Pensieri B

 


Non sei che una croce

Non sei che una croce

Nessuno forse sa più

perchè sei sepolto lassù

nel camposanto sperduto

sull'Alpe, soldato caduto.

Nessuno sa più chi tu sia

soldato di fanteria

coperto di erbe e di terra,

vestito del saio di guerra.

l'elmetto sulle ventitré

nessuno ricorda perché

posata la vanga e il badile

portando a tracolla il fucile

salivi sull'Alpe,salivi

cantavi e di piombo morivi

ed altri morivano con te

ed ora sei tutto di Dio.

Il sole, la pioggia, l'oblio

t'han tolto anche il nome d'un fronte

non sei che una croce sul monte

che dura nei turbini e tace

custode di gloria e di pace.

  1. R.Perseni

 

 


Sono una creatura

Come questa pietra

del S.Michele

così fredda

così dura

così prosciugata

così refrattaria

così totalmente

disanimata.

Come questa pietra

è il

mio pianto

che non si vede.

La morte

si sconta

vivendo

Giuseppe Ungaretti
 

 

 


Veglia - Cima 4 - 23 dicembre 1915

Un'intera nottata

buttato vicino

ad un compagno

massacrato

con la bocca

digrignata

volta al plenilunio

con la congestione

delle sue mani

penetrata nel mio silenzio

ho scritto

lettere piene d'amore.

non sono mai stato

tanto attaccato alla vita

Giuseppe Ungaretti

 

 

 


Dulce et Decorum est

Piegati in due, come vecchi straccioni, sacco in spalla,

le ginocchia ricurve, tossendo come megere, imprecavamo nel fango,

finché volgemmo le spalle all'ossessivo bagliore delle esplosioni

e verso il nostro lontano riposo cominciammo ad arrancare.

Gli uomini marciavano addormentati. Molti, persi gli stivali,

procedevano claudicanti, calzati di sangue. Tutti finirono

azzoppati; tutti

orbi;

ubriachi di stanchezza; sordi persino al sibilo

di stanche granate che cadevano lontane indietro.

Il GAS! IL GAS! Svelti ragazzi! - Come in estasi annasparono,

infilandosi appena in tempo i goffi elmetti;

ma ci fu uno che continuava a gridare e a inciampare

dimenandosi come in mezzo alle fiamme o alla calce...

Confusamente, attraverso l'oblò di vetro appannato e la densa luce verdastra

come in un mare verde, lo vidi annegare.

In tutti i miei sogni, davanti ai miei occhi smarriti,

si tuffa verso di me, cola giù, soffoca, annega.

Se in qualche orribile sogno anche tu potessi metterti al passo

dietro il furgone in cui lo scaraventammo,

e guardare i bianchi occhi contorcersi sul suo volto,

il suo volto a penzoloni, come un demonio sazio di peccato;

se solo potessi sentire il sangue, ad ogni sobbalzo,

fuoriuscire gorgogliante dai polmoni guasti di bava,

osceni come il cancro, amari come il rigurgito

di disgustose, incurabili piaghe su lingue innocenti -

amico mio, non ripeteresti con tanto compiaciuto fervore

a fanciulli ansiosi di farsi raccontare gesta disperate,

la vecchia Menzogna: Dulce et decorum est

Pro patria mori.

Wilfred Owen
 

 

 


Italia

Sono un poeta

un grido unanime

sono un grumo di sogni

Sono un frutto

d'innumerevoli contrasti d'innesti

maturato in una serra

Ma il tuo popolo è portato

dalla stessa terra

che mi porta

Italia

  E in questa uniforme

di tuo soldato

mi riposo

come fosse la culla

di mio padre

Giuseppe Ungaretti
Locvizza il 1° ottobre 1916
 

 

 


Canzonetta

I soldati vanno alla guerra.

Vanno come trasognati,

e la notte li rinserra.

La strada cammina, cammina

come una misteriosa pellegrina,

e sulle case addormentate

tutte le stelle si sono affacciate.

Ma i soldati sono quasi fanciulli,

e si mettono a cantare

la ninna nanna, per cullare

una tristezza che non si vuole addormentare.

Le stelle

sono come gocce d'argento

e le fa tremare il vento!

E mentre dormono tutte le belle

noi ce ne andiamo per la bianca strada

a ritrovare un'altra fidanzata!

Ed anche voi, dolcezza, dormite......

e del mio bene nulla sapete!

