Politica 12


in questo giorno,  dove cazzo era il presidente del nuovissimo e "modernissimo" AN?

ANNIVERSARIO   (22 Maggio 2004)
SERVELLO RICORDA ALMIRANTE

di
Franco Servello

Il 22 maggio 1988 moriva Giorgio Almirante.

Questo il ricordo del senatore Franco Servello

Almirante, l’uomo politico, nasce con il Movimento Sociale Italiano. È ormai inverno del 1946. L’Italia esce dalla guerra stremata.

L’Italia aveva perduto la guerra e ora pagava per avere concepito un equilibrio internazionale fondato sul principio del comune diritto dei popoli alle fonti di energia.

La guerra aveva portato nel nostro Paese violenta discriminazione, odio politico, condanna inappellabile. Vi erano uomini in buona fede che avevano agito, offrendo in innumerevoli casi la vita, nella certezza di contribuire agli interessi storici del proprio Paese, avvenire, sicurezza economica, un domani per le nuove generazioni.

Era necessario, era urgente, che menti illuminate agissero esponendosi politicamente, nella maniera più disinteressata, nel tentativo di riportare nel Paese una valutazione serena degli avvenimenti, delle scelte, del concetto stesso di avvenire. Un’opera urgente, perché la discriminazione, l’intolleranza, l’odio ideologico portano alla paralisi della vita di un popolo, la maturazione di disegni eversivi, la strada della violenza del più forte.

Giorgio Almirante, fin dall’inizio della sua azione politica, fin da quando, cioè, con alcuni amici legati da forti sentimenti, fu tra i fondatori del Movimento Sociale Italiano, ebbe costante l’idea primaria della pacificazione tra gli italiani, la ricerca di un elemento coagulante comune, un progetto che superasse le divisioni legate al passato e a tentazioni egemoniche.

Era radicato in lui e nei suoi amici il concetto di socialità. Un popolo ha un destino se concentra tutti i propri sforzi nella ricerca dello sviluppo armonico nella parità dei doveri e dei diritti. È vano cercare il futuro se sono preponderanti privilegi e astute manipolazioni, il disinteresse per chi, anche nell’umiltà del lavoro quotidiano offre collaborazione, sia pure modesta, ma in ogni caso preziosa. Ogni uomo — in una visione etica, e vorrei dire, cristiana — ha la sua dignità intangibile, il suo destino.

Giorgio Almirante, dopo la nascita del Movimento Sociale italiano, scelse la strada dell’interprete di questi sentimenti, di queste fondamentali esigenze. Era povero, si muoveva con mezzi al minimo. Spesso, raggiungendo località lontane da Roma, sede del Movimento, erano gli amici che lo ospitavano, che gli fornivano il necessario per tornare dopo il comizio, anzi, dopo più comizi che egli teneva, tre, anche quattro o cinque nella stessa giornata, senza risparmiarsi e sempre affrontando tematiche nuove aderenti al concetto principale, via via arricchendo una oratoria che, dopo, diventerà appassionata, fra le più originali e culturalmente elevata del mondo politico del nostro Paese.

Con Almirante nasceva una classe politica che nella guerra aveva formato il proprio carattere umano e morale, il senso del sacrificio per il proprio Paese, il concetto della solidarietà. Il Movimento che parlava di linguaggio nuovo della solidarietà tra gli italiani, la pacificazione dopo la tragedia della guerra, la ricerca del sistema più confacente ai nostri bisogni, ebbe il conforto e la collaborazione di una stampa fiancheggiatrice agile, coraggiosa, competente, il «Meridiano d’Italia», «Asso di Bastoni», «Rivolta Ideale», «Rosso e Nero», «Rataplan». Il «Meridiano d’Italia» uscì nel gennaio 1946. Era un settimanale che si rivolgeva agli italiani della produzione e del lavoro. Ma si soffermava anche, con scrupolo, ricerca serena ma meticolosa, sulle pagine oscure di chi aveva o sabotato il sacrificio di coloro che avevano risposto alla chiamata della patria, o aveva approfittato delle drammatiche emergenze connesse al dopoguerra per lucrare in proprio, avventurieri che avevano calcolato di vivere nella violenza e nel delitto, qualche volta con la complicità di apparati attigui al potere. Il «Meridiano d’Italia» era stato fondato da Franco de Agazio, giornalista e scrittore di alto profilo intellettuale e umano. Fu assassinato il 14 marzo 1947 perché le sue inchieste si avvicinavano al nocciolo del problema della rapina in nome di una ideologia.

In realtà la Volante Rossa, che aveva portato a termine il delitto, era una banda armata che si era data una identità e che aveva macchiato di sangue il dopoguerra nel Nord.

Quando il Movimento Sociale Italiano sempre più si radicava nel Paese con la sua proposta politica, l’esempio della sua probità morale al confronto di una classe emergente dedita all’occupazione totale del potere, nasceva il «Secolo d'Italia», quotidiano fiancheggiatore fondato e diretto da Franz Turchi, già Prefetto di La Spezia nella Rsi. Almirante, esercitando con raro equilibrio, con prosa essenziale, efficace nella contrapposizione dialettica, viva di un profondo sentimento di partecipazione ai problemi di un Paese che nasceva dopo la guerra fra grandi difficoltà di orientamento, frequentemente, tra un impegno crescente nelle piazze d’Italia, pubblicava i suoi scritti. I suoi articoli di fondo, i suoi corsivi convergono sempre nell’assunto fondamentale che il Paese sarebbe risorto dal dramma della guerra solo se avesse trovato la strada della pacificazione tra gli animi, una religione, se così possiamo dire, della patria comune a tutti i suoi figli.

