Piegati in due,
come vecchi straccioni, sacco in spalla,
le ginocchia
ricurve, tossendo come megere, imprecavamo nel fango,
finché volgemmo
le spalle all'ossessivo bagliore delle esplosioni
e verso il
nostro lontano riposo cominciammo ad arrancare.
Gli uomini
marciavano addormentati. Molti, persi gli stivali,
procedevano
claudicanti, calzati di sangue. Tutti finirono
azzoppati; tutti
orbi;
ubriachi di
stanchezza; sordi persino al sibilo
di stanche
granate che cadevano lontane indietro.
Il GAS! IL GAS!
Svelti ragazzi! - Come in estasi annasparono,
infilandosi
appena in tempo i goffi elmetti;
ma ci fu uno che
continuava a gridare e a inciampare
dimenandosi come
in mezzo alle fiamme o alla calce...
Confusamente,
attraverso l'oblò di vetro appannato e la densa luce
verdastra
come in un mare
verde, lo vidi annegare.
In tutti i miei
sogni, davanti ai miei occhi smarriti,
si tuffa verso
di me, cola giù, soffoca, annega.
Se in qualche
orribile sogno anche tu potessi metterti al passo
dietro il
furgone in cui lo scaraventammo,
e guardare i
bianchi occhi contorcersi sul suo volto,
il suo volto a
penzoloni, come un demonio sazio di peccato;
se solo potessi
sentire il sangue, ad ogni sobbalzo,
fuoriuscire
gorgogliante dai polmoni guasti di bava,
osceni come il
cancro, amari come il rigurgito
di disgustose,
incurabili piaghe su lingue innocenti -
amico mio, non
ripeteresti con tanto compiaciuto fervore
a fanciulli
ansiosi di farsi raccontare gesta disperate,
la vecchia
Menzogna: Dulce et decorum est
Pro patria mori.
Wilfred Owen
Italia
Sono un poeta
un grido unanime
sono un grumo di
sogni
Sono un frutto
d'innumerevoli
contrasti d'innesti
maturato in una
serra
Ma il tuo popolo
è portato
dalla stessa
terra
che mi porta
Italia
E in questa
uniforme
di tuo soldato
mi riposo
come fosse la
culla
di mio padre
Giuseppe Ungaretti
Locvizza il 1° ottobre 1916
Canzonetta
I soldati vanno
alla guerra.
Vanno come
trasognati,
e la notte li
rinserra.
La strada
cammina, cammina
come una
misteriosa pellegrina,
e sulle case
addormentate
tutte le stelle
si sono affacciate.
Ma i soldati
sono quasi fanciulli,
e si mettono a
cantare
la ninna nanna,
per cullare
una tristezza
che non si vuole addormentare.
Le stelle
sono come gocce
d'argento
e le fa tremare
il vento!
E mentre dormono
tutte le belle
noi ce ne
andiamo per la bianca strada
a ritrovare
un'altra fidanzata!
Ed anche voi,
dolcezza, dormite......
e del mio bene
nulla sapete!
Volevo parlare,
una sera.........
ma ogni detto
fuggì dal mio cuore
come dalla
gabbia una capinera!
E voi, bambini,
fate la nanna
e non fate
disperare la mamma.
Dormite
col guanciale
bianco sotto la testa,
e intanto
viaggia la tempesta!
O fratello !
Prima di partire
tante cose ti
volevo dire.....
Ma come foglie
portate dal vento
sono fuggite , e
non me ne rammento!
O mamma, voi
sola non dormite,
come una volta,
quand'ero malato!
E voi sola
m'avete vegliato,
e non mi potevo
addormentare
se voi non
eravate al capezzale.
Ma ero un
fanciullo!
Ora , mamma,
state contenta!
Sentite? il
figlio vostro canta!
Canta e cammina
per la bianca strada
per ritrovare la
sua fidanzata.-
(ma le mamme non
possono dormire,
e quella canzone
le fa singhiozzare).
Sulle case
addormentate
tutte le stelle
sono tramontate.
I soldati vanno
a testa china
e la strada
cammina cammina.
Ugo Betti
Dichiarazione
Altri morirà per
la Storia d'Italia volentieri
e forse qualcuno
per risolvere in qualche modo la vita.
Ma io per far
compagnia a questo popolo digiuno
che non sa
perchè va a morire
popolo che muore
in guerra perchè"mi vuol bene"
"per me" nei
suoi sessanta uomini comandati
siccome è il
giorno che tocca morire.
Altri morirà per
le medaglie e per le ovazioni
ma io per questo
popolo illetterato
che non prepara
guerra perchè dimiseria ha campato
la miseria che
non fa guerre, ma semmai rivoluzioni.
Altri morirà per
la sua vita
ma io per questo
popolo che fa i suoi figlioli
perchè sotto
coperte non si conosce miseria
popolo che
accende il suo fuoco solo a mattina
popolo che di
osteria fa scuola
popolo noin
guidato, sublime materia.
