Politica 13



DIZIONARIO TOSCANO

 
Maschile Femminile Usato in zona Significato
 
BIMBETTO! BIMBETTA! LI - PI adulto non cresciuto
BISCHERO BISCHERA FI - PO - PT sprovveduto - cretino
BRINDELLONE BRINDELLONA FI - PO - PT sporco - fregarsene di tutto
BUHO!   PT - FI finocchio - omosessuale - puttana
CAHAIOLO CAHAIOLA PT - FI opportunista - vigliacco - traditore
CAVOLO!   PT - FI - PO espressione "nobile" di cazzo
CHE SCIMMIA!   PT - FI grossa sbronza - innamorato
DEE!    LI - VIAREGGIO esclamazione
DE LA FIA!    VIAREGGIO  esclamazione
DE LA PEPPA!   LU - PI - LI - PT esclamazione "nobile" di "de la fia"
GANZO GANZA FI - PT - PO ben vestito - furbo - bello - amante
GRULLO GRULLA FI - PO - PT sprovveduto - scemo
PIRO PIRA PT imbecille - cretino
TOGO TOGA PT - LU furbo - lucido - distinto

 


La parte peggiore 

sono quei milioni di persone 

che guardano la scena dalle  loro case 
e aspettano di vedere come andrà a finire.

per approfondimenti

Capitano Ultimo
dalla parte dei più deboli, sempre!

Il carro armato

 e l' omino con la busta della spesa. 
La sfida impossibile che invece è possibile. 

 



L'ADDIO

"Oggi, 20 settembre 1997, a conclusione di un progetto portato avanti con costante determinazione, viene sancita dal comando del Ros la soppressione di Crimor, Unità militare combattente.

L'egemonismo burokratico celebra se stesso e il suo potere di sovrastruttura fine a se stessa. E' l'ora di ripiegare soggettivamente su posizioni alternative. Uscendo dai percorsi di lotta alla criminalità mafiosa sento il dovere di ringraziare quegli uomini valorosi con cui ho avuto il privilegio di vivere combattendo.

Solo a loro va il mio rispetto più profondo, solo da loro ho imparato molto di più di quanto abbia potuto insegnare, solo per loro i sacrifici di una vita hanno avuto un senso.

La nostra presenza costituirà per il futuro un'accusa permanente verso quella burokrazia egemone che non ha saputo combattere, ma ha saputo distruggere quelli che combattevano.

Insieme con voi finisce il sogno dei "soldati straccioni".
Era un bel sogno".

ultimo

 


PERCHE'

La sfida impossibile che invece è possibile,  la nostra sfida alla mafia ed all' indifferenza che la sostiene. 

RECUPERIAMO LA NOSTRA LIBERTA', RIVENDICHIAMO LA NOSTRA LIBERTA' OFFESA. COSTRUIAMO UNA LOTTA DI POPOLO, UNA RESISTENZA POPOLARE ATTORNO AI POCHI SIMBOLI CHE CI RIMANGONO PER COSTRUIRE DOVE MOLTI DISTRUGGONO, PER REAGIRE DOVE MOLTI ACCONSENTONO, PER RESPIRARE DOVE MOLTI SOFFOCANO.

E' UN GRIDO, DI CONSAPEVOLEZZA E DI DOLORE,  SPESSO DI MOLTE AMAREZZE,  CHE SONO SOLTANTO L' ANNUNCIO DELLE VITTORIE FUTURE.

CONTRO LA MAFIA, CONTRO QUEI "RITUALISTI TRADITORI DEI LORO STESSI RITI   - COME HA "GRIDATO" IN AULA  UN VALOROSO  MAGISTRATO -", CHE UCCIDONO I SOGNI E LE SPERANZE DEI LORO FIGLI, DEL NOSTRO FUTURO.

NON VOGLIAMO  EROI, E NON VOGLIAMO COMPLICI, MA SIAMO STRETTI ACCANTO AI NOSTRI EROI CONOSCIUTI  E  SCONOSCIUTI CHE OGNI GIORNO COMBATTONO, VINCONO E PERDONO  BATTAGLIE AMARE CHE SANNO DI QUOTIDIANITA', DI SOPRUSO E DI ABUSO E CHE RIESCONO A  CONSERVARE  INTATTA OGNI VOLTA LA LORO  DIGNITA', LA LORO  UMANITA', LA LORO   DOLCEZZA, LA NOSTRA LIBERTA'.


foto by Fondazione Giovanni e Francesca Falcone

 L' albero di Falcone, la sfida impossibile che invece è possibile,  la nostra sfida alla mafia ed all' indifferenza che la sostiene.  Il simbolo, il ricamo prezioso, la voce delle nostre coscienze, il monito a quei criminali perchè si rendano conto che hanno perso, che non rappresentano altro che l' abuso, lo sfruttamento, il sopruso e l' oppressione  assassina.

 


Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa

Il Generale,  la  nostra  lotta e la nostra speranza che la lotta sostituisse la celebrazione, le cerimonie, l' improvvisazione e la falsità.  

 Il Generale, l' Arma che torna sulla strada, che diventa invisibile ed imprevedibile,  che ritorna schiava solo del dovere, che riconosce un solo  padrone, il popolo di cui si compone e quella Patria rivendicata e ritrovata nelle fabbriche, nelle campagne, nelle scuole, dovunque aleggi  il senso d' umanità.

ultimo


L' esercito invisibile 

 

la lotta che diventa coscienza civile, la ribellione che diventa esercizio dei diritti acquisiti, la democrazia che è partecipazione e mai sudditanza


DISCORSO AI FAMILIARI DEI TOSSICODIPENDENTI ALL’ISTITUTO DON BOSCO DI PALERMO

 

29 GIUGNO 1982

  .......  Si parli di fatti e si evitino le troppe parole. Non abbiamo molto tempo a disposizione e occorre imporre alla situazione un ritmo veloce. Mi è stato chiesto di interessarmi del comitato di ricerche e studi presso il provveditorato. L’ho fatto e mi sono accorto che non è stato costruito molto. L’attività del comitato si è limitata alla pubblicazione di alcuni libri e a pochissime riunioni di quelle in cui si finge di decidere. Quattro soli incontri in un anno che è fatto di 365 giorni e non da dieci. E non mi si dica che è un problema di fondi. I contributi non servono a nulla se non a fare pubblicità a qualche casa editrice. Occorre, invece, un forte convincimento personale, la volontà e la consapevolezza di fare del bene. Ecco, se io sono qui ci sono per fare. A proposito del comitato, non c’è dubbio che esso dovrà essere rivisto anche nella sua composizione (…).

  Ecco perché il mio intervento qui è tutt’altro che formale. Io non posso mettere in bilancio che dei giovani si affaccino alla società con la spina dorsale flessa, non posso ritenere che tutto ciò sia inevitabile. Avremmo già perso la nostra battaglia  se ritenessimo di non poter far nulla per riportarli a vivere l’ambiente della gioia, e fare in modo che siano protagonisti di un avvenire costruito con le proprie mani. Per questo tutti dovremo essere uniti perché non si è soltanto padroni della propria personalità ma anche dei propri diritti (…) 

Non dobbiamo genufletterci perché siamo tutti portatori di meningi e di valori spirituali. Rivalutare e difendere le une e gli altri vuol dire non privarci degli unici strumenti che ci possono consentire di rimanere i veri  protagonisti del nostro destino.  Io dico a questi giovani: non fatevi fagocitare dai ladri del sistema gestito da chi vi toglie ossigeno per trarne lucro e prestigio. (…) 

Rivediamoci  più numerosi e meno paurosi. Per quanto paradossale possa sembrare, mi piacerebbe proprio che le mie forze dell’ordine contro la droga diventaste tutti voi.

  Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa  


  La Repubblica

martedì 10 agosto 1982

 Un'intervista a "Repubblica" del generale Dalla Chiesa

Quell'uomo solo contro la mafia

 Palermo - <<Da oggi la zona sarà presidiata, manu militari.

Non spero certo di catturare gli assassini a un posto di blocco, ma la presenza dello Stato deve essere visibile, l'arroganza mafiosa deve cessare>>.

Questo Dalla Chiesa in doppiopetto blu prefettizio vive con un certo disagio la sua trasformazione: dai bunker catafratti di via Moscova, in Milano, guardati dai carabinieri in armi, a questa villa Wittaker, un po’ lasciata andare, un po’ leziosa, tra alberi profumati, poliziotti assonnati, un vecchio segretario che arriva con le tazzine del caffè e sorride come a dire: ne ho visti io di prefetti che dovevano sconfiggere la Mafia. Come si vede lei, generale Dalla Chiesa, di fronte al padrino del <<Giorno della civetta>>?