Questa sua prosa densa di pensiero politico e di speranza nelle qualità migliori del popolo italiano, Almirante la diffondeva anche nei periodici dei quali abbiamo parlato. E sarà sempre sorprendente constatare come egli potesse affrontare una tale mole di lavoro intellettuale, politico. Ma questa era la sua personalità, il suggerimento morale della sua coscienza: un lascito luminoso e tremendo, ma nello stesso tempo pacifico e profondamente umano che, nel tempo, dopo la sua dolorosa dipartita, diventerà non solo il tratto dominante di chi continuerà la sua opera, ma anche una diffusissima stima negli italiani, sicché non è azzardato — anzi è largamente ammesso — considerarlo una delle figure più incisive del dopoguerra nel nostro Paese.

Furono anni, nell’interminabile dopoguerra, di estrema difficoltà politica. Si agitava il passato come spettro, come minaccia, come lascito esiziale, un pericolo costante da esorcizzare. L’ostilità che arrivava alla persecuzione, a leggi arbitrarie, in alcuni casi scellerati al delitto politico, era conseguenza, o, in ogni caso, riflesso del famigerato «Arco costituzionale», invenzione discriminatoria della Democrazia cristiana, in stretta intesa con il Partito comunista. Non contava la lealtà del Movimento Sociale alle Istituzioni democratiche, il suo contributo al dibattito parlamentare sui problemi politici, sociali, internazionali dell’Italia. Si ravvisava nel messaggio del Movimento Sociale il pericolo di un confronto.

Giorgio Almirante, con oratoria lucida, esente da sottintesi e da astuzie dialettiche, che caratterizzavano il progetto degli avversari politici, configurava il percorso necessario agli italiani, soprattutto alle nuove generazioni, anche nel delinearsi di novità decisive nel campo della tecnologia e della scienza che liberava l’Italia dalle strettoie della realtà rurale, di Paese povero di risorse naturali, e la proiettava nel confronto internazionale, del rinnovamento delle energie vitali giustamente definite epocali.

Giorgio Almirante nella sua lunga militanza politica, nei suoi scritti, nella sua visione di uno Stato moderno e libero, aveva attinto energie e convinzioni in tutto l’arco della sua vita, combattente al fronte e decorato al valore militare, giornalista con vaste risorse culturali ed etiche, uomo politico teso alla conciliazione tra gli italiani per il raggiungimento di un progetto politico che portasse l’Italia nello schieramento libero dell’Occidente.

Il messaggio di Giorgio Almirante, soprattutto gli interessi spirituali del popolo italiano, il suo onore, la sua dignità, il coraggio per le prove della vita, il bisogno della giustizia come elemento irrinunciabile di coesione tra le categorie sociali, è richiamo quotidiano della coscienza di chi, nel nostro partito offre, con il proprio impegno politico e civile, il meglio di sé stesso per il domani della nostra nazione.

(dal Secolo d’Italia)



Giorgio Almirante
 


OPERAZIONE ANTICA BABILONIA

Nassiriya, 12 novembre 2003

CADUTI NELL'ADEMPIMENTO DEL DOVERE DA PRODITORIO ATTACCO DEL TERRORISMO ISLAMICO

 
Tenente Massimiliano FICUCIELLO
Luogotenente Enzo FREGOSI
Aiutante Giovanni CAVALLARO
Aiutante Alfonso TRINCONE
Maresciallo Capo Alfio RAGAZZI
Maresciallo Capo Massimiliano BRUNO
Maresciallo Daniele GHIONE
Maresciallo Filippo MERLINO
Maresciallo Silvio OLLA
Vice Brigadiere Giuseppe COLETTA
Vice Brigadiere Ivan GHITTI
Appuntato Domenico INTRAVAIA
Carabiniere Scelto Horatio MAIORANA
Carabiniere Scelto Andrea FILIPPA
Caporal Maggiore Emanuele FERRARO
Caporale Alessandro CARRISI
Caporale Pietro PETRUCCI
Dottor Stefano ROLLA
Signor Marco BECI

 
Chi per la patria muor vissuto è assai, la fronda dell'allor non langue mai.
Piuttosto che languir sotto i tiranni, è meglio di morir sul fior degli anni

 


FINI RISCOPRE IL MULTICULTURALISMO.
LONDRA L’HA GIÀ BOCCIATO

Tratto da “il Foglio” del 7/4/2004

IL VICEPREMIER PROCESSA IL RICCO OCCIDENTE, BLAIR DIFENDE LA GRAN BRETAGNA DALL’IMMIGRAZIONE ILLIBERALE

Roma. Sarà che la platea era composta da diplomatici musulmani, ma un po’ stupisce il discorso tenuto due giorni fa da Gianfranco Fini all’ambasciata egiziana. Stupisce il tono asseverativo con cui il vicepremier ha decretato che “l’Occidente non deve esportare valori e regole nei paesi arabi” perché “non è migliore di nessuno,è soltanto più ricco”. Sorprende la sua certezza che “l’Occidente non deve prendere per mano nessuno”; che “qualsiasi cammino di sviluppo è efficace e duraturo soltanto se autonomo”; che “qualsiasi rivendicazione di supremazia culturale o morale, per l’Occidente, sarebbe un gravissimo errore”. Nessuno ha mai considerato Fini un neoconservatore, e fu compreso da molti il suo disaccordo con Silvio Berlusconi quando il presidente del Consiglio si lasciò scappare una professione di fede nella superiorità dell’Occidente sull’Islam.