Altri morirà
solo, ma io sempre accompagnato:
eccomi, come
davo alla ruota la mia spalla facchina
e ora, invece,
la vita
Sotto
ragazzi,
se non si
muore
si riposerà
allo spedale.
Ma se si
dovresse morire
basterà un
giorno di sole
e tutta
Italia ricomincerà a cantare.
Pietro Jahier
da Sul
Monte San Marco
Quello
ch'ieri dormiva
nella
trincea presso a me,
nello stesso cubicolo,
fratellino di culla:
non
risponde,- ho chiamato!-
non risponde più;
non gli giunge il grido
del mio cuore.....O, tu
compagno,
mi cerchi
mi preghi, anche
tu
,
mi chiami......,
io non
sento
non
rispondo più!
Vann' Anto'
Immagini di guerra
Assisto la notte
violentata
L'aria è
crivellata
come una trina
dalle
schioppettate
degli uomini
ritratti
nelle trincee
come le lumache
nel loro guscio.
Mi pare
che un affannato
nugolo di
scalpellini
batta il
lastricato
di pietra di
lava
delle mie strade
e io l'ascolti
non vedendo
in dormiveglia.
Giuseppe Ungaretti
Valloncello di Cima il 6 agosto 1916
Prima marcia alpina
Uno per uno
bastone alla
mano
e alla salita
cantiamo
se chiedi le
reni rotte alla mina
se chiedi il
posto della gravina
se chiedi il
ginocchio piegato a salire
se chiedi
l'amore pronto a patire:
son io l'alpino,
rispondiamo
e all'adunata
corriamo
Ma la montagna,
alpino, è franata
ma la tua tenda,
alpino, è sparita;
alpino, tutta
l'acqua è seccata
alpino, il
vetrato gela le dita;
ma la tua penna
è folgorata
ma la gran notte
di nebbia è salita
Uno per uno
corda alla mano
dove non si
passa passiamo.
E la balma di
roccia ci ricoprirà
e l'acqua di
neve ci disseterà;
la penna il
fulmine domesticherà
la nebbia il
sole l'avvamperà
quando l'alpino
passerà.
Uno per uno
zaino alla mano
e nei riposi ci
contiamo
Alpino, tu sei
passato
ma il compagno
che manca è ferito
la mitraglia
l'ha arrivato
dalla croda l'ha
distaccato
nella gola l'ha
tranghiottito.
Dove sei,
compagno caro,
al paese dovevi
tornare;
se qualcuno lo
potrà rivedere
gliene chiederà
la tua mare.
Ma non sei stato
abbandonato
ma ti veniamo a
ritrovare.
Sei il nostro
ferito
ti riprendiamo
al paese ti
riportiamo
Tutti per uno,
mano alla mano
dove si muore
discendiamo.
Tutti per uno,
mano alla mano
dove si muore
discendiamo.
Ma il tuo
compagno, alpino, è spirato
al paese non può
tornare;
ma il suo
lamento è dileguato
non ti chiama
più a ritrovare.
Sulla coltrice
del nevato
resterà solo a
riposare.
Dove sei,
compagno caro,
se al paese non
puoi tornare
ma non sei stato
abbandonato
ma ti veniamo a
ritrovare.
Il viso bianco
gli rasciughiamo
il corpo stronco
gli ricomponiamo.
E' il nostro
morto
ce lo
riprendiamo
alla patria lo
riportiamo.
Uno per uno
fucile alla mano
e lo
vendichiamo.
Marzo,
sopracroda.
Ai miei soldati
dell'Alpago
e a ogni alpino.
Piero Jahier
In Memoriam
del Soldato
D. Sutherland Ucciso in Azione
nella
Trincea Tedesca il 16 Maggio 1916, e degli Altri che
Morirono
Così voi eravate
il padre di David,
Ed egli era il
vostro unico figlio,
E le torbe
tagliate di fresco vanno marcendo
E il lavoro è
lasciato incompiuto,
A causa di un
vecchio che piange,
Semplicemente un
vecchio in pena,
Per David, suo
figlio David,
Che non tornerà
più.
Oh, le lettere
che vi scriveva,
Ed io posso
tuttora vederle,
Non una parola
sul combattimento
Ma soltanto le
pecore sulla collina
E come voi
avreste dovuto raccogliere le messi
Prima che l'anno
si facesse più tempestoso,
E i Crucchi
hanno avuto il suo corpo,
Ed io ero il suo
ufficiale.
Voi eravate
soltanto il padre di David,
Ma io avevo
cinquanta figli
Quando balzammo
nella sera
Sotto l'arco
delle cannonate,
E tornammo al
crepuscolo
- O Dio ! - Li
sentivo implorare
aiuto e pietà da
me
Che non potevo
proprio soccorrerli.
Oh, mai vi
dimenticherò
Miei uomini che
in me avevate fiducia,
Più figli miei
che dei vostri padri,
Perchè essi
poterono veder e soltanto
I bimbetti
indifesi
E i giovanotti
nella loro fierezza.