<<Stiamo studiandoci, muovendo le prime pedine. La mafia è cauta, lenta, ti misura, ti ascolta, ti verifica alla lontana. Un altro non se ne accorgerebbe, ma io questo mondo lo conosco>>


Parla il generale Dalla Chiesa, l'uomo incaricato di sconfiggere l'associazione criminale più pericolosa d'Italia

  "Come combatto contro la mafia "

 "E' una delinquenza cauta ,che ti misura che ti ascolta…"

dal nostro inviato GIORGIO BOCCA

  PALERMO - La Mafia non fa vacanza, macina ogni giorno i suoi delitti; tre morti ammazzati giovedì 5 fra Bagheria, Casteldaccia e Altavilla Milicia, altri tre venerdì, un morto e un sequestrato sabato, ancora un omicidio domenica notte, sempre lì , alle porte di Palermo, mondo arcaico e feroce che ignora la Sicilia degli svaghi, del turismo internazionale, del "wind surf" nel mare azzurro di Mondello. Ma è soprattutto il modo che offende, il "segno" che esso dà al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e allo Stato : i killer girano su potenti motociclette, sparano nel centro degli abitati, uccidono come gli pare, a distanza di dieci minuti da un delitto all'altro.

Dalla Chiesa è nero:<<Da oggi la zona sarà presidiata, manu militari . Non spero certo di catturare gli assassini ad un posto di blocco, ma la presenza dello Stato deve essere visibile, l'arroganza mafiosa deve cessare>>.

Che arroganza generale ?

<<A un giornalista devo dirlo ? uccidono in pieno giorno, trasportano i cadaveri, li mutilano, ce li posano fra questura e Regione, li bruciano alle tre del pomeriggio in una strada centrale di Palermo>>.

Questo Dalla Chiesa in doppio petto blu prefettizio vive con un certo disagio la sua trasformazione : dai bunker catafratti di Via Moscova, in Milano, guardati da carabinieri in armi, a questa villa Wittaker, un po’ lasciata andare, un po’ leziosa, fra alberi profumati, poliziotti assonnati, un vecchio segretario che arriva con le tazzine del caffè e sorride come a dire : ne ho visti io di prefetti che dovevano sconfiggere la Mafia .

Generale, vorrei farle una domanda pesante. Lei è qui per amore o per forza ? Questa quasi impossibile scommessa contro la Mafia è sua o di qualcuno altro che vorrebbe bruciarla ? Lei cosa è veramente, un proconsole o un prefetto nei guai ?

<<Beh, sono di certo nella storia italiana il primo generale dei carabinieri che ha detto chiaro e netto al governo: una prefettura come prefettura , anche se di prima classe, non mi interessa . Mi interessa la lotta contro la Mafia, mi possono interessare i mezzi e i poteri per vincerla nell'interesse dello Stato>>

Credevo che il governo si fosse impegnato, se ricordo bene il Consiglio dei Ministri del 2 aprile scorso ha deciso che lei deve <<coordinare sia sul piano nazionale che su quello locale>> la lotta alla Mafia.

<<Non mi risulta che questi impegni siano stati ancora codificati>>.

Vediamo un po’ generale, lei forse vuol dirmi che stando alla legge il potere di un prefetto è identico a quello di un altro prefetto ed è la stessa cosa di quello di un questore . Ma è implicito che lei sia il sovrintendente, il coordinatore.

<<Preferirei l'esplicito>>

Se non ottiene l'investitura formale che farà ? Rinuncerà alla missione ?

<<Vedremo a settembre . Sono venuto qui per dirigere la lotta alla Mafia, non per discutere di competenze e di precedenze. Ma non mi faccia dire di più>>.

No, parliamone, queste faccende all'italiana vanno chiarite.

Lei cosa chiede ? Una sorta di dittatura antimafia ? I poteri speciali del prefetto Mori ?

<<Non chiedo leggi speciali, chiedo chiarezza. Mio padre al tempo di Mori comandava i carabinieri di Agrigento . Mori poteva servirsi di lui ad Agrigento e di altri a Trapani a Enna o anche Messina, dove occorresse. Chiunque pensasse di combattere la Mafia nel "pascolo" palermitano e non nel resto d'Italia non farebbe che perdere tempo>>.

Lei cosa chiede ? L'autonomia e l'ubiquità di cui ha potuto disporre nella lotta al terrorismo ?

<<Ho idee chiare, ma capirà che non è il caso di parlarne in pubblico . Le dico solo che le ho già, e da tempo, convenientemente illustrate nella sede competente. Spero che si concretizzino al più presto.

Altrimenti non si potranno attendere sviluppi positivi>>.

Ritorna con la Mafia il modulo antiterrorista ? Nuclei fidati, coordinati in tutte le città calde ?

Il generale fa un gesto con la mano, come a dire, non insista, disciplina giovinetto : questo singolare personaggio scaltro e ingenuo, maestro di diplomazie italiane ma con squarci di candori risorgimentali . Difficile da capire.

Generale, noi ci siamo conosciuti qui negli anni di Corleone e di Liggio, lei è stato qui fra il '66 e il '73 in funzione antimafia, il giovane ufficiale nordista de "Il giorno della civetta". Che cosa ha capito allora della Mafia e che cosa capisce oggi, 1982 ?

<<Allora ho capito una cosa, soprattutto : che l'istituto del soggiorno obbligatorio era un boomerang, qualcosa superato dalla rivoluzione tecnologica, dalle informazioni, dai trasporti. Ricordo che i miei corleonesi, i Liggio, i Collura , i Criscione si sono tutti ritrovati stranamente a Venaria Reale, alle porte di Torino, a brevissima distanza da Liggio con il quale erano stati da me denunziati a Corleone per più omicidi nel 1949. Chiedevo notizie sul loro conto e mi veniva risposto: " Brave persone" . Non disturbano. Firmano regolarmente . Nessuno si era accorto che in giornata magari erano venuti qui a Palermo o che tenevano ufficio a Milano o, chi sa, erano stati a Londra o a Parigi>>.

E oggi ?

<<Oggi mi colpisce il policentrismo della Mafia, anche in Sicilia, e questa è davvero una svolta storica. E' finita la Mafia geograficamente definita della Sicilia occidentale. Oggi la Mafia è forte anche a Catania, anzi da Catania viene alla conquista di Palermo. Con il consenso della Mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso ?>>

Scusi la curiosità, generale. Ma quel Ferlito mafioso, ucciso nell'agguato sull'autostrada, si quando ammazzarono anche i carabinieri di scorta, non era il cugino dell'assessore ai lavori pubblici di Catania ?

<<Si >>.

E come andiamo generale, con i piani regolatori delle grandi città ? E' vero che sono sempre nel cassetto dell'assessore al territorio e all'ambiente ?

<<Così mi viene denunziato dai sindaci costretti da anni a tollerare l'abusivismo>>.

  Il caso Mattarella

Senta generale, lei ed io abbiamo la stessa età e abbiamo visto, sia pure da ottiche diverse, le stesse vicende italiane, alcune prevedibili, altre assolutamente no. Per esempio che il figlio di Bernardo Mattarella venisse ucciso dalla Mafia. Mattarella junior è stato riempito di piombo mafioso.

Cosa è successo, generale ?

<<E' accaduto questo: che il figlio , certamente consapevole di qualche ombra avanzata nei confronti del padre, tutto ha fatto perché la sua attività politica e l'impegno del suo lavoro come pubblico amministratore fossero esenti da qualsiasi riserva . E quando lui ha dato chiara dimostrazione di questo suo intento, ha trovato il piombo della Mafia. Ho fatto ricerche su questo fatto nuovo: la Mafia che uccide i potenti, che alza il mirino ai signori del "palazzo" . Credo di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso ma si può uccidere perché è isolato>>

Mi spieghi meglio .

<<Il caso di Mattarella è ancora oscuro, si procede per ipotesi .

Forse aveva intuito che qualche potere locale tendeva a prevaricare la linearità dell'amministrazione . Anche nella DC aveva più di un nemico .

Ma l'esempio più chiaro è quello del procuratore Costa, che potrebbe essere la copia conforme del caso Coco>>

Lei dice che fra filosofia mafiosa e filosofia brigatista esistono affinità elettive ?

<<Direi di si. Costa diventa troppo pericoloso quando decide, contro la maggioranza della procura, di rinviare a giudizio gli Inzerillo e gli Spatola. Ma è isolato, dunque può essere ucciso, cancellato come un corpo estraneo .