Volevo parlare, una sera.........

ma ogni detto fuggì dal mio cuore

come dalla gabbia una capinera!

E voi, bambini, fate la nanna

e non fate disperare la mamma.

Dormite

col guanciale bianco sotto la testa,

e intanto viaggia la tempesta!

O fratello ! Prima di partire

tante cose ti volevo dire.....

Ma come foglie portate dal vento

sono fuggite , e non me ne rammento!

O mamma, voi sola non dormite,

come una volta, quand'ero malato!

E voi sola m'avete vegliato,

e non mi potevo addormentare

se voi non eravate al capezzale.

Ma ero un fanciullo!

Ora , mamma, state contenta!

Sentite? il figlio vostro canta!

Canta e cammina per la bianca strada

per ritrovare la sua fidanzata.-

(ma le mamme non possono dormire,

e quella canzone le fa singhiozzare).

Sulle case addormentate

tutte le stelle sono tramontate.

I soldati vanno a testa china

e la strada cammina cammina.

Ugo Betti
 

 

 


Dichiarazione

Altri morirà per la Storia d'Italia volentieri

e forse qualcuno per risolvere in qualche modo la vita.

Ma io per far compagnia a questo popolo digiuno

che non sa perchè va a morire

popolo che muore in guerra perchè"mi vuol bene"

"per me" nei suoi sessanta uomini comandati

siccome è il giorno che tocca morire.

Altri morirà per le medaglie e per le ovazioni

ma io per questo popolo illetterato

che non prepara guerra perchè dimiseria ha campato

la miseria che non fa guerre, ma semmai rivoluzioni.

Altri morirà per la sua vita

ma io per questo popolo che fa i suoi figlioli

perchè sotto coperte non si conosce miseria

popolo che accende il suo fuoco solo a mattina

popolo che di osteria fa scuola

popolo noin guidato, sublime materia.

Altri morirà solo, ma io sempre accompagnato:

eccomi, come davo alla ruota la mia spalla facchina

e ora, invece, la vita

Sotto ragazzi,

se non si muore

si riposerà allo spedale.

Ma se si dovresse morire

basterà un giorno di sole

e tutta Italia ricomincerà a cantare.

Pietro Jahier
 

 

 


da
 Sul Monte San Marco

Quello ch'ieri dormiva 

nella trincea presso a me,

nello stesso cubicolo, fratellino di culla:

non risponde,- ho chiamato!-

non risponde più;

non gli giunge il grido  del mio cuore.....O, tu compagno,

mi cerchi mi preghi, anche tu

, mi chiami......,

io non sento

non rispondo più!

Vann' Anto'
 

 

 


Immagini di guerra 
  
 

Assisto la notte violentata

L'aria è crivellata

come una trina

dalle schioppettate

degli uomini

ritratti

nelle trincee

come le lumache nel loro guscio.

Mi pare

che un affannato

nugolo di scalpellini

batta il lastricato

di pietra di lava

delle mie strade

e io l'ascolti

non vedendo

in dormiveglia.

Giuseppe Ungaretti
Valloncello di Cima il 6 agosto 1916
 

 

 


Prima marcia alpina

Uno per uno

bastone alla mano

e alla salita cantiamo

se chiedi le reni rotte alla mina

se chiedi il posto della gravina

se chiedi il ginocchio piegato a salire

se chiedi l'amore pronto a patire:

son io l'alpino, rispondiamo

e all'adunata corriamo

Ma la montagna, alpino, è franata

ma la tua tenda, alpino, è sparita;

alpino, tutta l'acqua è seccata

alpino, il vetrato gela le dita;

ma la tua penna è folgorata

ma la gran notte di nebbia è salita

Uno per uno

corda alla mano

dove non si passa passiamo.

E la balma di roccia ci ricoprirà

e l'acqua di neve ci disseterà;

la penna il fulmine domesticherà

la nebbia il sole l'avvamperà

quando l'alpino passerà.

Uno per uno

zaino alla mano

e nei riposi ci contiamo

Alpino, tu sei passato

ma il compagno che manca è ferito

la mitraglia l'ha arrivato

dalla croda l'ha distaccato

nella gola l'ha tranghiottito.

Dove sei, compagno caro,

al paese dovevi tornare;

se qualcuno lo potrà rivedere

gliene chiederà la tua mare.

Ma non sei stato abbandonato

ma ti veniamo a ritrovare.

Sei il nostro ferito

ti riprendiamo

al paese ti riportiamo

Tutti per uno,

mano alla mano

dove si muore discendiamo.