Ma l’impressione comune tra gli osservatori era che la politica estera del governo fosse intonata alla convinzione che “la democrazia va esportata” (sempre Berlusconi). Dal che l’appoggio alla missione angloamericana in Iraq e, prima ancora, il generico sostegno all’esportazione di libertà e diritti civili lì dove non ce ne sono.

Fu lo stesso Fini, nel 2002 a Bologna, ad aprire il secondo congresso nazionale di An con una relazione in cui riconosceva la “ragione di Berlusconi quando ricorda il dovere per tutto l’Occidente di favorire un nuovo Piano Marshall” in Medio Oriente. Che grosso modo vuol dire soldi in cambio di democrazia, la via occidentale alla stabilità. Anche quando Fini ha proposto di far votare immigrati alle elezioni amministrative, il suo messaggio poteva essere letto senza malizia. L’estensore – assieme a Bossi – di una legge restrittiva sull’immigrazione (“giusta e severa”, esultò) vorrà di certo vincolare il diritto di voto a determinati requisiti.

Primo dei quali l’adesione concreta da parte degli immigrati alle regole civili italiane (e dunque occidentali). Come interpretare allora l’estemporaneo “processo” alla presunta superiorità dell’Occidente istruito da Fini? Forse una legittima conversione all’etnopluralismo, che va forte nella destra sociale. Forse una concessione occasionale al suo uditorio arabo. O forse l’ennesima dimostrazione che all’occorrenza – nel caso la rediviva verifica per-elettorale – An trova il modo di smarcarsi da Berlusconi e dalla sua politica. Senza contare che non da oggi Fini punta a estendere la sua influenza sulla Farnesina, giocando di sponda con il segretario generale, Umberto Vattani, e il suo neovice Giulio Terzi, ex ambasciatore in Israele. Come che sia, il Gianfranco di lotta, novello teorico del multiculturalismo, sovrasta disinvoltamente il Fini di governo.

In controtendenza con l’Europa, Fini. Perché nel frattempo la Gran Bretagna laburista dice addio alla società multiculturale. L’afrocaraibico Trevor Philips, presidente della commissione per l’Uguaglianza razziale, ha ammesso che la separazione tra gruppi favorisce i conflitti etnici. Meglio una forte politica integrazionista: nessuna protezione agli immigrati che non sottoscrivano i principi liberali. E ieri, prima di un vertice a Downing Street, il ministro dell’Interno David Blunkett è stato addirittura accusato dal suo consigliere Bernard Crick d’aver accantonato i corsi per promuovere la cultura britannica tra i nuovi cittadini. Per la gioia dei conservatori che rimproverano al governo di mascherare la sua politica di immigrazione controllata. Anche a Londra c’è clima da elezioni.


 


FINI: NON MI PENTO DI ADESIONE GIOVANILE A MSI

(ANSA) - PARIGI, 1 APR  2004 - In un'intervista a 'Le Point' Gianfranco Fini dice che non si rammarica di essere entrato a 17 anni nel Msi e auspica che la Francia estradi in Italia l'ex- terrorista rosso Cesare Battisti impedendogli la fuga. Il leader di An spiega al settimanale francese che non ha rammarichi per la sua adesione giovanile al Msi perche' ''non ha senso giudicare a 52 anni quello che si era a 17''; e in quel periodo post-68 - aggiunge - ''noi eravamo all'estrema destra in nome della liberta' e contro l'arroganza dell'estrema sinistra''. Fini mette in chiaro che non ha mai corso il rischio di diventare un terrorista: ''Mi ricordo dei compagni che sono morti, che sono stati imprigionati, che sono dovuti fuggire all'estero ma non ho mai avuto comportamenti violenti. In compenso avrei potuto essere ferito o anche ucciso negli scontri con gli avversari''. A suo giudizio sono ''probabilmente i piu' deboli'' che hanno abbracciato il terrorismo e comunque ''non si puo' generalizzare e trattare tutti gli ex-terroristi nello stesso modo''. ''Molti - afferma Fini - hanno pagato il loro debito e anche il peggiore dei criminali ha diritto ad una seconda occasione. Battisti dice: 'Non potete perseguirmi dopo trent'anni'. Ma lui non ha pagato il suo debito. Per questo spero che le autorita' francesi, se l'estradizione e' accettata, impediscano la fuga di Battisti. Non mi pronuncio sul fatto che e' stato rimesso in liberta' ma la sua fuga sarebbe un'offesa. In generale, bisogna decidere caso per caso''. Il leader di An (di cui 'Le Point' pubblica nel numero da oggi nelle edicole un ampio ritratto sotto il titolo ''Intinerario di un pentito''), precisa nell'intervista che la sua revisione critica nei confronti del fascismo - che ad un certo punto ha definito ''male assoluto'' per i suoi risvolti razzisti - e' frutto di ''una maturazione'' di anni. Fini definisce ''ossessioni della stampa italiana'' le congetture secondo cui potrebbe lasciare An - dove la sua linea non ha l'unanimita' - e presentarsi alle elezioni con liste proprie: ''La mia vita - mette in risalto a questo proposito - e' legata ad un percorso politico che non ho fatto da solo. Senza il partito, mi sentirei piu' povero, non piu' ricco''. Ma l'Italia sarebbe pronta per un premier in arrivo dalle file di Alleanza Nazionale? ''Decideranno - risponde il leader di An - gli elettori. Hanno gia' deciso di affidare comuni, province e regioni a personalita' provenienti dai nostri ranghi''. (ANSA). LQ 01-APR-04 13:40 