Così è stato per Coco: magistratura, opinione pubblica e anche voi garantisti eravate favorevoli al cambio fra Sossi e quelli della XXII ottobre. Coco disse no. E fu ammazzato>>

Generale, mi sbaglio o lei ha una idea piuttosto estesa dei mandanti morali e dei complici indiretti ? No, non si arrabbi, mi dica piuttosto perché fu ucciso il comunista Pio La Torre .

<<Per tutta la sua vita . Ma, decisiva, per la sua ultima proposta di legge, di mettere accanto alla "associazione a delinquere" la associazione mafiosa.>>

Non sono la stessa cosa ? Come si può perseguire una associazione mafiosa se non si hanno le prove che sia anche a delinquere ?

<<E' materia da definire. Magistrati, sociologi, poliziotti, giuristi sanno benissimo che cosa è l'associazione mafiosa. La definiscono per il codice e sottraggono i giudizi alle opinioni personali>>

Come si vede lei generale Dalla Chiesa di fronte al padrino del "Giorno della civetta"?

<<Stiamo studiandoci, muovendo le prime pedine. La Mafia è cauta, lenta, ti misura, ti ascolta, ti verifica alla lontana. Un altro non se ne accorgerebbe, ma io questo mondo lo conosco>>.

 " Era meglio l'antiterrorismo"

 Mi faccia un esempio.

<<Certi inviti. Un amico con cui hai avuto un rapporto di affari, di ufficio, ti dice, come per combinazione: perché non andiamo a prendere il caffè dai tali. Il nome è illustre. Se io non so che in quella casa l'eroina corre a fiumi ci vado e servo da copertura . Ma se io ci vado sapendo, è il segno che potrei avallare con la sola presenza quanto accade>>.

Che mondo complicato. Forse era meglio l'antiterrorismo .

<<In un certo senso si, allora avevo dietro di me l'opinione pubblica, l'attenzione dell' Italia che conta . I gambizzati erano tanti e quasi tutti negli uffici alti, giornalisti, magistrati, uomini politici. Con la Mafia è diverso, salvo rare eccezioni la Mafia uccide i malavitosi, l'Italia per bene può disinteressarsene .

E sbaglia>>.

Perché sbaglia, generale ?

<<La Mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fato grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali. Vede, a me interessa conoscere questa "accumulazione primitiva" del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco , queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti a la page.

Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere>>.

E deposita nelle banche coperte dal segreto bancario, no, generale ?

<<Il segreto bancario. La questione vera non è lì. Se ne parla da due anni e ormai i mafiosi hanno preso le loro precauzioni. E poi che segreto di Pulcinella è? Le banche sanno benissimo da anni chi sono i loro  clienti mafiosi. La lotta alla Mafia non si fa nelle banche o a Bagheria o volta per volta, ma in modo globale>>.

Generale Dalla Chiesa, da dove nascono le sue grandissime ambizioni ?

Mi guarda incuriosito.

Voglio dire, generale: questa lotta alla Mafia l'hanno persa tutti , da secoli, i Borboni come i Savoia, la dittatura fascista come le democrazie pre e post fasciste , Garibaldi e Petrosino, il prefetto Mori e il bandito Giuliani, l'ala socialista dell'Evis indipendente e la sinistra sindacale dei Rizzuto e dei Cannavale, la Commissione parlamentare di inchiesta e Danilo Dolci. Ma lei Carlo Alberto Dalla Chiesa si mette il doppio petto blu prefettizio e ci vuole riprovare.

<<Ma si, e con un certo ottimismo sempre che venga al più presto definito il carattere della specifica investitura con la quale mi hanno fatto partire . Io, badi, non dico di vincere, di debellare, ma di contenere.

Mi fido della mia professionalità, sono convinto che con un abile, paziente lavoro psicologico si può sottrarre alla Mafia il suo potere. Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti.

Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati>>.

  Si va a pranzo in un ristorante della Marina con la signora Dalla Chiesa, oggetto misterioso della Palermo del potere. Milanese, giovane, bella.

Mah! In apparenza non ci sono guardie, precauzioni. Il generale assicura che non c'erano neppure negli anni dell'antiterrorismo . Dice che è stata la fortuna a salvarlo le tre o quattro volte che cercarono di trasferirlo a un mondo migliore.

<<Doveva uccidermi Piancone la sera che andai al convegno dei Lyons .

Ma ci andai in borghese e mi vide troppo tardi. Peci, quando lo arrestai, aveva in tasca l'elenco completo di quelli che avevano firmato il necrologio per la mia prima moglie . Di tutti sapevano indirizzo, abitudini, orari. Nel caso mi fossi rifugiato da uno di loro, per precauzione. Ma io precauzioni non ne prendo. Non le ho prese neppure nei giorni in cui su "Rosso" appariva la mia faccia al centro del bersaglio da tirassegno ,con il punteggio dieci, il massimo . Se non è istigazione ad uccidere questa ?>>.

Generale, sinceramente, ma a lei i garantisti piacciono ?

Dagli altri tavoli ci osservano in tralice . Quando usciamo qualcuno accenna un inchino e mormora: <<Eccellenza>>.  


EPOCA 

28/ 02/ 1981

  ESCLUSIVO - Pubblichiamo in anteprima un'intervista di cui tutti parleranno , Enzo Biagi fa il terzo grado a Dalla Chiesa

 GENERALE PERCHE' SI PENTE  UN TERRORISTA ?

 

E una delle tante domande alla quali a risposto l'alto ufficiale durante l'incontro avvenuto negli studi di Telemond e che sarà trasmesso il 7 marzo da 23 stazioni televisive. Come combatte le BR ? Chi è un mafioso ? Perché è stato ucciso Mauro De Mauro ? E vero che non si fida dei giudici ? Chi ha contato di più nella sua vita ?

 

 

BIAGI. Generale Dalla Chiesa , perché un giovane decide di diventare ufficiale dei carabinieri ? 

DALLA CHIESA. Perché crede e ha bisogno di continuare a credere .

C'e' qualche altro mestiere che le sarebbe piaciuto fare ?

Da piccolo il tranviere, poi mia madre voleva farmi intraprendere la carriera diplomatica , qualcuno mi suggeriva di fare il direttore d'orchestra .

Quali sono i fatti che hanno contato di più nella sua vita ?

Almeno un paio: sotto il profilo militare quando ufficiale dell'Arma durante la resistenza, mi trovai alla testa di bande di patrioti e responsabile di intere popolazioni.

Sotto il profilo umano, l'incontro con mia moglie .

E suo padre , è per lei una figura che ha significato qualcosa? 

Certamente, e compreso tra i maestri ai quali mi sono ispirato. 

Lei è religioso ?

Si credo in Dio, nell'Immenso, anche se su questa terra forse perché siamo piccini piccini , qualche volta diventa difficile credere.

E ' praticante ?

Anche. Nei limiti che posso .

Ci sono stati momenti nei quali ha avuto paura ?

Sì. Sono stati forse più frequenti di quanto non si pensi: come quando ho dovuto impiegare dei collaboratori, sapendo che andavano a rischiare la vita; come quando sono in ufficio e, sentendo il suono del telefono, guardo il Cristo perché non so mai che cosa può arrivare.

Paura per se ?

No, direi più rassegnazione. 

Io l'ho vista girare un giorno in galleria a Milano , ed era, almeno mi pareva, da solo , perché ?

Giro da solo. Non vedo perché se ne meravigli . In definitiva la situazione me lo consente ho la coscienza di poterlo fare, penso che dia nello stesso tempo, a chi mi vede, la tranquillità, la sensazione che tutto è normale. 

Lei ha combattuto contro la mafia. Chi è un mafioso ? Facciamo un ritrattino ?

Un mafioso è uno che lucra per avere prestigio e poi goderne in tutti i settori . E chi lucra è pure capace di uccidere. E, prima di uccidere, intendo assassinio anche come morte civile, è anche capace di usare delle espressioni come : <<paternamente, affettuosamente ti consiglio …>> 

Che cosa le è rimasto dentro di quella esperienza ?

E' stata una grande esperienza, una soddisfazione, direi tutta interiore, per avere conosciuto da vicino risvolti, pieghe, di una società, di un mondo del quale è difficile, molto difficile dire <<conosco>>.

Perché allora dichiarò <<il nostro rapporto alla magistratura non aveva avuto fortuna . Noi tuttavia siamo radicati nella nostra convinzione>>, quale convinzione ?