Tutti per uno,

mano alla mano

dove si muore discendiamo.

Ma il tuo compagno, alpino, è spirato

al paese non può tornare;

ma il suo lamento è dileguato

non ti chiama più a ritrovare.

Sulla coltrice del nevato

resterà solo a riposare.

Dove sei, compagno caro,

se al paese non puoi tornare

ma non sei stato abbandonato

ma ti veniamo a ritrovare.

Il viso bianco gli rasciughiamo

il corpo stronco gli ricomponiamo.

E' il nostro morto

ce lo riprendiamo

alla patria lo riportiamo.

Uno per uno

fucile alla mano

e lo vendichiamo.

Marzo, sopracroda.

Ai miei soldati dell'Alpago

e a ogni alpino.

Piero Jahier
 

 

 


In Memoriam

del Soldato D. Sutherland Ucciso in Azione

nella Trincea Tedesca il 16 Maggio 1916, e degli Altri che Morirono

Così voi eravate il padre di David,

Ed egli era il vostro unico figlio,

E le torbe tagliate di fresco vanno marcendo

E il lavoro è lasciato incompiuto,

A causa di un vecchio che piange,

Semplicemente un vecchio in pena,

Per David, suo figlio David,

Che non tornerà più.

Oh, le lettere che vi scriveva,

Ed io posso tuttora vederle,

Non una parola sul combattimento

Ma soltanto le pecore sulla collina

E come voi avreste dovuto raccogliere le messi

Prima che l'anno si facesse più tempestoso,

E i Crucchi hanno avuto il suo corpo,

Ed io ero il suo ufficiale.

Voi eravate soltanto il padre di David,

Ma io avevo cinquanta figli

Quando balzammo nella sera

Sotto l'arco delle cannonate,

E tornammo al crepuscolo

- O Dio ! - Li sentivo implorare

aiuto e pietà da me

Che non potevo proprio soccorrerli.

Oh, mai vi dimenticherò

Miei uomini che in me avevate fiducia,

Più figli miei che dei vostri padri,

Perchè essi poterono veder e soltanto

I bimbetti indifesi

E i giovanotti nella loro fierezza.

Essi non poterono vedervi morenti,

E sostenervi mentre spiravate.

Lieti e giovani e prodi,

Essi videro andar via i loro primogeniti,

Ma non le forti membra spezzate,

Ed i bei ragazzi abbattuti,

I miseri corpi che si contorcevano,

Essi urlavano, "Non mi abbandoni, Signore."

Perchè essi erano solo i vostri padri

Ma io ero il vostro ufficiale.

Ewart Alan Mackintosh, tenente,
 4 marzo 1893 / 21 Novembre 1917
 

 

LA CANZONE DI FIUME



Anche a Fiume, come nella sorella Trieste, le finestre delle case si spalancavano al mattino presto sul mare gia' lambito dal sole. Le lenzuola bianchissime, finemente ricamate, i materassi ed i guanciali di piuma buttati all'aria s'imbevevano del profumo dei fiori e degli aromi delle erbe odorose raccolti sulla collina dalla leggera brezza.

Le donne laboriose rifacevano con cura le stanze, qualcuna accompagnando il proprio lavoro con un canto sommesso, quasi timido e rispettoso dell'altrui quiete, mai frastornato e sguaiato ma naturalmente arricchito da quei melismi cosi' spontanei che fiorivano nello stesso linguaggio. Dialetto e canzoni avevano assai fragili confini e la voce delle donne diffondeva un senso di serenita', quasi una testimonianza corale d'amore per la casa, per la famiglia, per la patria, comune, per il buon Dio.

Sommesso e dolce era il canto quando le donne stendevano il bucato, preparavano i dolci, ordinavano le conserve e le provviste nei ben forniti "spa'is". Nessuna citta' come Fiume aveva un comune modo di pensare, un piu' spiccato rispetto del prossimo, una piu' compatta educazione civile, un piu' dignitoso comportamento nei momenti drammatici della sua tribolata esistenza, ultimo dei quali culminato con l' occupazione straniera della citta' e con l'esodo della stragrande maggioranza dei cittadini.

Anche nelle canzoni popolari si riflette il comune sentimento delle cose, il puro patriottismo, l'orgoglio di una scelta culturale che si arrichisce nel nome di Dante. E la lotta per la propria sopravvivenza, continuamente minacciata, rieccheggia nelle "canzonette" vernacole e nelle piu' antiche e spontanee melodie popolari. I frizzi ed i sarcasmi raccoltidalla viva voce del popolo, diventano rime e musica, nell'allegrezza della brava gente fiumana.