 


"IL VERGOGNOSO SILENZIO SULLE FOIBE"

Da "La Provincia di Sondrio" del 17.2.03

Cari lettori, questa lettera mi è stata spedita il 7 febbraio, tre giorni prima della manifestazione organizzata a Roma dalla Federazione delle associazioni degli esuli istriani per ricordare il calvario, appunto, di quegli italiani dimenticati. Ho voluto pubblicarla oggi perché mi pare un seguito ideale alle due lettere di ieri e l’altro ieri, che avevano come tema il dovere della memoria. Dicevo, soprattutto ieri, che negli ultimi cinquant’anni c’è stato - comprensibilmente e giustamente - un forte richiamo alla necessità di tenere vivo il ricordo dei crimini di nazisti e fascisti, e una certa reticenza - incomprensibile e ingiusta - nel ricordare i crimini dei regimi comunisti. La tragedia delle foibe è uno dei tanti capitoli di questa vergognosa storia di silenzi sui crimini dei regimi comunisti, e la lettera di questi comaschi dalle origini giuliano-dalmate ci dà l’occasione per spiegare, sia pur brevemente, che cosa accadde. Tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945 in Istria - una terra di confine, ma italiana, come ha ricordato recentemente lo storico Francesco Perfetti - i partigiani slavi di Tito fucilarono ventimila italiani e li fecero sparire nelle foibe, cavità tipiche dei terreni calcarei. Quei ventimila non erano fascisti, erano semplicemente italiani, e per questo vennero uccisi. Una “pulizia etnica” in piena regola, insomma. Poi, il 10 febbraio del 1947, in seguito al Trattato di Pace, le province di Pola, Fiume e Zara, ma anche parte di quelle di Trieste e Gorizia, passarono alla Jugoslavia comunista: 350.000 italiani si trovarono costretti a fuggire, abbandonando la loro terra e le loro case. Di tutto questo non c’è praticamente traccia nei libri di storia sui quali per mezzo secolo abbiamo studiato nelle nostre scuole e università. Un silenzio reso ancora più grave dal fatto che ancora oggi, in Italia, in molte città ci sono vie intitolate alla memoria del dittatore Tito, cioè al capo di quei carnefici. Ecco, questo è stato il modo in cui si è scritta la storia in Italia. E nessuno si azzardi a dire che questa è una ricostruzione “di destra”. Alla manifestazione di Roma, anche il presidente dei deputati diessini Luciano Violante ha detto che «tutta l’Italia ha un debito ancora insoluto nei confronti di quegli italiani». E il capogruppo al Senato della Margherita, Willer Bordon, ha ammesso: «Bisogna riconoscere che i libri di storia hanno taciuto su mo ltissime cose». Peccato che l’Unità abbia liquidato la ricorrenza con questo titolo: «Foibe, all’inizio di tutto c’è il fascismo». Michele Brambilla 


Conti aperti col passato
«Nessuna memoria condivisa senza la verità su fascisti e antifascisti»

di FRANCESCO CARELLA

Dal quotidiano "IL TEMPO" di Roma:

Parla Aga Rossi, tra i protagonisti del Salone del Libro Storico

«LA MEMORIA condivisa? Senza la verità sul nostro passato, rimarrà una chimera». Esordisce così Elena Aga Rossi, storico contemporaneista di scuola defeliciana, studiosa della seconda guerra mondiale, nonchè docente alla scuola superiore della pubblica amministrazione presso la Presidenza del Consiglio. Tra pochi giorni manderà in libreria, per i tipi del Mulino, un suo libro, «Una Nazione allo sbando», già molto apprezzato ed ora arricchito, in occasione della terza edizione, di nuovi capitoli sulle vicende dell'esercito italiano dopo l'8 settembre. E domani pomeriggio alle 16, nell’ambito del Salone del Libro Storico che si tiene a Roma, parteciperà con Giano Accame, Pasquale Chessa, Lutz Klinkhammer, Giampaolo Pansa, Paolo Pezzino e Gabriele Ranzato al tavola rotonda su «Una storia violenta».
«Ancora oggi - riprende Aga Rossi - l'Italia è l'unico Paese europeo nel quale a più di mezzo secolo di distanza dalla sconfitta dei regimi fascista e nazista, termini come fascismo e antifascismo continuano ad avere una valenza politica dirompente e sono usati spesso strumentalmente nella lotta politica. Segno evidente della difficoltà di chiudere un'epoca storica».
Affermazioni nette, senza sfumature, che puntano dritto al cuore del problema: l'Italia non ha ancora fatto i conti, in modo pieno, con il proprio passato, né con quello fascista, né con la guerra civile, che dal 1943 al 1945 lacerò il Paese.
«Non c'è dubbio alcuno - spiega Aga Rossi - che all'indomani del secondo dopoguerra in tutte le democrazie europee si sia consumata una sorta di rimozione collettiva sulle vicende del nazifascismo. Ma se in Germania, grazie anche agli stimoli giunti da studiosi stranieri, si è messa in moto una ricerca storiografica che sta scavando, senza più remore, nella questione del consenso al nazismo, in Italia questi argomenti devono essere maneggiati, ancora oggi, con molta cautela».
La domanda, a questo punto, è semplice: perchè?
«Dopo la fine del secondo conflitto mondiale - risponde l'allieva di Renzo De Felice - era molto forte nel nostro Paese l'esigenza morale e politica di superare la guerra civile e di costruire su nuove fondamenta l'identità e l'unità nazionale. Tutto questo spinse le diverse forze politiche a porre i valori dell'antifascismo come base del nuovo regime repubblicano, innalzando la Resistenza da fatto storico a entità mitologica. La scelta della categoria dell'antifascismo, quale fondamento del nuovo Stato italiano, ha finito con il favorire un approccio ideologico sia nella pratica politica che nella storiografia nazionale».
Il che significa, detta in altri termini, che molte verità sarebbero state ignorate?
«Ignorate e distorte. Gli storici per un lungo periodo hanno sottovalutato il consenso che il fascismo raccoglieva presso buona parte della popolazione italiana. Consenso che continuò fino alla guerra e che venne confermato dalle adesioni al pur screditato regime neofascista della Repubblica sociale.L'approccio ideologico allo studio della storia,di cui parlavo prima, ha portato all'elaborazione di una visione apologetica della Resistenza in cui veniva messo addirittura ai margini il ruolo cruciale delle truppe angloamericane nella liberazione del nostro Paese. La storiografia,in particolar modo quella azionista e quella vicina al partito comunista, è stata la più attiva nel creare questo mito, fino ad accreditare la tesi che il movimento partigiano fosse costituito prevalentemente da comunisti».
Oggi, però, sappiamo che quel movimento ha avuto una composizione assai più ricca. Solo pochi anni fa, in coincidenza della pubblicazione postuma di un suo libro di memorie, la stragrande maggioranza degli italiani è venuta a sapere che dal 1943 al 1945 presidente del massimo organo direttivo della resistenza, il Clnai, era stato il liberale Alfredo Pizzoni.
«Ma i silenzi non finiscono qui. La prima resistenza armata prese corpo in quella parte dell'esercito che al momento dell'armistizio rifiutò l'intimazione tedesca di cedere le armi e di continuare a collaborare con la Germania. Questa pagina della storia patria, nonostante l'alto numero di caduti stimato in circa ventimila persone, cifra calcolata per difetto, è ancora oggi poco conosciuta. Occorre aggiungere che la Resistenza fu, così come accadde in altre parti d'Europa, un fenomeno ristretto, cui la maggioranza della popolazione rimase estranea».
Non si trattò, quindi, di «lotta di popolo»,come recita uno dei miti più sacri della storia e della politica del nostro Paese?
«Non fu lotta di popolo. La zona grigia, di cui parlò per primo De Felice, è sempre stata assai ampia. Gran parte della popolazione italiana cercò di rimanere al di fuori dello scontro».
Che fare per superare le divisioni?
«Io sono ottimista. A patto che vengano affrontate tutte le parti mancanti della nostra storia. Il fascismo e la guerra civile del '43-'45 attendono altre scritture. La costruzione di una memoria se non condivisa, almeno accettata, richiede questo sforzo».
mercoledì 20 novembre 2002
(Con particolare soddisfazione sottolineo la menzione che, a pagina 310 del suo libro, E. Aga Rossi ha fatto de "La vera storia dell'eccidio di Cefalonia". M.F.)


Alessandra Mussolini - Sette - 29-11-2001

Interviste realizzate in 34 anni da Claudio Sabelli Fioretti

Anche i più strenui difensori della libertà di cambiare idea non possono non notare che di questo diritto si fa un certo abuso, a volte. Soprattutto quando cambiano le maggioranze politiche o le egemonie culturali e scoppiano le transumanze. Alla presentazione del libro di Pia Luisa Bianco, Elogio del voltagabbana, Cesare Romiti ha ricordato che per i parlamentari esiste un istituto piuttosto desueto ma ancora apprezzabile nel caso che cambino idea: le dimissioni. Paolo Mieli, per evitare l’uso militare, poliziesco e punitivo della parola «voltagabbana», ha proposto che il cittadino intellettualmente onesto la riservi a coloro che cambiano idea andando verso di lui, evitando di usarla nei riguardi di coloro che da lui si allontanano. Questo perché - ha fatto notare Mieli - voltagabbana è un’arma usata dalla sinistra nei confronti di chi si sposta a destra, mentre chi fa il percorso contrario è un convertito, uno che vivendo nel male ha scoperto finalmente il bene. È vero questo? Sono andato a controllarlo da Alessandra Mussolini, una signora notoriamente di destra, deputato di An, molto poco attenta alla disciplina di partito, pronta a difendere le sue idee con grande decisione, sia che si tratti di menar le mani con la sinistra che con la destra.

