo perchè hanno reagito nel 1922 alle "gentilezze" dei comunisti che tentavano di prendere il potere approfittando dei deboli e incapaci "governi" di allora.

Chiederemo perchè dopo andati al potere ristabilirono una situazione economica relativamente soddisfacente alleggerendo le sofferenze della guerra 1915-18 che purtroppo si sentivano ancora negli anni '20.

Chiederemo perchè modernizzarono con tante importanti opere che ancora oggi si possono vedere e utilizzare.

Chiederemo perchè istaurarono importanti istituti sociali per l'Infanzia, per la Famiglia, per il Lavoro.

Chiederemo perchè i Patti Lateranensi dopo l'infinita guerra secolare tra Stato e Chiesa.

Chiederemo perchè fecero le guerre in Africa allargando il territorio Italiano nonostante le sanzioni delle Nazioni Unite volute particolarmente da Francia e Inghilterra, i primi Paesi che insieme alla Spagna, poi decaduta, avevano colonizzato il mondo intero facendo praticamente schiave le popolazioni. E pensare che non era nelle nostre intenzioni di fare schiavi ma portare solo civiltà e benessere ai Popoli, tanto che nelle canzoni di guerra d'Africa si trova spesso nei canti dei soldati "voglio sposare una bella brunetta" o "voglio adottare un bel moretto, non come schiavo, ma come figlio".

Chiederemo perchè hanno fatto la guerra di Spagna quando il comunismo se ne era già impadronito con l'appoggio dell'Unione Sovietica.

Chiederemo perchè quando Hitler voleva impadronirsi dell'Austria inviarono 3 Battaglioni in 24 ore al confine (Francia e Inghilterra si limitarono a proteste formali).

Non chiederemo per le leggi razziali del 1938 perchè tutti le avevano condannate seppure con una applicazione pratica molto fievole - è stata comunque una grave ingiustizia.

Non chiederemo perchè dell'entrata in guerra del 1940, purtroppo era inevitabile, e solo Francia e Inghilterra potevano evitarla facendo piccole concessioni alla Germania che rivendicava territori persi ingiustamente con la guerra del 1915-18, evitando così il patto di non aggressione tra Germania e Unione Sovietica e spengendo la voglia di nuove conquiste da parte di entrambi. Ma così non fu come sappiamo (forse tutti non sanno) - nel Settembre del 1939 Germania e Unione Sovietica attaccarono la Polonia e se ne spartirono il territorio, iniziando così la II Guerra Mondiale.

Poi fu solo tragedia.

Visto che le guerre si vincono o si perdono forse sarebbe stato meglio arrivare al momento ottimale della ns. resa, se dovevamo perdere, ma l'8 Settembre 1943 una decisione irresponsabile fu presa, e divise il Paese in 2 creando una situazione pazzesca - i nostri soldati in vari fronti di guerra non avevano ordini e non sapevano cosa dovevano fare e contro chi dovevano combattere, e se combattere ancora - unica nella storia l'Italia si ritrovò con 2 eserciti occupanti, la Germania arrabbiatissima del tradimento invase subito il centro-nord e gli Alleati il sud. Tutto ciò provocò inaudite sofferenze alla popolazione. Rappresaglie e bombardamenti, vendette personali, e una grande povertà sopratutto per i generi alimentari facendo sprofondare la popolazione, oltre che nelle macerie dei bombardamenti anche nello squallido equilibrio tra militari Alleati ed alcune donne italiane che ne diventarono serve.

Con i tedeschi arrabbiatissimi del tradimento italiano come si sarebbero comportati senza la R.S.I.?

Certamente avrebbero ceduto alla volontà di vendicarsi con tutto e con tutti e avrebbero dato sfogo con quanto avrebbero incontrato. E i nostri soldati ai vari fronti di guerra cosa avrebbero subito visto che dato l'armistizio dell'8 Settembre 1943 (doveva rimanere segreto, furono gli Alleati a comunicarlo) il Re e il Governo Badoglio abbandonarono tutti al proprio destino con le critiche degli stessi Alleati, in particolare degli Americani che fecero presente a Badoglio se si rendeva conto di cosa rischiavano i soldati italiani senza una dichiarazione di guerra alla Germania. In Italia furono 2 anni bruttissimi e purtroppo ci furono morti anche dopo il 25 Aprile 1945, troppi morti senza la giustificazione di guerra che era finita. Molti si arricchirono con la guerra, e poi portati come salvatori.

E allora cosa avrebbero dovuto fare?

Molto semplice! La Pace! parola tanto amata da quelli che la predicano e difficilmente messa in pratica. Ci voleva una memoria condivisa con onestà da parte di tutti lasciando che la storia la scrivessero gli storici che nel tempo, anche se di parte, fanno emergere sempre la verità. Ci voleva una vera "pacificazione" ma per farla minimo bisogna essere in 2 e se solo 1 di questi vuole la guerra come farà l'altro a fare la pace?
Quindi tante prese di posizione sono inutili e dannose, comprese quelle di Tortellino Fichetta, che dovrebbe spendere ancora più del Suo tempo allo specchio per farsi sempre più bello.
Povera Italia con i tuoi italiani!
 


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