Alla fine del XIX. secolo, quando la "canzonetta" aveva gia' da tempo preso piede, vennero indetti dal Circolo Letterario di Fiume i concorsi per la proclamazione delle piu' belle canzoni dell' anno, sull'esempio di quelli organizzati anni prima a Trieste dal Circolo Artistico. L'innata intensa passione dei fiumani per la musica e per il canto trovo' allora un motivo in piu' per rinverdire annualmente i blasoni popolareschi, con una manifestazione che teneva gli animi sospesi fino alla proclamazione dei vincitori. E spesso il popolo - ch'e' sempre stato nemico degli arbitri - imparava e cantava non tanto le canzoni vincitrici, ma quelle che meglio sapevano toccare il suo generoso cuore.

Dopo il dramma del '45, troppo marginale per essere avvertito persino all'interno dei confini d'Italia, i fiumani scelsero ancora la propria antica vocazione patria, a prezzo dell'esilio. Non furono capintesta o sparute minoranze di dirigenti del passato; fu tutto il popolo che non volle accettare la sorte ad esso destinata da sottili giochi e vergognosi baratti di natura politica.

I fiumani, esuli in Patria, non si persero d'animo. Nelle piu' lontane contrade seppero ricominciare tutto da capo, con il lavoro, facendosi rispettare per serieta', dignita', rettitudine e forza di carattere. Pur lontani seppero mantenere viva la tradizione della citta' di San Vito, compattamente uniti e solidali, di sopra d'ogni fazione, confermando la validita' del giudizio che su loro aveva espresso Gabriele d'Annunzio nel lontano 1920: "Il popolo di Fiume non ebbe nelle ore sue piu' grandi la fierezza e l'umanita' del coro? Corale e' la nostra invocazione, corale e' il nostro dolore, corale e' la nostra speranza!"

Che San Vito lo ascolti

Alfieri Seri
 

 
 
 
 


Il tempo
    

Se il tempo diventa sereno

il 10 faremo l'azione

se il tempo diventa sereno......

Ed i soldati scrutarono

le stelle e il firmamento,

pesarono respirando

il fremito del vento.

Ma il 9 si vide splendere

un cerchio intorno alla luna

la luna era velata

d'un velo nebuloso.

I soldati e gli ufficiali

che stavan da 30 giorni

in attesa dell'azione

si guardarono l'un l'altro

si sarebbero baciati.

All'alba del 10 pioveva

1916. Giulio Barni
 

 

 


San Martino del Carso

Di queste case

non è rimasto

che qualche

brandello di muro.

Di tanti

che mi corrispondevano

non è rimasto neppure tanto.

Ma nel cuore

nessuna croce manca.

E' il mio cuore

il paese più straziato

Giuseppe Ungaretti

 

 


Fratelli

  Di che reggimento siete

fratelli?

Parola tremante

nella notte

foglia appena nata

Nell'aria spasimante

involontaria rivolta

dell'uomo presente alla sua

fragilità

Fratelli

Giuseppe Ungaretti
 

 

 


Pasubio

Morto.Lacerato.Smembrato.

Mamma,cosa ne dici? Il figlio ti hanno preso!

Tu non lo vedrai mai più. Neppure il suo cadavere.

Forse oggi riceverai una lettera:

"Sono sano, sto bene".

Poter piangere, gridare, urlare!

Più non posso mandare giù tutto ciò, non ci riesco più!

Più non posso stare qui seduto tranquillo!

Tutto finisce. Tutto ha un limite.

Lanciarsi con la testa contro questa roccia,

fino a stramazzare al suolo, fino a perdere conoscenza.

Robert Skorpil
Dall'originale in lingua tedesca
 

 

 


Soldati

Si sta come

d'autunno

sugli alberi

le foglie

  Giuseppe Ungaretti
 

 

 


Viatico

O ferito giù nel valloncello,

tanto invocasti

se tre compagni interi

cadder per te che quasi più non eri,

tra melma e sangue

tronco senza gambe

e il tuo lamento ancora,

pietà di noi rimasti

a rantolarci e non ha fine l'ora,

affretta l'agonia,

tu puoi finire

e conforto ti sia

nella demenza che non sa impazzire,

mentre sosta il momento,

il sonno sul cervello,

lasciaci in silenzio

Grazie, fratello.