Lei certamente si riferisce alla scomparsa del povero Mauro De Mauro, il giornalista palermitano, quando cioè gli investigatori concentrarono i loro sforzi su due distinte strade di investigazione. Dissi:<<Se avesse avuto più fortuna>>. Non ricordo a chi lo dissi, ma certamente lo dissi di un nostro rapporto, perché ritengo ancora oggi che molte cose mi diano ragione. Se quel nostro rapporto avesse avuto più fortuna molto probabilmente le stesse vite del dottor Scaglione , Procuratore della Repubblica di Palermo di un bravo funzionario di PS e di un nostro ufficiale dell'Arma, non sarebbero state compromesse, in via definitiva, voglio dire che tra i primi nomi indicati nel rapporto, c'era quello del Boss mafioso Gerlando Alberti che, unitamente ad altri troviamo poi nel famoso rapporto dei 114. Quasi tutti arrestati contemporaneamente in ogni parte d'Italia, mentre io ero al comando della Legione di Palermo. 

Perché è morto Mauro De Mauro , secondo lei ?

Secondo me perché aveva appreso molto sui traffici della droga e si riprometteva di fare uno scoop giornalistico. 

Quante volte lei si è sentito sconfitto ?

Quando avevo ragione e ho dovuto sacrificarla .

Dicono che le sue inchieste sono minuziose, precise, che lei si fiderebbe poco dei giudici. A proposito di una sentenza di Genova, lei ha detto <<una giustizia che assolve !>>

Se minuzioso è inteso per scrupolo, sta bene . Bisogna essere scrupolosi e bisogna pretendere che lo siano anche gli ufficiali di polizia giudiziaria che lavorano alle tue dipendenze.

Per raccogliere una messe di dati, di notizie che aiutino il magistrato e perché egli possa essere confortato laddove deve condannare e anche laddove deve assolvere per insufficienza di prove . Perché quando lo scrupolo si spinge a scartare le circostanze fortuite e esaltare le circostanze sintomatiche, si può sempre arrivare ad una insufficienza di prove. Per quanto riguarda la seconda parte della sua domanda le dirò che io ho sempre considerato la magistratura un' altare. Come cittadino posso anche ammettere che il sacerdote sbagli la liturgia. Come comandante di uomini devo sempre considerare le fatiche, le amarezze, i sacrifici e i rischi che hanno affrontato.

In un discorso, riferendosi alla battaglia che i carabinieri conducono contro il terrorismo, lei ha accennato, riferisco tra virgolette alla lotta con i denti, <<alla rabbia del resistere alla gioia di dare, di donare senza chiedere, alla rinuncia per tutta la vita agli affetti più cari>>

Lei si riferisce al discorso celebrativo che io tenni il 5 giugno scorso in occasione della festa dell'Arma . Lei non deve dimenticare che nei mesi precedenti erano stati barbaramente assassinati il maresciallo Battaglini e il Carabiniere Tosa, il Tenente Colonnello Tuttobene, l'appuntato Casu e che erano stati feriti altrettanto barbaramente il Tenente Colonnello Ramundo, il Maresciallo  Bea .

Io dopo questi gravissimi fatti non ho avvertito la minima flessione in nessun reparto e tantomeno in quelli più direttamente interessati. Non ho udito neanche un gemito uscire dalle sale operatorie .E ho visto esaltarsi la dignità sulla pelle delle vedove. Io ritengo che fosse doveroso in quella circostanza di fronte ad una prova così virile ed edificante, dare un riconoscimento a quegli uomini.

Senta generale, lei ha mai incontrato Curcio o altri terroristi ?

Curcio non l'ho mai incontrato. Qualche altro si.

Veniamo all'argomento che preme , chi è un terrorista ?

Io vorrei azzardare una distinzione iniziale tra terrorista ed eversore.

Terrorista può essere anche un caso isolato, un anarchico. Certamente non iscritto in un processo che abbia alle sue spalle un retroterra culturale e davanti una strategia da condurre in porto.

L'eversore invece lo vedo inserito non solo in una retroterra, chiamiamolo ideologico, ma anche innestato in una strategia che con la violenza, vuole affrontare, distruggere le istituzioni dello Stato.

Chi sono i terroristi che ha incontrato ?

Ho conosciuto Peci e Barbone : perché mi hanno mandato a chiamare.

Sono loro che hanno convocato lei ?

Non è che mi sia fatto convocare, ma la chiamata di Pecci è stata certamente un fatto anomalo, un fatto assolutamente nuovo che mi ha spinto a soppesare per alcuni giorni la sua richiesta; poi, dietro alle insistenze …

Si può fare una specie di radiografia dei terroristi per vedere se si tratta di figli del sottoproletariato, di delusi del '68 , dei rampolli della borghesia o dei virgulti di una pseudocultura cattolico- marxista ?

Se si dovesse fare quella radiografia che lei chiede piccola o grande che sia verrebbero ad emergere più marcatamente delle ombre per quanto riguarda gli ultimi tre gruppi da lei indicati.

Lei ha qualche dato, qualche statistica in proposito ?

Posso dire che ho compiuto un'analisi in questo senso, di carattere sociologico, nel periodo in cui fui a capo di quel particolare organismo preposto dal settembre '68 al dicembre 1979 alla lotta contro il terrorismo.

In quell'arco di tempo (una quindicina di mesi) vennero arrestati 197 eversori.

Di questi 197 eversori soltanto 11 risultavano disoccupati . Oltre 70 erano docenti o studenti universitari. Poi c'erano 33 operai, 9 casalinghe, 19 impiegati, 5 laureati…Insomma un'immagine dell'eversione forse un po’ diversa da quella che normalmente uno si fa .

Il '68 è stato o no una fabbrica di terroristi ? Sono molti quelli che provengono dal mondo universitario ?

Ritengo che il '68 non sia stato né una fabbrica né l'unica matrice del terrorismo. E certo però che molti docenti universitari degli anni successivi, sono nati, provenivano dal '68 e indubbiamente abbiamo avuto dei docenti che hanno insegnato, hanno prodotto compendi imposti  ai loro studenti col consenso anche se tacito, della scala gerarchica. E in quelli si insegnava la guerriglia, si insegnava a rubare e mentre questo accadeva, le aule magna delle università di Stato venivano usate dagli apologeti della forza, della violenza ,per istigare contro le istituzioni dello Stato che concedeva le aule.

 

La stampa ha delle responsabilità ? Su questo tema ?

Penso di si. Penso di si senza voler fare il polemico a tutti i costi .

Penso di si da un punto di vista professionale. Nel senso che, così come un corteo è preceduto da un megafono altrimenti dietro non sentirebbero, altrettanto l'eversore, i gruppi eversivi si propongono di ottenere dalla stampa quella cassa di risonanza che, da soli, per la loro organizzazione logistica e strutturale, non riuscirebbero ad ottenere sull'intero territorio del paese .

Lei fece accerchiare l'università della Calabria . Ripeterebbe oggi quella operazione ? E quali risultati diede ?

Accerchiare per modo di dire perché se si considera che in poche ore si risolsero 25 perquisizioni che si riferivano all'abitato di Cosenza, all'abitato di Renda e all'intero complesso universitario, io credo che non si possa parlare di accerchiamento. Per quanto riguarda i risultati essi sono ancora al vaglio della magistratura che allora soppesò e diede l'autorizzazione preventiva per quelle 25 perquisizioni.

Ripeterei l'operazione se la magistratura confermasse di essere d'accordo .

Perché il terrorismo è così "italiano" ?

Non è italiano soltanto, perché lo hanno anche altri paesi . Noi aggiungiamo un condimento che è l'emotività : è una specie di droga che ci portiamo dentro, una droga leggera, ma c'è .

Lei pensa che la centrale, il cervello del terrorismo sia l'estero ?

E' un argomento che è stato sottoposto a valutazione ben più autorevoli della mia. E quindi mi astengo dal rispondere se non per dire che, quando esistono delle potenze o dei mondi contrapposti sarebbe assurdo pensare che i relativi servizi non siano impegnati nella ricerca di un teatro in cui determinate strategie economico e militare non abbiano da essere raggiunte.

Si è parlato ad un certo momento e con insistenza del grande vecchio. Lei come lo immagina ? 

Potrebbe anche esistere, però io, con le conoscenze che ho acquisito, non sono in condizioni di farmene oggi un'immagine né di prestarne una a lei .

C'è una figura misteriosa, inafferrabile : Mario Moretti . Ritiene davvero che sia il capo dell'eversione ? E perché non ce la fate a prenderlo ?