Alessandra, mi dica qualche voltagabbana passato da destra a sinistra.
«Ho due grossi casi proprio tra i miei».
E cioè?
«Romano Misserville, fondatore storico dell’Msi, che addirittura è diventato sottosegretario alla Difesa del governo D’Alema. E Valentino Martelli, che da An è finito sottosegretario agli Esteri sempre con D’Alema. Ricordo che mi mostrava l’orologio con l’effigie di mio nonno. Mi diceva: “Vedi che cosa ho? Vedi?”. E dopo un mese faceva il compagno accanto a Diliberto».
Morale?
«Non è un problema di destra e di sinistra. I voltagabbana vanno dove c’è il potere. Che uno di An, o addirittura del Msi, finisca coi comunisti è incredibile. Però…».
Però?
«Però a volte è una sorta di vendetta. Passando da un partito grande a uno piccolo, conti di più. Hai maggiore ascolto, maggiore possibilità di dibattito. Da noi ce n’è poco, ce n’è sempre stato poco. La sensazione del partito-prigione, poco elastico, che ti sta stretto, è forte».
Il vostro congresso di Fiuggi, il passaggio da Msi ad An, può essere definito un momento da voltagabbana per la destra italiana…
«Voltagabbana no, perché voltagabbana è qualcosa che non costruisce niente. In quel momento Fini era vincente. Aveva un partito in forte escalation. Io a Napoli e lui a Roma, pur perdendo, avevamo portato il Msi al 32 per cento. Se Fini ha rinunciato, con Fiuggi, ad alcuni aspetti tipici dell’Msi, è perché era forte di questo consenso».
Ma arrivare a parlare di «valori dell’antifascismo»…
«Se è per questo anche parlare di “libertà conculcata”…».
Per un partito che prendeva i voti dei fascisti…
«Passaggi importanti, certo. Ma sono anche stati forzati giornalisticamente perché faceva comodo».
Alessandra, anche tu te la prendi coi giornalisti che non capiscono?
«No. Però diciamo che è stata una evoluzione, che si è pensato alle cose reali, smettendo di guardare sempre al passato».
Quando si parla di voltagabbana qualcuno cita proprio tuo nonno, Benito…
«Mio nonno aveva un disegno, una strategia. Doveva ottenere il consenso. Non fu voltagabbana».
Altri sostengono che voltagabbana furono i Savoia…
«Io sono del ’62, non ho esperienza diretta dei fatti. Certamente non ne sono usciti benissimo».
Una volta attaccavi duramente Fini, «un uomo piccolo piccolo», «un uomo troppo moderato»…
«Ce ne siamo dette. Anche lui non ci andava leggero».
Che cosa ti diceva?
«Per carità, non rivanghiamo. È stato senz’altro uno scontro, spesso frontale. Sono dieci anni che faccio politica. E con il mio carattere …».
Che carattere hai?
«Non sono docile. Se vedo qualcosa di sbagliato lo dico. Io non potevo sopportare la mancanza di dibattito. Pensavo di poter creare anche un’opposizione interna. Me ne sono andata dal partito, sono stata una settimana in stand-by e sono rientrata grazie a Tatarella».
Come è finita con Fini?
«Adesso andiamo d’accordo. Ma nel partito rimango sempre un elemento indipendente».
La cosa più feroce che hai fatto è parlar bene di Berlusconi.
«Io amo Berlusconi. E lo dico anche: Berlusconi mi piace. È uno che ti saluta, ti ascolta, sente quello che hai da dire. Crea una squadra. Da noi non si fa così».
Ma tu dicesti proprio: «Berlusconi il leader che vorrei».
«E infatti è il leader della nostra coalizione. Ma deve andare più in televisione».
Di più?
«La gente ha scelto Berlusconi. E lui deve parlare alla gente. Come dice le cose lui non le dice nessuno. È una persona straordinaria».
Chi sono i voltagabbana in Italia?
«Tantissimi, molti anche con noi. Li abbiamo dovuti votare. Noi abbiamo perso tantissimi voti con An, costretti a votare persone che non hanno nulla a che fare con la nostra storia, come Taradash. Che è anche simpatico per le sue battaglie di libertà. Però far digerire Taradash all’elettorato è stata un’impresa».
Taradash è un voltagabbana?
«No. Non è un voltagabbana. Però è stato imposto. E te ne cito un altro. Ernesto Caccavale. Lo presentammo in Campania con le europee. Sembrava Gesù Cristo sceso in terra. “Ah, Caccavale, adesso vince e poi deve diventare il leader…”. Il giorno dopo le elezioni ci ha mollato. Poi c’è il virtuoso Clemente Mastella che del voltagabbanismo ha fatto un’arte. Mi sta proprio simpatico. È veramente bravo. Lui già adesso sta preparando la virata. Mastella è un surfista naturale».
Surfista?
«Vola sull’onda. Una volta mi disse: “Non so stare all’opposizione per più di due anni”. È come una malattia. È allergico all’opposizione».
Fra quanto arriva da voi?
«Vedrai. Fa il quarto anno di legislatura e poi salta nel Polo».
Berlusconi è bravo: riesce a tenere insieme tutti, perfino An e la Lega…
«Guarda, c’è un’affinità fantastica tra me e Bossi».
Fini aveva detto: «Non prenderò più il caffè con Bossi…».
«E invece hai visto? Altro che caffè. Cappuccino, cornetto…».
Bossi voleva la secessione, disprezzava la bandiera. E voi adorate il tricolore e volete l’unità d’Italia».
«Roba vecchia. Adesso non vuole più la secessione. Ha cambiato casacca».
Bossi voltagabbana?
«Bossi l’ha anche detto: ”Io ho fatto un passo indietro, An un passo avanti”. Parole storiche dette proprio all’assemblea di An a Napoli».
Solo con Fini non c’è affinità.
«Non è vero… ultimamente va molto bene… che ti devo dire… Fini poi lo vediamo poco… è vicepresidente del Consiglio…».
Lasciati trasportare dalla sincerità: che giudizio dai dei tuoi compagni di partito? Teodoro Buontempo?
«Simpatico».
Si lamenta di essere emarginato.
«Si lamentano tutti. Ognuno voleva avere e non ha avuto… Stare nella maggioranza è brutta eh…».
Gasparri? Con le sue liste di epurazione alla Rai…
«Gasparri… Gasparri… Gasparri parla troppo. Sulla guerra ha fatto dichiarazioni un po’ azzardate…».
Simpatico o antipatico?
«Non lo so… ecco: caratterialmente non mi ci trovo. Però umanamente… e poi… siamo tutti colleghi… Storace mi piace molto».
Gustavo Selva?
«Selva è presidente onorario del gruppo. Prima era capogruppo».
Ti piace?
«Con Selva abbiamo avuto degli scontri…».
Su che cosa?
«Su tante cose. Prima della campagna elettorale se ne uscì criticando moltissimo gli ex missini e facendo affermazioni molto gravi e fuori luogo perché lui doveva essere super partes…».