Clemente Rebora 1916
 

 

 


Ponte de Priula
 

Ponte de Priula

l' è un Piave streto

I ferma chi che vien

da Caporeto

Ponte de Priula

l' è un Piave nero

Tuta la grava

l' è un simitero.

poesia di anonimo trovata al Museo della Grande Guerra di Rovereto
 

 

 


Principio di Novembre 
 

Oggi l'aria è chiara e fine

e i monti son cupi e tersi,

poveri anni persi

in fantasie senza confine.

Qui ogni pietra ha un contorno

ogni fibra un colore,

i rami tendono intorno

una rigidità senza languore.

Foglie gialle cadute

per troppa secchezza,

segnano l'asprezza

di grandi arie mute.

Il cielo è azzurro di profondità

le cose son ferme e recise.

Passò un respiro d'eternità

in queste solitudini derise.

Carlo Stuparich
Novembre 1915
 

 

 


Vanità

D'improvviso

è alto

sulle macerie

il limpido

stupore

dell'immensità

L'uomo

s'è curvato

sull'acqua

sorpresa

dal sole

e si rinviene

un'ombra

cullata

e piano franta

in riflessi insenati

tremanti

di cielo

Giuseppe Ungaretti
Vallone il 19 agosto 1917
 

 

 


A un compagno  
  
  

Se dovrai scrivere alla mia casa,

Dio salvi mia madre e mio padre,

la tua lettera sarà creduta

mia e sarà benvenuta.

Così la morte entrerà

e il fratellino la festeggerà.

Non dire alla povera mamma

che io sia morto solo.

Dille che il suo figliolo

più grande, è morto con tanta

carne cristiana intorno.

Se dovrai scrivere alla mia casa,

Dio salvi mia madre e mio padre,

non vorranno sapere

se sono morto da forte.

Vorranno sapere se la morte

sia scesa improvvisamente.

Dì loro che la mia fronte

è stata bruciata là dove

mi baciavano, e che fu lieve

il colpo, che mi parve fosse

il bacio di tutte le sere.

Dì loro che avevo goduto

tanto prima di partire,

che non c'era segreto sconosciuto

che mi restasse a scoprire;

che avevo bevuto, bevuto

tanta acqua limpida, tanta,

e che avevo mangiato con letizia,

che andavo incontro al mio fato

quasi a cogliere una primizia

per addolcire il palato.

Dì loro che c'era gran sole

pel campo, e tanto grano

che mi pareva il mio piano;

che c'era tante cicale

che cantavano; e a mezzo giorno

pareva che noi stessimo a falciare,

con gioia, gli uomini intorno.

Dì loro che dopo la morte

è passato un gran carro

tutto quanto per me;

che un uomo, alzando il mio forte

petto, avea detto: Non c'è

uomo più bello preso dalla morte.

Che mi seppellirono con tanta

tanta carne di madri in compagnia

sotto un bosco d'ulivi

che non intristiscono mai;

che c'è vicina una via

ove passano i vivi

cantando con allegria.

Se dovrai scrivere alla mia casa,

Dio salvi mia madre e mio padre,

la tua lettera sarà creduta

mia e sarà benvenuta.

Così la morte entrerà

e il fratellino la festeggierà.

Corrado Alvaro
 

 

 


Voce di vedetta morta 

  C'è un corpo in poltiglia 

con crespe di faccia , affiorante

sul lezzo dell'aria sbranata.

Frode la terra.

Forsennato non piango:

Affar di chi può e del fango.

Però se ritorni

tu uomo, di guerra

a chi ignora non dire;

non dire la cosa, ove l'uomo

e la vita s'intendono ancora.

Ma afferra la donna

una notte dopo un gorgo di baci,

se tornare potrai;

soffiale che nulla nel mondo

redimerà cio ch'è perso

di noi, i putrefatti di qui; stringile il cuore a strozzarla:

e se t'ama, lo capirai nella vita 

più tardi, o giammai.

Clemente Rebora
 

 

 


Pellegrinaggio

In agguato

in questi budelli

di macerie

ore e ore

ho strascicato

la mia carcassa

usata dal fango

come una suola

o come un seme

di spinalba

Ungaretti

uomo di pena

ti basta un'illusione

per farti coraggio

Un riflettore

di là

mette un mare

nella nebbia.

Giuseppe Ungaretti
Valloncello dell'albero isolato il 16 agosto 1916
 

 

 


Sul Kobilek

Sul fianco biondo del Kobilek

Vicino a Bavterca,

Scoppian gli shrapnel a mazzi

Sulla nostra testa.