E' certamente un capo, del fronte esterno, ma oggi condizionato dal fronte interno (che sarebbe il carcerario) e della stessa accidentalità del terreno sul quale muove .

Mi auguro che la fortuna qualche volta non l'assista !

Perché qualcuno si "pente" ? Come giudica questo fenomeno che si sta tanto intensificando ?

 Ci sono le norme politico- legislative che hanno certamente contribuito molto a rendere più attuale il fenomeno del pentimento . Ma non dobbiamo dimenticare che sotto un profilo psicologico, tutto nacque con la confessione di Patrizio Peci. E ciò che più stupisce, ciò che più emerge in un contesto del genere, è quasi il riaffiorare di valori che sembra siano stati a lungo compromessi, contenuti. Fino a porre le forze dell'ordine - e la stessa giustizia - nelle condizioni di prevenire molti omicidi, molti ferimenti, molte altre rapine. E questo, credo, debba essere valutato nella misura più esatta.

Lei pensa dunque che Peci abbia parlato per una <<crisi di coscienza>> ?

Una crisi di coscienza che lo ha visto di fronte ad una valutazione, direi onesta, di quello che in quel momento era la disarticolazione che noi avevamo creato in seno all'organizzazione eversiva.

Senta generale, dicono che una delle sue qualità più spiccate è il segreto. E' vero che neppure i suoi figli conoscono il suo numero di telefono diretto ?

E' proprio così.

E le pesa sapere i rischi che corrono i suoi famigliari ?

Molto.

Lei crede che i brigatisti che confessano siano sinceri ?

Io non ho motivi né ho avuto motivi per pensare diversamente.

 

C'è qualcuno di quelli che lei ha conosciuto che l'ha impressionata favorevolmente, da un punto di vista umano ? Per esempio, Peci, che impressione le ha fatto ?

 

Entrambi quelli che ho avuto occasione di contattare, sia Peci, sia Barbone, mi hanno impressionato sotto il profilo umano.

 

In che senso ? Per lealtà nel parlare…?

 

Per una progressione nella liberazione di qualche cosa che dentro premeva. Questa gente parte con un volantinaggio, una volta reclutata. Parte andando a rilevare le targhe di qualche auto. Parte perché gli viene ordinato di fare l'inchiesta nei confronti di una persona. Tutti comportamenti che non costituiscono reato, se non inquadrati in un'associazione. Ma quando a uno, ad un certo momento, si richiede di fare l'autista per andare a compiere qualche cosa, ed assiste materialmente e funge da trasporto per queste persone, già è coinvolto. Allora lo si usa immediatamente per sparare. La seconda volta deve sparare e colpire. La terza finisce … Insomma è un progredire nel quale qualcuno, ad un certo momento, può desiderare di liberarsi. Di salvare.

Di espiare. Di salvare altre vite umane che potrebbero essere coinvolte.

 

Senta generale, non ne parliamo da un punto di vista processuale ma da un punto di vista psicologico: che differenza c'è fra un Curcio e un Toni Negri ?

 

Beh, Curcio andava. Negri invece mandava… ad espropriare. E nello stesso tempo cercava il finanziamento dal Centro nazionale delle ricerche !

 

Che differenza c'è fra terrorismo di destra e terrorismo di sinistra ?

 

Per me nessuna differenza . C'è una differenza in questo senso : che, mentre nel terrorismo di destra noi troviamo un retroterra culturale quasi dai contenuti asmatici, non bene assimilato, tanto che porta a una pericolosità forse più avvertita, quella della estemporaneità e dell'immediatezza, in quello di sinistra c'è invece un filone ideologico. C'è un qualche cosa che viene coltivato, viene intensamente anche insegnato. E quindi si propone come strategia di usare la violenza contro le istituzioni dello Stato .

 

Dicono di lei che è poco portato a collaborare. Che tende ad agire da solo.

E' vero ?

 

No. Non è vero. E' vero nella misura, in cui preferisco lavorare con chi, da persona responsabile, ama il suo lavoro ed ama soprattutto il suo riserbo.

 

Qual è stato il momento più difficile della sua carriera ?

 

Quando ho visto pagare in silenzio, da parte della mia famiglia, quattro trasferimenti di sede in uno stesso anno.

 

Come affronta la sconfitta ?

 

Quand'ero più giovane, con rabbia. Da qualche anno, invece, con maggiore serenità e anche andando ad analizzare gli errori compiuti. Però mi è capitato, mi capita talvolta, di mettermi tranquillo, in riva ad un fiume, ad attendere.

 

Hanno scritto che quando considererà esaurito il fenomeno del terrorismo, lei se ne andrà ?

 

Prima di tutto non vedo il perché. Poi, me ne dovrei andare troppo presto. E poi perché ? Non si vive di solo terrorismo, no ?

 

Ha dei rimpianti ? C'è qualche cosa che avrebbe voluto fare e che non ha potuto fare ?

 

Non ho rimpianti. Avrei voluto soltanto che il mio lavoro non fosse costato tanto ai miei affetti.

 

Chi sono i suoi amici ?

 

Personalmente amo i miei giovani. Li amo perché sono semplici, sono di pasta buona, hanno gli occhi puliti e ne sono spesso ricambiato. Ma amo anche i contadini di <<terre lontane>>, amo soprattutto i <<miei>> carabinieri ! Di oggi, di ieri, di ogni ordine, di ogni grado, anche quelli che non sono più. E dico miei, nel senso usato nel suo testamento morale dall'amico generale Galvaligi.

 

Ha mai provato ad immaginare la sua vita senza divisa ?

 

E' una domanda che potrebbe apparire cattiva.

 

Ma non ho queste intenzioni…

 

Bene, io, in divisa, ho vissuto tutta la mia vita, con l'unico scopo di servire lo Stato, le sue istituzioni, la collettività che mi circonda. Penso però che non mi abbia mai fatto dimenticare di essere un cittadino come tutti gli altri.

 

Ma, volevo dire, come può supporre la sua esistenza il giorno che non sarà più in servizio ?

Beh, potrò coltivare gli hobbies più tranquillamente e avrò anche tempo da destinare ad una lettura che fino ad oggi è stata un po’ frammentaria e soprattutto incentrata sull'attualità.

Quali sono le accusa che l'hanno particolarmente ferita ?

Quelle che, nate da problemi contingenti, relativi al mio incarico o al mio lavoro, sono state poi strumentalizzate e sono scese così in basso da ledere la mia dignità di uomo, la mia dignità di soldato, la mia fede di vecchio democratico.

Lei parlava di hobbies . Ne ha ?

Si, quello dei francobolli e, quando ho tempo, quello dei campi, della terra.

Quando ha un'ora libera, come la passa ?

Mi piace discorrere. Amo soprattutto essere un uomo come tutti gli altri.

Si parla di un gruppo di 60 uomini (ma c'è chi dice 200) e lei fedelissimi, devotissimi, che vivono al di fuori delle caserme che si muovono in mezzo alla gente, direi quasi misteriosamente.

In tema di devozione, arrivato al grado che rivesto, potrei presumere di più di 60 o di 200 ! Ma, a parte l'immodestia, lei si riferisce certamente ad un periodo che non è più.

Cioè si riferisce al periodo che ho detto prima. Quando nacque quell'organismo, voluto dal ministero degli Interni nell'agosto- settembre 1978 per la lotta al terrorismo, ebbi effettivamente a disposizione 220- 230 persone che venivano da ogni parte d'Italia. In mezzo a loro vi erano certamente alcune decine (20 o 30) provenienti dal famoso nucleo che era stato creato a Torino nel '74- 75 e alla cui esperienza e alla cui cultura attinsi a piene mani. Ma questi 220 elementi, tra i quali anche una quarantina di bravi appartenenti al corpo della Ps, ivi comprese delle validissime assistenti e ispettrici, direi anche coraggiose, vissero una parentesi talmente intensa, talmente inserita nella realtà, che, direi, non avevano una ragione geografica. Non avevano un affetto a cui dedicarsi. Non avevano un terreno a cui ancorarsi ed effettivamente li ho portati a vivere (così come ai tempi delle squadriglie in Sicilia si viveva accanto alla realtà del banditismo) la realtà dell'eversore, cioè mimetizzati, inseriti in modo diverso nella società. E questi uomini, questo gruppo di valorosi, perché tali sono stati hanno condotto a dei risultati che certamente erano nelle attese, soprattutto in un momento delicato, di transizione dei nostri servizi e di una opinione pubblica che non poteva non essere esasperata. Questi uomini si ritrovavano a Milano, magari provenienti da Bari o da Catanzaro; oppure quelli di Genova, di Torino dovevano catapultarsi a Roma o a Catania; questo amalgama è durato pochi mesi : ma già dai primi tempi ha dato la sensazione di essere un magma umano veramente efficiente, entusiasta. Non è che abbia speculato sul loro entusiasmo. Certamente l'ho usato molto. A loro sono molto grato e sono orgoglioso di averli avuti alle mie dipendenze. Quando i risultati venivano raggiunti, non ho mai dimenticato però che parte del merito andava sempre alla struttura dell'Arma. La struttura territoriale che effettivamente mi è stata sempre vicina dando un contributo del massimo rilievo; non soltanto quei 220, quindi, devono essere portati in superficie. E' certo, tuttavia, che quando ci lasciammo, nel dicembre '79, ci siamo sentiti uniti da una esperienza irripetibile; e da una medaglietta che io feci coniare per tutti, in metallo piuttosto vile.

