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Politica 12 |
Il 22 maggio 1988 moriva Giorgio Almirante. Questo il ricordo del senatore Franco Servello Almirante, l’uomo politico, nasce con il Movimento Sociale Italiano. È ormai inverno del 1946. L’Italia esce dalla guerra stremata. L’Italia aveva perduto la guerra e ora pagava per avere concepito un equilibrio internazionale fondato sul principio del comune diritto dei popoli alle fonti di energia. La guerra aveva portato nel nostro Paese violenta discriminazione, odio politico, condanna inappellabile. Vi erano uomini in buona fede che avevano agito, offrendo in innumerevoli casi la vita, nella certezza di contribuire agli interessi storici del proprio Paese, avvenire, sicurezza economica, un domani per le nuove generazioni. Era necessario, era urgente, che menti illuminate agissero esponendosi politicamente, nella maniera più disinteressata, nel tentativo di riportare nel Paese una valutazione serena degli avvenimenti, delle scelte, del concetto stesso di avvenire. Un’opera urgente, perché la discriminazione, l’intolleranza, l’odio ideologico portano alla paralisi della vita di un popolo, la maturazione di disegni eversivi, la strada della violenza del più forte. Giorgio Almirante, fin dall’inizio della sua azione politica, fin da quando, cioè, con alcuni amici legati da forti sentimenti, fu tra i fondatori del Movimento Sociale Italiano, ebbe costante l’idea primaria della pacificazione tra gli italiani, la ricerca di un elemento coagulante comune, un progetto che superasse le divisioni legate al passato e a tentazioni egemoniche. Era radicato in lui e nei suoi amici il concetto di socialità. Un popolo ha un destino se concentra tutti i propri sforzi nella ricerca dello sviluppo armonico nella parità dei doveri e dei diritti. È vano cercare il futuro se sono preponderanti privilegi e astute manipolazioni, il disinteresse per chi, anche nell’umiltà del lavoro quotidiano offre collaborazione, sia pure modesta, ma in ogni caso preziosa. Ogni uomo — in una visione etica, e vorrei dire, cristiana — ha la sua dignità intangibile, il suo destino. Giorgio Almirante, dopo la nascita del Movimento Sociale italiano, scelse la strada dell’interprete di questi sentimenti, di queste fondamentali esigenze. Era povero, si muoveva con mezzi al minimo. Spesso, raggiungendo località lontane da Roma, sede del Movimento, erano gli amici che lo ospitavano, che gli fornivano il necessario per tornare dopo il comizio, anzi, dopo più comizi che egli teneva, tre, anche quattro o cinque nella stessa giornata, senza risparmiarsi e sempre affrontando tematiche nuove aderenti al concetto principale, via via arricchendo una oratoria che, dopo, diventerà appassionata, fra le più originali e culturalmente elevata del mondo politico del nostro Paese. Con Almirante nasceva una classe politica che nella guerra aveva formato il proprio carattere umano e morale, il senso del sacrificio per il proprio Paese, il concetto della solidarietà. Il Movimento che parlava di linguaggio nuovo della solidarietà tra gli italiani, la pacificazione dopo la tragedia della guerra, la ricerca del sistema più confacente ai nostri bisogni, ebbe il conforto e la collaborazione di una stampa fiancheggiatrice agile, coraggiosa, competente, il «Meridiano d’Italia», «Asso di Bastoni», «Rivolta Ideale», «Rosso e Nero», «Rataplan». Il «Meridiano d’Italia» uscì nel gennaio 1946. Era un settimanale che si rivolgeva agli italiani della produzione e del lavoro. Ma si soffermava anche, con scrupolo, ricerca serena ma meticolosa, sulle pagine oscure di chi aveva o sabotato il sacrificio di coloro che avevano risposto alla chiamata della patria, o aveva approfittato delle drammatiche emergenze connesse al dopoguerra per lucrare in proprio, avventurieri che avevano calcolato di vivere nella violenza e nel delitto, qualche volta con la complicità di apparati attigui al potere. Il «Meridiano d’Italia» era stato fondato da Franco de Agazio, giornalista e scrittore di alto profilo intellettuale e umano. Fu assassinato il 14 marzo 1947 perché le sue inchieste si avvicinavano al nocciolo del problema della rapina in nome di una ideologia. In realtà la Volante Rossa, che aveva portato a termine il delitto, era