Mi dicono che litigate anche per i parcheggi…
«Selva ha tolto i parcheggi a ogni deputato. E adesso andiamo avanti con due multe al giorno. Ma lui se ne frega perché ha la macchina con l’autista. Meno male che adesso capogruppo è Ignazio La Russa. Lui riesce ad avere un rapporto migliore con i deputati».
Alemanno? Il suo passato da picchiatore ti disturba?
«Può essere un fatto caratteriale. Una volta c’ero anch’io quando si è scaldato».
Con chi?
«Con un nostro consigliere regionale».
Vivace democrazia interna.
«Dovevano dibattere, ma hanno esagerato. Sono partiti come due torelli. Gli uomini… sono i soliti… pensano che le botte possano risolvere i problemi. Largo alle donne».
Senti chi parla. Tu hai fatto a botte con Katia Belillo a Porta a porta.
«Io non ho fatto a botte. Io ho reagito».
Ottima reazione.
«Ho reagito bene. Ma non ho aggredito. E sono rimasta seduta al mio posto. Lei mi ha colpito col microfono e io le ho dato un calcio. Sulla coscia. Coscia sinistra».
Altre risse?
«Fassino mi fece un’appiccicata clamorosa per telefono, quando era ministro della Giustizia».
Tu che gli avevi fatto?
«Sempre a Porta a Porta gli avevo detto: “Questa legge contro la pedofilia va rivista, ma il ministro non lo vuole fare perché la moglie Anna Serafini, deputato Ds, è stata relatrice della legge e lui non può smentirla”».
Pesante.
«Ma avevo ragione. A mezzanotte mi ha telefonato e ha cominciato a insultarmi. “Come ti permetti col cognome che porti di dire che mia moglie…”».
E tu?
«Dico: “Col tuo cognome cosa? Io non posso parlare a causa del mio cognome?”».
Te lo dicono spesso…
«E io divento pazza. Perché sono degli imbecilli. Io odio i pregiudizi e questo è un pregiudizio. Tu me ne puoi dire di tutti i colori e io lo accetto… Ma non puoi zittirmi a causa del mio cognome, del quale poi vado orgogliosa…».
Però sei sempre al centro di risse.
«Risse verbali. Come con Michele Santoro. Anche lui con questa storia del cognome. Dopo ha detto ai suoi collaboratori: “La Mussolini non metterà più piede in una mia trasmissione”».
Anche quando facevi l’attrice ce l’avevano col tuo cognome…
«Monicelli, Scola, Risi. Tutti che mi volevano far cambiare cognome. Risi voleva che mi chiamassi Alessandra Zero, figurati tu. Mi rimproverò anche per gli occhi. Ero andata per un provino. “Questi occhi ricordano troppe cose”. Tu non potrai mai fare l’attrice con questi occhi”».
Cambiare il cognome capisco. Ma cambiare gli occhi…
«Disse: “Sono occhi che ricordano la storia”. Dino Risi ce l’aveva con me. E ce l’ha tuttora”».
Una volta hai detto: «Il mio leader nazionale popolare è Tonino».
«Tonino Di Pietro? Lo amavano tutti».
T’è passato l’amore?
«Oh!».
Che cosa te l’ha fatto passare?
«Di Pietro è un voltagabbana. Prima di qua, poi di là».
Nel senso che era troppo di destra per essere eletto al Mugello con i Ds?
«Beh, certo, di sinistra proprio non è. All’inizio l’entusiasmo della gente era veramente tanto. Ma si è rivelato un bluff».
Cosa hai provato leggendo Libero che titolava: «Il duce era cornuto?».
«Ci sono rimasta molto male».
Ti sei arrabbiata con Feltri?
«È stato un titolo infelice ma rispecchiava ciò che l’intervistatore aveva fatto dire a mia zia Edda. E zia Edda so bene come era, aveva avuto un rapporto molto contrastato con nonna Rachele. Feltri lo conosco, è sempre stata una persona schietta. Non gli dò nessuna colpa».
Tu hai un buon rapporto con i giornalisti.
«A me i giornalisti piacciono. Il giornalista è come un confessore».
In questo sei un po’ diversa da Berlusconi.
«Ma lui è premier. È un problema di diplomazia. Ognuno fa il suo mestiere. Io non ho certe responsabilità quando parlo».
Che telegiornali guardi?
«Tg5 e Tg2. Immagini e servizi veloci, meno pesanti del Tg1, che non mi piace».
Santoro, Lerner, Vespa: che giudizi dai?
«Santoro è faziosissimo. Però mi piacciono alcuni servizi che fa. Ha il dente avvelenato con me. E che se lo tenesse. Io dimentico. Vespa bene. Lerner fazioso come Santoro, ma più sofisticato nella sua faziosità. Santoro è più sfacciato. Riotta mi piaceva ma non si vede più».
Ferrara, Feltri… sono faziosi come Santoro?
«Sono più ironici e anche autoironici. Santoro non ammette di sbagliare, tratta male gli ospiti. E allora sono brutte pagine per il giornalismo. Feltri è molto in gamba. Ha l’oro nelle mani. Ha intuizioni valide. Ferrara è un po’ più ampio, meno giornalista, più personaggio».
Tu sei fascista?
«Io sono mussoliniana, anzi, nonniana…».
Tu sei molto attenta ai problemi delle donne. Il nonno, invece, pensava che le donne dovessero cucinare e fare figli…».
«No. Bisogna tornare a quel periodo per dare un giudizio. A quei tempi le donne non votavano nemmeno. Adesso è tutto diverso. Ma non è che mio nonno abbia fatto qualcosa contro le donne, che le abbia fatte tornare indietro. Anzi».
Come sono le donne in politica?
«Troppo obbedienti. Pensa alla Bonino. Ha avuto quel grande successo e se l’è giocato perché ha sempre il fiato di Pannella sul collo. Le donne non hanno coraggio. Non credono in loro stesse. Bisogna fare qualcosa. Io mi voglio impegnare per dare dei segnali. Perché la donna è pronta».
Anche la Melandri è obbediente?
«Quelle della sinistra sono obbedientissime. Ma lei qualche volta ha disobbedito».
La Santanchè è disobbediente?
«La Santanchè è simpatica, carina, disponibile».
È disobbediente?
«Non lo so perché è entrata da poco».
Quante donne in An?
«Santanchè, Castellani ed io».
Non è un grande exploit per il tuo partito.
«Non brillano per femminismo».
E la Carlucci? È disobbediente?
«La Carlucci non la conosco… non posso parlare di lei… Comunque tra noi donne dobbiamo essere solidali…».
Sei solidale anche con la Belillo?
«No! La Belillo non la voglio nemmeno nominare».
Non sei fascista però ti sei sposata a Predappio, il 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma.
«Tradizioni di famiglia».
La marcia su Roma è una tradizione di famiglia?
«Ma tu che vuoi da me! La marcia che suonavano in chiesa era quella nuziale!»   