Lei crede che un terrorista pentito un giorno possa rientrare nella vita normalmente ? 

Io penso di si. Soprattutto se lo Stato lo aiuta a dimenticare e a farsi dimenticare.

La chiamano il <<piemontese di ferro>>. Perché ?


Se si tratta di attingere alla coerenza, all'amore per l'ordine e per lo Stato, io sono lieto di essere definito <<piemontese>> . Per quanto riguarda il <<ferro>>, sarei presuntuoso pensare ad un collegamento con un famoso duca del 1500. Però è anche vero che, di tanto in tanto, vengono in superficie la estemporaneità, l'impulsività, la fantasia, la trasparenza, anche un po’ di humour, che tradiscono le mie origini emiliane, alle quali sono molto attaccato.

La capisco ! C'è qualche definizione che le piace di più ?

Non è che mi piaccia …Mi chiamano <<UFO>>, ma non come una sigla che sta per <<ufficiale fuori ordinanza>> ! Proprio come Ufo !

Che cosa pensa di dovere ai suoi collaboratori ?

Tutto.

Quando racconterà la sua vita ai suoi nipotini, che cosa dirà ?

Beh, ai bambini si raccontano le favole, le belle favole. E le racconterò anch'io ai miei nipotini. Ma se si riferisce alla mia vita, io penso che la mia vita non sia stata una favola, non sia stata una favola ! E se è, come è, una esperienza duramente vissuta, ambisco solo raccontarla ai giovani della mia Arma.

 

( Di origini emiliane il generale è nato a Saluzzo (TO)

 


COMMEMORAZIONE DEL 166° ANNIVERSARIO DELLA   FONDAZIONE DELL’ARMA   DEI CARABINIERI

  (tenuta a Milano dal Comandante della Divisione Pastrengo , Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, 5 giugno 1980)

   Ufficiali, Sottufficiali, Appuntati, Carabinieri

E’ per noi motivo di orgoglio che la massime Autorità religiose, civili e militari, ed esponenti del mondo dell’economia, del lavoro, della cultura, della stampa di questa nobile e laboriosa città di Milano, ci abbiano onorato con la loro presenza nel giorno celebrativo della festa dell’Arma. Una presenza tanto più ambita e significativa, quanto più scarna ed austera vuol essere la cerimonia; una presenza per la quale esprimiamo gratitudine e l’assicurazione che, anche dalla loro adesione, sapremo trarre la forza per il nostro procedere; una presenza, infine, quella di magistrati e funzionari della P.S., che vorrei sottolineare per la solidarietà che, in Milano, ci lega nella difesa del bene e delle Istituzioni.

   A voi, rappresentanti delle valorose Armi, di Corpi e di Servizi, che, stretti ai vostri labari e alle vostre Associazioni, rappresentate idealmente i tanti e tanti Caduti nel cratere della fede, giunga il nostro commosso pensiero.

   Agli uomini in congedo della nostra Arma, qui numerosissimo – con le bandiere di tante Sezioni – ad esprimere il loro credo inalterato in quei simboli del valore di sempre, e la loro solidarietà alle fatiche di commilitoni in servizio, il nostro abbraccio fraterno.

   Ed a voi, infine, carabinieri tutti, di ogni ordine e grado che, riuniti in questo cortile, rappresentate le migliaia e migliaia di colleghi che servono l’Italia e le sue genti nell’ambito della I Divisione “Pastrengo”, in questo immenso teatro di lavoro onesto e pulito, giunga il mio orgoglio, la mia fierezza di Comandante.

   Mentre celebriamo i 166 anni della nostra Istituzione, nello stupendo proscenio del nostro passato che d’improvviso si affaccia, potrei anche cogliere – come noi amiamo – i valori della “tradizione”; di una tradizione che sa di squadroni e sciabole, di tappe del Risorgimento, di briganti, di lucerne in grigioverde appese ai fili spinati, di bende e sangue e tanto azzurro, su rocce, su steppe, su selle ed acrocori lontani; di una tradizione alla quale noi spesso ancoriamo il diritto a guardare  - senza iattanza ma a testa alta – un qualsivoglia interlocutore.

   Ma là dove la realtà incalza giorno dopo giorno per dirci della sua brutalità, anche la più nobile delle tradizioni apparirebbe oggi quale stinta oleografia, su cui la patina della sufficienza potrebbe aggiungersi a mortificare i credenti.

   E le genti, nell’inquieto succedersi degli eventi, pretendono con l’ansia di chi crede, di chi vuol comunque credere che – al di là delle nostre pur belle tradizioni – sulle strade, sulle piazze, nelle valli continui a vivere, a vibrare a respirare solo la storia; perché la storia non mente; senza fiabe, senza leggende, senza miti, senza retorica; con la forza concreta ed esclusiva delle sue verità:

   Ecco perché mentre poc’anzi abbiamo deposto – tutti uniti – una corona d’alloro, il pensiero commosso  è corso a quello stupendo e men conosciuto “Monumento al carabiniere” che – nella città di Torino, culla dell’Arma – da oltre cinquanta anni custodisce la volontà ed il contributo alla sua realizzazione da parte di ben 8.400 Comuni d’Italia; là, tra i tanti del basamento, c’è un pannello su cui tre giovanissimi carabinieri appaiono nell’atto di sorreggere – con il corpo proteso in uno sforzo immane – una grossa parete in rovina, mentre un loro commilitone si china per trarne salva una vita umana, un essere fragile, una donna.

   Fu certamente il terremoto di Messina del 1908 ad ispirare il maestro Rubino; ed è altrettanto certo che la storia fece poi eco nel 1968 con il sisma del Belice quando, alle tre della notte, nel crollo dell’intero centro di S. Ninfa di Trapani, nel tumulto di una terra sconvolta, io vidi un bravo Comandante di Stazione lasciare la giovane moglie incinta ed avventurarsi da solo, tra le macerie, con una piccola torcia in mano alla ricerca di un gemito; e la storia si ripeté più di recente ad Osoppo, a Gemona, a Tarcento ed in tante altre località del Friuli ove i carabinieri, nell’immane disastro, eressero sulle tende delle loro stazioni lo stemma dello Stato.

   Si, lo stemma dello Stato. Contro gli sciacalli di sempre, fianco a fianco con i valorosi soldati di tante Armi e Specialità; senza nulla chiedere!

   Fu  proprio in quel contesto, fu nel tormento e nel travaglio di far tacere la tradizione e di dar respiro alla storia, che giunsi ad idealizzare quegli stessi giovanissimi tre carabinieri; come se quella grossa parete, prossima a rovinare, ed affidata più alla forza delle loro divise che a quella della loro fisica prestanza, richiamasse prepotente ad una situazione di fondo, da cui ogni crepa, ogni precipitare, ogni rovinio potrebbe travolgere e schiacciare soltanto l’inerme, l’umile, l’indifeso.

   E’ proprio perché la storia soccorra nel dar vigore alle mie parole, che intendo attingere oggi a qualche verità.

   E’ una verità, ad esempio, che la Costituzione nella quale viviamo, che molti rammentano e che ogni giorno noi difendiamo, ha visto tra i suoi artefici più autentici 2115 Ufficiali, Sottufficiali e carabinieri caduti ed altri 6500 feriti;  e, fra tutti, i nostri martiri di Cefalonia, delle Fosse Ardeatine, di Radicofani, di Fiesole.