una banda armata che si era data una identità e che aveva macchiato di sangue il dopoguerra nel Nord. Quando il Movimento Sociale Italiano sempre più si radicava nel Paese con la sua proposta politica, l’esempio della sua probità morale al confronto di una classe emergente dedita all’occupazione totale del potere, nasceva il «Secolo d'Italia», quotidiano fiancheggiatore fondato e diretto da Franz Turchi, già Prefetto di La Spezia nella Rsi. Almirante, esercitando con raro equilibrio, con prosa essenziale, efficace nella contrapposizione dialettica, viva di un profondo sentimento di partecipazione ai problemi di un Paese che nasceva dopo la guerra fra grandi difficoltà di orientamento, frequentemente, tra un impegno crescente nelle piazze d’Italia, pubblicava i suoi scritti. I suoi articoli di fondo, i suoi corsivi convergono sempre nell’assunto fondamentale che il Paese sarebbe risorto dal dramma della guerra solo se avesse trovato la strada della pacificazione tra gli animi, una religione, se così possiamo dire, della patria comune a tutti i suoi figli. Questa sua prosa densa di pensiero politico e di speranza nelle qualità migliori del popolo italiano, Almirante la diffondeva anche nei periodici dei quali abbiamo parlato. E sarà sempre sorprendente constatare come egli potesse affrontare una tale mole di lavoro intellettuale, politico. Ma questa era la sua personalità, il suggerimento morale della sua coscienza: un lascito luminoso e tremendo, ma nello stesso tempo pacifico e profondamente umano che, nel tempo, dopo la sua dolorosa dipartita, diventerà non solo il tratto dominante di chi continuerà la sua opera, ma anche una diffusissima stima negli italiani, sicché non è azzardato — anzi è largamente ammesso — considerarlo una delle figure più incisive del dopoguerra nel nostro Paese. Furono anni, nell’interminabile dopoguerra, di estrema difficoltà politica. Si agitava il passato come spettro, come minaccia, come lascito esiziale, un pericolo costante da esorcizzare. L’ostilità che arrivava alla persecuzione, a leggi arbitrarie, in alcuni casi scellerati al delitto politico, era conseguenza, o, in ogni caso, riflesso del famigerato «Arco costituzionale», invenzione discriminatoria della Democrazia cristiana, in stretta intesa con il Partito comunista. Non contava la lealtà del Movimento Sociale alle Istituzioni democratiche, il suo contributo al dibattito parlamentare sui problemi politici, sociali, internazionali dell’Italia. Si ravvisava nel messaggio del Movimento Sociale il pericolo di un confronto. Giorgio Almirante, con oratoria lucida, esente da sottintesi e da astuzie dialettiche, che caratterizzavano il progetto degli avversari politici, configurava il percorso necessario agli italiani, soprattutto alle nuove generazioni, anche nel delinearsi di novità decisive nel campo della tecnologia e della scienza che liberava l’Italia dalle strettoie della realtà rurale, di Paese povero di risorse naturali, e la proiettava nel confronto internazionale, del rinnovamento delle energie vitali giustamente definite epocali. Giorgio Almirante nella sua lunga militanza politica, nei suoi scritti, nella sua visione di uno Stato moderno e libero, aveva attinto energie e convinzioni in tutto l’arco della sua vita, combattente al fronte e decorato al valore militare, giornalista con vaste risorse culturali ed etiche, uomo politico teso alla conciliazione tra gli italiani per il raggiungimento di un progetto politico che portasse l’Italia nello schieramento libero dell’Occidente. Il messaggio di Giorgio Almirante, soprattutto gli interessi spirituali del popolo italiano, il suo onore, la sua dignità, il coraggio per le prove della vita, il bisogno della giustizia come elemento irrinunciabile di coesione tra le categorie sociali, è richiamo quotidiano della coscienza di chi, nel nostro partito offre, con il proprio impegno politico e civile, il meglio di sé stesso per il domani della nostra nazione. (dal Secolo d’Italia)
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OPERAZIONE ANTICA BABILONIANassiriya, 12 novembre 2003 CADUTI NELL'ADEMPIMENTO DEL DOVERE DA PRODITORIO ATTACCO DEL TERRORISMO ISLAMICO
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FINI RISCOPRE IL MULTICULTURALISMO.