 


Nel sessantesimo dell'eccidio nel carcere
Reduci repubblichini tornano in piazza con la nipote del Duce

 (p. r.) Reduci della Repubblica sociale italiana e militanti dell'estrema
destra torneranno a sfilare in città a luglio, in occasione del 60°
anniversario dell'eccidio di Schio.
"Continuità ideale", che anche negli anni passati ha organizzato la
discussa iniziativa, ha presentato nei giorni scorsi in Questura e in Comune la
richiesta di svolgere la manifestazione domenica 10 luglio. È stata annunciata
anche la partecipazione dell'on. Alessandra Mussolini, che ha garantito la
sua presenza «salvo imprevisti dell'ultima ora», come spiegano gli
organizzatori.
«Anche questa volta la manifestazione si svolgerà in maniera analoga agli anni
precedenti: corteo, commemorazione al Sacrario militare, momento di
raccoglimento davanti all'ex carcere dove fu perpetrato l'eccidio - spiega
Alex Cioni, referente di" Continuità ideale" -. In più, quest'anno,
ricorrendo il sessantesimo anniversario dalla fine della guerra, vorremmo
organizzare anche una conferenza, un approfondimento su Resistenza e Rsi,
invitando alcuni storici. Per quanto ci riguarda, anche stavolta intendiamo dar
vita ad un'iniziativa tranquilla e senza causare alcun problema, andando
semplicemente avanti per la nostra strada. Si tratta, del resto, non di una
manifestazione, bensì di una commemorazione di caduti».
Va da sé, comunque, che l'intenzione ribadita anche quest'anno di
organizzare in città una manifestazione in ricordo dei 54 trucidati dai
partigiani nell'allora carcere di via Baratto la notte tra il 6 e 7 luglio
1945, non mancherà di sollevare nuovamente la critiche che sono sorte negli
anni scorsi. In più occasioni, infatti, partiti ed organizzazioni del centro
sinistra avevano manifestato la loro netta contrarietà, organizzando anche
contromanifestazioni.

Il Giornale di Vicenza 19/04/05


Sig. ZAPATERO

 

Appena preso il …come lo chiamate Voi comunisti?….a sì il potere, si è subito disturbato provvedendo a togliere i soldati in Iraq abbandonando così la popolazione irachena al proprio destino, il tutto in nome del pacifismo quale Lei si è sempre dichiarato. Non si preoccupi, capisco benissimo i Suoi impegni urgenti, basta pensare al tempo che ha sprecato per risolvere la questione degli omosessuali, questione molto importante che gode della massima priorità su tutto il resto.

Non ho capito invece l’atto terroristico subito dalla Sua gente, forse Lei si aspettava un premio avendo ritirato i soldati dall’Iraq, ma sa il terrore islamico a volte sbaglia, o meglio agli islamici non importa niente di avere amici in occidente visto che hanno dichiarato guerra, ovviamente con i loro barbari sistemi, e tutti gli occidentali sono da loro considerati nemici.

Non ho capito neppure l’invio di 3000 soldati per fronteggiare l’ingresso clandestino nel Suo Paese di povera gente dall’Africa, e ha fatto pure 5 morti (al momento) – come mai? Ha forse dimenticato di essere un pacifista?

 Non posso promettere di correre in Suo aiuto nel caso subisse altri atti terroristici islamici, ma posso augurarLe un vero comunismo qualità Stalin per il resto della Sua vita.

 


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