   E’ una verità quella che, alle vostre spalle, si affaccia e si traduce nella forte figura di un Salvo d’Acquisto, quasi che, con il petto ampio e generoso, voglia difendervi e dirvi – ancora una volta – che quando per la salvezza del nostro prossimo è e deve essere il tributo della vita, è con voi , è con noi la benedizione delle contrade più lontane d’Italia.

   E’ una verità quella che, a voi di fonte, pone taluni tra i valorosi tuttora viventi,  e tra essi – di quell’epoca – il Comandante della Brigata “Cento Croci”, poi elevata dal C.L.N. al rango di Divisione partigiana, operante al confine del Piemonte e della Liguria; una figura eroica, rimasta negli archivi e nella leggenda con il nome di “Richetto”; due volte ferito in combattimento, tre volte evaso dalle mani dei suoi carcerieri, protagonista di decine di scontri vittoriosi. Ebbene questo “Richetto” che, già Comandante eroico di una Divisione partigiana, è oggi tra noi, era ed è un carabiniere semplice! Si chiama Federico Salvestri; fu decorato allora di medaglia d’argento al V.M.; poi scomparve come tanti e tanti altri carabinieri nel vuoto e nel nulla, in quella umiltà donde era emerso, contento di fare lo “stradino” in un piccolo paese della provincia di Parma.

   E’ una verità, ancora, che pochi anni orsono un sindaco della provincia di Genova  appose sulla facciata di una nostra caserma una lapide in memoria di ben sei carabinieri, trucidati dell’aprile 1944 sugli spalti gloriosi della Resistenza; una lapide con la quale l’eletto del popolo  chiedeva al viandante, ad un qualsiasi viandante, anche al miscredente, di fermarsi e di onorare quei caduti, quelle divise.

   E’ una verità, infine,  che Autorità comunali, regionali, scolastiche ecc. siano giunte ad intitolare a tanti nostri martiri strade, piazze, scuole, aule, ospedali d’Italia, perché ovunque appunto la storia prevalesse sulla “tradizione”, perché i bimbi ed i giovani sapessero, capissero come e quanto – al di là delle fiabe – si possa dare senza calcolo, con generosità, perché gli altri sopravvivano, perché una famiglia respiri, perché la libertà trionfi.

   E su tutto, un’altra verità voglio aggiungere! Che la massima parte di quei corpi torturati, di quei Caduti, non ebbero il culto sollecito dei loro cari, né un fiore deposto ad immediato ricordo: perché? Perché erano originari di terre lontane, perché non avevano combattuto in difesa di un loro particolare interesse o di un loro campanile; perché erano davvero cittadini di una più grande terra, l’Italia, e difensori di una più grande bandiera, quella tricolore.

   Resi più forti da queste verità, che raccolti in tempi meno remoti –tra le inclemenze della terra e le inquietudini del popolo – ancora palpitano e respirano, cari carabinieri, con la vitalità di questi titoli – che altri non hanno – voi rifiutate le violenze ed il loro mercato, i mimetismi ed i facili baratti, i giudizi costruiti sull’opportunismo; voi rifiutate da persone leali, il falso e l’insinuazione eretti a sistema; respingete – anche con il silenzio – ciò che di ottuso e di folle può travolgere il bene di ognuno e di tutti.

   Con queste verità, che rappresentano il vostro patrimonio più nobile e più sano, voi sapete combattere a viso aperto e senza consentire ad alcuno di alludere a massacri o a suicidi: giacché non si possono concedere giudizi a chi vi aggredisce con l’arma della viltà, a chi si esalta nel sangue dell'inerme, a chi si accanisce nella dissacrazione dei valori dello spirito, dell’uomo e dello Stato.

   Non saranno le reiterate tentate stragi presso una caserma Lamarmora  in  Torino, né quella spietata contro la caserma di Dalmine (ove finanche una donna, una sposa ed una bimba erano state designate ad essere uccise), né l’ultima compiuta con i razzi contro la Centrale Operativa della Moscova  ove, mentre i carabinieri operatori raccoglievano l’invocazione di un cittadino bisognoso di soccorso, il timer andava scandendo i minuti della tragedia poi sventata solo dalla sorte; non sarà tutto ciò a flettere la volontà di essere o ad incidere sul distacco, sulla serenità, sulla obiettività del vostro lavoro.

   Attraverso l’umiltà del nostro carabiniere più lontano, più sperduto o più esposto, noi avvertiamo d’intorno una società carica di vita e di sapore umano, così come umano è il dare a chi ha bisogno, aiutare chi soffre, tendere la mano all’indifeso.

   Ricordatevi, cioè, solo e sempre che la moltitudine vi ama, vi vuole, vi sente;  ricordate che – al di là di ogni consuntivo di rito, che per il 1979 a parte è stato sottolineato ed illustrato e che di certo ci inorgoglisce – tanti e tanti vi idealizzano in quei tre giovanissimi carabinieri che – con uno sforzo immane – tentano di reggere e reggono quell’immensa parete  che sta per precipitare; ricordate che i vostri sacrifici, le vostre rinunzie, le vostre amarezze contribuiscono  al civile convivere, alla sopravvivenza della fede, alla salvezza delle Istituzioni.

   Se è anche vero che l’oggi pretende luci e ribalte, miti e prosceni; se è molti, troppi amano ed ambiscono ruoli e livelli, voi ricordate che il popolo buono preferisce, invece, scorgere nel buio di una tempesta, il conforto di un piccolo faro di periferia, anche ignoto, di un faro alla cui intermittenza, come se un cuore battesse, chi naviga ed è flagellato dai flutti si affida con la tranquillità, con la convinzione, con la certezza di ottenere aiuto e difesa.

   E se è vero che voi siete, che voi vivete, che voi siete capaci di sentir battere  la vita del vostro prossimo, allora carabinieri giovani e anziani, avete anche il diritto di guardare a testa alta coloro che vi hanno preceduto sulla  via dell’onore e che altri hanno affidato al tempo ed al ricordo di quelli che verranno, agli angoli di una strada o all’aula di una scuola.

   Ciò – non dimenticatelo mai! -  potrete fare anche perché alle vostre spalle esistono i bravi Comandanti di Stazione; quelli che la letteratura ha consacrato come i patriarchi della tribù; quelli che – in un collage fatto tra il romantico e il naif – l’arte, la cinematografia, la saggistica hanno consegnato alle folle, quali i custodi della legge e dello Stato nella   periferia più domestica o più lontana; quelli che hanno arricchito la nostra storia  con i nomi di d’Acquisto e di Maritano.

   Questi Comandanti di Stazione, che da sempre rappresentano l’essenza della nostra Istituzione, che da sempre vivono nell’ombra , nel silenzio ed in modestia, che da sempre, invece, allevano e preparano generazioni intere di carabinieri alla durezza ed alla macerazione della vita quotidiana, all’amore per un dovere che tutto pospone, anche la famiglia, alla difesa dell’inerme, ad un sacrificio che molto spesso non paga, al divenire uomini anche ora quando l’anagrafe li vuole ancora minorenni, alcuni di questi Comandanti di Stazione oggi qui ho voluto inquadrati al centro dello schieramento , e qui li intendo citare tutti accanto ai loro Ufficiali più giovani, perché ad essi va la gratitudine dell’Arma ed il mio “bravo” più convinto.

   Ma su loro e su tutti – in ogni specialità, in ogni impiego ed ogni età – è la fiamma della nostra fede comune, del nostro credo;

-        su tutti, è la volontà fermissima di rappresentare per questi giovani studenti – che oggi sono giunti tra noi dagli Istituti superiori di Milano – l’esempio di una vita pulita, fatta di entusiasmo, costruita sulla rinunzia;

-        su tutti è l’ansia che questi bambini, qui con i loro insegnanti, possano avere un domani sereno, un civile convivere, contro ogni vile costume, contro ogni crimine;

-        su tutti, ancora, è la forza di resistere, è la gioia del donare senza chiedere, è la rinunzia per tutta la vita agli affetti più cari, perché il cittadino possa avvertire nella nostra Arma, il mormorio lontano di un Piave,  attraverso le cui acque – anche se spesso arrossate -  non passeranno né la follia, né la prepotenza, né il terrorismo, né l’ingiustizia che lo assolve;

-        per tutti e su tutti, infine, è la certezza di mantenere inalterato lo smalto della lealtà verso lo Stato e le sue Istituzioni, per divenire più degni di chi ci conforta, di chi ci stima, delle nostre genti, ma anche di quel passato, di quella storia, di quelle verità, e perché no? Di quelle tradizioni di cui – come ieri sera ha detto il nostro Comandante Generale – siamo tanto fieri, e che tanti stranieri ci invidiano!    

Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa


DISCORSO PRONUNCIATO COME VICE COMANDANTE DELL’ARMA USCENTE

  Roma, 5 maggio 1982

 Comandante, permettimi due parole; è la prima volta che parlo leggendo, ovvero affidandomi  alla lettura. E pur volendo essere breve, temo di non reggere fino in fondo, anche se ad un soldato non si addice commozione che traspaia verso altri soldati. Gli è che lascio oggi la carica di Vice Comandante dell’Arma – con l’orgoglio e la fierezza di aver servito per quaranta anni la nostra Istituzione – ma con l’animo in tumulto, con l’emozione che batte su questa uniforme di vecchio soldato.

   Sono ora a raccogliere tanti e tanti ricordi, tante e tante fisionomie, per dir loro la mia gratitudine.

   Ho sentito dire da qualcuno che non si dice “grazie” a chi adempie al proprio dovere, ed ho incontrato qualche altro che riteneva di essere egli, e soltanto lui, la “vestale dell’Arma”.

   Ebbene, questo è il momento dell’umiltà!

   Quelle fisionomie lontane, sono qui; stemperate dal tempo ma non dalla gratitudine. Mi riporto a quando, poco più che ventenne, mi affacciavo alla mia prima Tenenza e schierati erano dodici, fra Brigadieri e Marescialli, tutti con il colletto bianco inamidato, i guanti calzati, la sciabola, alcuni con gli stivaloni; a quando, cioè, senza far pesare, con molto garbo, senza incidere sul mio amor proprio, mi resero consapevole della mia pochezza! Ebbene, io, a questa generosità, a questo garbo, sono sempre riandato nel mio procedere, mentre nessuna remora  mi ha mai colto nell’attingere ai consigli ed ai suggerimenti dei semplici Appuntati; anche da loro la saggezza e l’esperienza poteva essere raccolta, soprattutto perché lo facevano senza nulla chiedere o sperare.

   Vecchi cari collaboratori di allora! Fra i primi non posso non ricordare il Brigadiere Fileni ed il Maresciallo Nardone e, tra i secondi, il vecchio Appuntato Ceci, oggi tutti nel cielo degli eroi dell’Arma.

   E perché non dovrei avvertire gratitudine per quanti sempre, e poi, mi hanno insegnato (oltre che donato, oltre che dato) e perché non dovrei considerare loro e soltanto loro le “vestali dell’Arma”?

   E, nel tempo avanti  ai miei Maestri, cui rivolgo un deferente, memore pensiero, perché non dovrei dire grazie anche a mio padre per avermi offerto la sua fede ed i suoi Alamari?

   Oggi sono quindi qui ad esprimere gratitudine a lui, ai tanti Maestri ed a tutti i collaboratori che, a migliaia e migliaia, in questo momento si affollano, come fedeli radunati nell’immenso Tempio della nostra Bandiera.

   Qui io non sarei – e qui tutti non saremmo – se loro non ci avessero preceduto e non avessero donato ben al di là del “dovere compiuto”|

   E grazie anche a te, mio Comandante, mio ultimo Comandante, per quanto hai voluto generosamente dire oggi a voce ed affidare nel tuo Ordine del giorno; un Ordine del giorno che mi riempie di fierezza e di orgoglio. Ma grazie per avermi invitato alla cerimonia  dell’imposizione degli Alamari a Chieti; era la prima volta in quaranta anni, ed essendo anche l’ultima, la coincidenza ha voluto che, affidando gli Alamari ad un giovane carabiniere, con un po’ di enfasi, sì, d’accordo, io gli potessi dire: “E’ come se ti passassi i miei!”. E perché non dirti grazie  di avermi consentito di rappresentarti a Pastrengo, nella cerimonia  di quella battaglia, di quella carica? Ne sono uscito ricco di emozione e di fede; sì, ancora di quella fede di cui ho bisogno, ho tanto bisogno per affrontare la nuova strada.

   Ma grazie anche di avermi voluto ieri al tuo fianco a Monreale; avrei dovuto esservi sì in virtù delle funzioni espletate; ma mi hai tenuto vicino, anche perché in quel momento era onorata la memoria di un Capitano Medaglia d’oro, il Capitano Basile, mio vecchio dipendente.

   E quando stamattina ho reso visita, omaggio alla nostra “urna dei forti”, alla nostra Bandiera, al primo Istituto, al massimo Istituto d’istruzione, bene, tutto è divenuto un incalzare tale di emozioni, di fronte alle quali è prepotente ed incontenibile ormai la commozione.

   Ecco perché mi fermo. Ma non senza aver rivolto un caloroso saluto ai commilitoni valorosi dell’Arma  in congedo, che ci hanno preceduto su questa stessa strada e non senza rivolgere un pensiero altrettanto commosso alle nostre famiglie, a quelle che, con noi tutti, hanno diviso i sacrifici, i tormenti, le ansie, giacchè anche da loro – è bene non dimenticarlo – l’Istituzione ha avuto un alto, un grande contributo.

   Grazie Comandante ed in te ringrazio l’Arma!

   Con me sarà sempre l’impegno perché anche nella nuova fatica sia il bottone dell’Arma a brillare di questa sua luce autentica, di questa sua luce  che è genuina, che è trasparente, che rifiuta calcoli, come dicevo l’altra volta, e le riserve mentali. E mi auguro che la sorte mi conceda di garantire a questa mia provenienza, quella fiducia che mi è stata data e con la quale sono partito.

   Viva l’Arma! Viva l’Italia!

        Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa

 



beppegrillo

 

per approfondimenti

il blog di Beppe Grillo



LA VERA RESISTENZA

In Italia siamo soliti celebrare i fasti della cosiddetta 'resistenza', dimenticando sempre che senza il sostentamento delle truppe straniere i partigiani avrebbero fatto poco o niente. Come per i morti, anche le resistenze sono di due categorie: quelle buone e quelle cattive, quelle giuste e quelle ingiuste, quelle di prima categoria e quelle di ultima categoria. Non ci possiamo meravigliare, quindi, che la Rivolta dei Ragazzi di Budapest contro l'impero sovietico venga totalmente dimenticata da molti e addirittura abiurata da altri. Il comunismo si prefiggeva l'obiettivo di essere la 'dittatura del proletariato', la risposta popolare alle lobbies di potere, il trionfo dei servi sui loro padroni. I limiti in tutto questo sono spropositati, il comunismo (checchè ne dica il Papa) è stato un abbaglio totale, assolutamente inutile e dannoso per tutti i popoli che ha infettati e demoliti. Il comunismo è stato una variante del capitalismo, un sistema fallimentare, seppur duro a morire, di gestione del potere nelle solite mani e nelle solite tasche. Il comunismo, esattamente come il liberismo, ha sedotto il popolo con l'illusione di renderlo protagonista del suo destino. Nulla di più fasullo. Il comunismo non è la cura al capitalismo, ma un veleno che accelera il processo di destabilizzazione delle società. Le società forti e incontaminati sono fatte di uomini, non di sfruttatori e sfruttati. Il comunismo sfrutta pertanto i peggiori sentimenti insiti nell'animo umano per condurre gli uomini alle battaglie sociali e culturali che possano arricchire il sistema dell'economia sopra ogni cosa. Fa leva sull'invidia, l'egoismo e tutte le bassezze umane moltiplicate all'infinito. Non a caso oggi l'unico argomento delle sinistre è l'anti-Berlusconismo. Con questo continuo attacco a Berlusconi (perchè lui è ricco e il popolo no) legittimano il loro incolmabile vuoto politico ed esistenziale. Solo con la criminalizzazione dell'avversario le sinistre riescono a sopravvivere. E' per questo, ad esempio, che insistono ancora sull'antifascismo e la resistenza. Ma su questo torneremo in altre occasioni. Quarantotto anni fa, in Ottobre (mese propizio alle Rivoluzioni) a Budapest succedeva qualcosa di memorabile. Il popolo unito, superata l'ideologia classista, si ritrovava a combattere nelle strade per porre fine all'egemonia tirannica dell'Urss. A differenza di ciò che avvenne nei Paesi Fascisti, in cui tutte le potenze capitaliste intervennero per rovesciare il regime, qui nessuno intervenne in nome della libertà e della democrazia. Per quasi tre mesi donne, studenti, braccianti e operai hanno combattuto con armi povere contro lo strapotere militare sovietico per poi capitolare eroicamente. Tutto questo mentre 'il mondo è rimasto a guardare sull'orlo della fossa seduto'...


.
.