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FINI: NON MI PENTO DI ADESIONE GIOVANILE A MSI(ANSA) - PARIGI, 1 APR 2004 - In un'intervista a 'Le Point' Gianfranco Fini dice che non si rammarica di essere entrato a 17 anni nel Msi e auspica che la Francia estradi in Italia l'ex- terrorista rosso Cesare Battisti impedendogli la fuga. Il leader di An spiega al settimanale francese che non ha rammarichi per la sua adesione giovanile al Msi perche' ''non ha senso giudicare a 52 anni quello che si era a 17''; e in quel periodo post-68 - aggiunge - ''noi eravamo all'estrema destra in nome della liberta' e contro l'arroganza dell'estrema sinistra''. Fini mette in chiaro che non ha mai corso il rischio di diventare un terrorista: ''Mi ricordo dei compagni che sono morti, che sono stati imprigionati, che sono dovuti fuggire all'estero ma non ho mai avuto comportamenti violenti. In compenso avrei potuto essere ferito o anche ucciso negli scontri con gli avversari''. A suo giudizio sono ''probabilmente i piu' deboli'' che hanno abbracciato il terrorismo e comunque ''non si puo' generalizzare e trattare tutti gli ex-terroristi nello stesso modo''. ''Molti - afferma Fini - hanno pagato il loro debito e anche il peggiore dei criminali ha diritto ad una seconda occasione. Battisti dice: 'Non potete perseguirmi dopo trent'anni'. Ma lui non ha pagato il suo debito. Per questo spero che le autorita' francesi, se l'estradizione e' accettata, impediscano la fuga di Battisti. Non mi pronuncio sul fatto che e' stato rimesso in liberta' ma la sua fuga sarebbe un'offesa. In generale, bisogna decidere caso per caso''. Il leader di An (di cui 'Le Point' pubblica nel numero da oggi nelle edicole un ampio ritratto sotto il titolo ''Intinerario di un pentito''), precisa nell'intervista che la sua revisione critica nei confronti del fascismo - che ad un certo punto ha definito ''male assoluto'' per i suoi risvolti razzisti - e' frutto di ''una maturazione'' di anni. Fini definisce ''ossessioni della stampa italiana'' le congetture secondo cui potrebbe lasciare An - dove la sua linea non ha l'unanimita' - e presentarsi alle elezioni con liste proprie: ''La mia vita - mette in risalto a questo proposito - e' legata ad un percorso politico che non ho fatto da solo. Senza il partito, mi sentirei piu' povero, non piu' ricco''. Ma l'Italia sarebbe pronta per un premier in arrivo dalle file di Alleanza Nazionale? ''Decideranno - risponde il leader di An - gli elettori. Hanno gia' deciso di affidare comuni, province e regioni a personalita' provenienti dai nostri ranghi''. (ANSA). LQ 01-APR-04 13:40
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"IL VERGOGNOSO SILENZIO SULLE FOIBE"Da "La Provincia di Sondrio" del 17.2.03 Cari lettori, questa lettera mi è stata
spedita il 7 febbraio, tre giorni prima della manifestazione organizzata
a Roma dalla Federazione delle associazioni degli esuli istriani per
ricordare il calvario, appunto, di quegli italiani dimenticati. Ho
voluto pubblicarla oggi perché mi pare un seguito ideale alle due
lettere di ieri e l’altro ieri, che avevano come tema il dovere della
memoria. Dicevo, soprattutto ieri, che negli ultimi cinquant’anni c’è
stato - comprensibilmente e giustamente - un forte richiamo alla
necessità di tenere vivo il ricordo dei crimini di nazisti e fascisti,
e una certa reticenza - incomprensibile e ingiusta - nel ricordare i
crimini dei regimi comunisti. La tragedia delle foibe è uno dei tanti
capitoli di questa vergognosa storia di silenzi sui crimini dei regimi
comunisti, e la lettera di questi comaschi dalle origini
giuliano-dalmate ci dà l’occasione per spiegare, sia pur brevemente,
che cosa accadde. Tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945 in
Istria - una terra di confine, ma italiana, come ha ricordato
recentemente lo storico Francesco Perfetti - i partigiani slavi di Tito
fucilarono ventimila italiani e li fecero sparire nelle foibe, cavità
tipiche dei terreni calcarei. Quei ventimila non erano fascisti, erano
semplicemente italiani, e per questo vennero uccisi. Una “pulizia
etnica” in piena regola, insomma. Poi, il 10 febbraio del 1947, in
seguito al Trattato di Pace, le province di Pola, Fiume e Zara, ma anche
parte di quelle di Trieste e Gorizia, passarono alla Jugoslavia
comunista: 350.000 italiani si trovarono costretti a fuggire,
abbandonando la loro terra e le loro case. Di tutto questo non c’è
praticamente traccia nei libri di storia sui quali per mezzo secolo
abbiamo studiato nelle nostre scuole e università. Un silenzio reso
ancora più grave dal fatto che ancora oggi, in Italia, in molte città
ci sono vie intitolate alla memoria del dittatore Tito, cioè al capo di
quei carnefici. Ecco, questo è stato il modo in cui si è scritta la
storia in Italia. E nessuno si azzardi a dire che questa è una
ricostruzione “di destra”. Alla manifestazione di Roma, anche il
presidente dei deputati diessini Luciano Violante ha detto che «tutta
l’Italia ha un debito ancora insoluto nei confronti di quegli italiani».