Le lor nuvolette di fumo

Bianche, color di rosa, nere

Ondeggiano nel nuovo cielo d'Italia

Come deliziose bandiere.

Nei boschi intorno di freschi nocciuoli

La mitragliatrice canta,

Le pallottole che sfiorano la nostra guancia

Hanno il suono di un bacio lungo e fine che voli.

Se non fosse il barbaro ondante fetore

Di queste carogne nemiche,

Si potrebbe in questa trincea che si spappola al sole

Accender sigarette e pipe;

E tranquillamente aspettare,

Soldati gli uni agli altri più che fratelli,

La morte; che forse non ci oserebbe toccare,

Tanto siamo giovani e belli.

Ardengo Soffici
 

 

 


Ospedale da campo 026

Ozio dolce dell'ospedale!

Si dorme a settimane intere;

Il corpo che avevamo congedato

Non sa credere ancora a questa felicità : vivere.

Le bianche pareti della camera

Son come parentesi quadre,

Lo spirito vi si riposa

Fra l'ardente furore della battaglia d'ieri

E l'enigma fiorito che domani ricomincerà.

Sosta chiara, crogiuolo di sensi multipli,

Qui tutto converge in un'unità indicibile;

Misteriosamente sento fluire un tempo d'oro

Dove tutto è uguale :

I boschi, le quote della vittoria, gli urli, il sole, il sangue dei morti,

Io stesso, il mondo,

E questi gialli limoni

Che guardo amorosamente risplendere

Sul mio nero comodino di ferro, vicino al guanciale

Ardengo Soffici
 

 

 


  1. Nei campi delle Fiandre

Nei campi delle Fiandre fioriscono i papaveri

tra le file di croci

che indicano il nostro posto: e nel cielo

volano le allodole, cantando ancora con coraggio,

appena udite in terra tra le mani.

Noi siamo i morti, pochi giorni fa

vivevamo, sentivamo l'alba, vedevamo il tramonto brillare,

amavamo ed eravamo amati, e ora giaciamo

nei campi delle Fiandre.

Continua la tua lotta con il nemico

a te, con mani trremanti, passiamo

la fiaccola. A te il compito di tenerla alta.

Se non mantieni l'impegno con noi che moriamo

noin dormiremo, anche se i papaveri fioriscono

nei campi delle Fiandre.

 John McCrae, medico militare.
2 maggio 1915
 

 

 


... e d'estate

Quasi tutti i giorni
il sole torna a scaldarci:
lo sorseggio dai suoi raggi
uno a uno fino a sera.

Riposo lentamente
e mi cullo nel sudore,
il tuo sulla mia pelle
nella mano che t'incontra.

Dimentico la notte
se t'indico le stelle:
sembra quasi che ti sfuggano
o forse si dipanano
in un velo vecchio e logoro
per quegli altri innamorati.

Roberto Oddo
 

 

 


(Vada via...)

Vada via
chi nella notte
non vuole sapere
delle mie mani
a sussurrarti
sulle guance promesse
come favole mai
dimenticate
che il vento racconta
schiaffeggiandoti -
o il sole coi suoi raggi
quando cerca le tue labbra
che son mie.
Lascerò alla notte
la luna, quel monile
placato d'argento,
alle Sirene le storie
di marinai sedotti,
boccheggianti e disfatti,
lascerò alla spiaggia
i suoi gabbiani,
alle correnti spietate
i fantasmi dei miei vascelli
nel sorriso maliardo
d'una conchiglia...
ti resti pure sul collo
il sale e il sudore,
la fragranza dell'erba:
voglio solo la lingua
tingermi di rosso
la bocca nel risveglio
d'un'alba d'estate,
quando si dileguano gli spettri
di chi non sa amarti.

Roberto Oddo
 

 

 


Frammenti di una notte


Dovevamo volare,
saremmo stati angeli di ghiaccio
che si scioglie nel cielo buio,
una pioggia di sogni.

Ridatemi l'altalena,
ché devo lanciarmi
fino all'arcobaleno e poi
spero di non cadere di nuovo.

Dormi, ragazzo, dormi:
volute di desideri t'hanno cinto
nel loro sudario sfilacciato
di purpuree visioni.

Non basta l'aurora
a smagliare una notte.
E poi le stelle...
non sono ancora i miei sogni.

Roberto Oddo
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

Home Pensieri A B C