E il capogruppo al Senato della Margherita, Willer Bordon, ha ammesso:
«Bisogna riconoscere che i libri di storia hanno taciuto su mo ltissime
cose». Peccato che l’Unità abbia liquidato la ricorrenza con questo
titolo: «Foibe, all’inizio di tutto c’è il fascismo». Michele
Brambilla |
Conti aperti col passato
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Alessandra Mussolini - Sette - 29-11-2001Interviste realizzate in 34 anni da Claudio Sabelli Fioretti Anche i più strenui difensori della libertà di cambiare idea non possono non notare che di questo diritto si fa un certo abuso, a volte. Soprattutto quando cambiano le maggioranze politiche o le egemonie culturali e scoppiano le transumanze. Alla presentazione del libro di Pia Luisa Bianco, Elogio del voltagabbana, Cesare Romiti ha ricordato che per i parlamentari esiste un istituto piuttosto desueto ma ancora apprezzabile nel caso che cambino idea: le dimissioni. Paolo Mieli, per evitare l’uso militare, poliziesco e punitivo della parola «voltagabbana», ha proposto che il cittadino intellettualmente onesto la riservi a coloro che cambiano idea andando verso di lui, evitando di usarla nei riguardi di coloro che da lui si allontanano. Questo perché - ha fatto notare Mieli - voltagabbana è un’arma usata dalla sinistra nei confronti di chi si sposta a destra, mentre chi fa il percorso contrario è un convertito, uno che vivendo nel male ha scoperto finalmente il bene. È vero questo? Sono andato a controllarlo da Alessandra Mussolini, una signora notoriamente di destra, deputato di An, molto poco attenta alla disciplina di partito, pronta a difendere le sue idee con grande decisione, sia che si tratti di menar le mani con la sinistra che con la destra. Alessandra, mi dica qualche voltagabbana
passato da destra a sinistra.
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Nel sessantesimo dell'eccidio nel carcere
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Sig.
ZAPATERO
Appena preso il …come lo chiamate Voi comunisti?….a sì il potere, si è subito disturbato provvedendo a togliere i soldati in Iraq abbandonando così la popolazione irachena al proprio destino, il tutto in nome del pacifismo quale Lei si è sempre dichiarato. Non si preoccupi, capisco benissimo i Suoi impegni urgenti, basta pensare al tempo che ha sprecato per risolvere la questione degli omosessuali, questione molto importante che gode della massima priorità su tutto il resto. Non
ho capito invece l’atto terroristico subito dalla Sua gente, forse
Lei si aspettava un premio avendo ritirato i soldati dall’Iraq, ma
sa il terrore islamico a volte sbaglia, o meglio agli islamici non
importa niente di avere amici in occidente visto che hanno
dichiarato guerra, ovviamente con i loro barbari sistemi, e tutti
gli occidentali sono da loro considerati nemici. Non
ho capito neppure l’invio di 3000 soldati per fronteggiare
l’ingresso clandestino nel Suo Paese di povera gente
dall’Africa, e ha fatto pure 5 morti (al momento) – come mai? Ha
forse dimenticato di essere un pacifista? Non posso promettere di correre in Suo aiuto nel caso subisse altri atti terroristici islamici, ma posso augurarLe un vero comunismo qualità Stalin per il resto della Sua vita.
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