Essi non
poterono vedervi morenti,
E sostenervi
mentre spiravate.
Lieti e giovani
e prodi,
Essi videro
andar via i loro primogeniti,
Ma non le forti
membra spezzate,
Ed i bei ragazzi
abbattuti,
I miseri corpi
che si contorcevano,
Essi urlavano,
"Non mi abbandoni, Signore."
Perchè essi
erano solo i vostri padri
Ma io ero il
vostro ufficiale.
Ewart Alan Mackintosh,
tenente,
4 marzo 1893 / 21 Novembre 1917
LA CANZONE DI FIUME
Anche a Fiume, come nella sorella Trieste, le finestre
delle case si spalancavano al mattino presto sul mare
gia' lambito dal sole. Le lenzuola bianchissime,
finemente ricamate, i materassi ed i guanciali di piuma
buttati all'aria s'imbevevano del profumo dei fiori e
degli aromi delle erbe odorose raccolti sulla collina
dalla leggera brezza.
Le donne laboriose rifacevano con cura le stanze,
qualcuna accompagnando il proprio lavoro con un canto
sommesso, quasi timido e rispettoso dell'altrui quiete,
mai frastornato e sguaiato ma naturalmente arricchito da
quei melismi cosi' spontanei che fiorivano nello stesso
linguaggio. Dialetto e canzoni avevano assai fragili
confini e la voce delle donne diffondeva un senso di
serenita', quasi una testimonianza corale d'amore per la
casa, per la famiglia, per la patria, comune, per il
buon Dio.
Sommesso e dolce era il canto quando le donne stendevano
il bucato, preparavano i dolci, ordinavano le conserve e
le provviste nei ben forniti "spa'is". Nessuna citta'
come Fiume aveva un comune modo di pensare, un piu'
spiccato rispetto del prossimo, una piu' compatta
educazione civile, un piu' dignitoso comportamento nei
momenti drammatici della sua tribolata esistenza, ultimo
dei quali culminato con l' occupazione straniera della
citta' e con l'esodo della stragrande maggioranza dei
cittadini.
Anche nelle canzoni popolari si riflette il comune
sentimento delle cose, il puro patriottismo, l'orgoglio
di una scelta culturale che si arrichisce nel nome di
Dante. E la lotta per la propria sopravvivenza,
continuamente minacciata, rieccheggia nelle "canzonette"
vernacole e nelle piu' antiche e spontanee melodie
popolari. I frizzi ed i sarcasmi raccoltidalla viva voce
del popolo, diventano rime e musica, nell'allegrezza
della brava gente fiumana.
Alla fine del XIX. secolo, quando la "canzonetta" aveva
gia' da tempo preso piede, vennero indetti dal Circolo
Letterario di Fiume i concorsi per la proclamazione
delle piu' belle canzoni dell' anno, sull'esempio di
quelli organizzati anni prima a Trieste dal Circolo
Artistico. L'innata intensa passione dei fiumani per la
musica e per il canto trovo' allora un motivo in piu'
per rinverdire annualmente i blasoni popolareschi, con
una manifestazione che teneva gli animi sospesi fino
alla proclamazione dei vincitori. E spesso il popolo -
ch'e' sempre stato nemico degli arbitri - imparava e
cantava non tanto le canzoni vincitrici, ma quelle che
meglio sapevano toccare il suo generoso cuore.
Dopo il dramma del '45, troppo marginale per essere
avvertito persino all'interno dei confini d'Italia, i
fiumani scelsero ancora la propria antica vocazione
patria, a prezzo dell'esilio. Non furono capintesta o
sparute minoranze di dirigenti del passato; fu tutto il
popolo che non volle accettare la sorte ad esso
destinata da sottili giochi e vergognosi baratti di
natura politica.
I fiumani, esuli in Patria, non si persero d'animo.
Nelle piu' lontane contrade seppero ricominciare tutto
da capo, con il lavoro, facendosi rispettare per
serieta', dignita', rettitudine e forza di carattere.
Pur lontani seppero mantenere viva la tradizione della
citta' di San Vito, compattamente uniti e solidali, di
sopra d'ogni fazione, confermando la validita' del
giudizio che su loro aveva espresso Gabriele d'Annunzio
nel lontano 1920: "Il popolo di Fiume non ebbe nelle ore
sue piu' grandi la fierezza e l'umanita' del coro?
Corale e' la nostra invocazione, corale e' il nostro
dolore, corale e' la nostra speranza!"
Che San Vito lo ascolti
Alfieri Seri
Il tempo
Se il tempo
diventa sereno
il 10 faremo
l'azione
se il tempo
diventa sereno......
Ed i soldati
scrutarono
le stelle e il
firmamento,
pesarono
respirando
il fremito del
vento.
Ma il 9 si vide
splendere
un cerchio
intorno alla luna
la luna era
velata
d'un velo
nebuloso.
I soldati e gli
ufficiali
che stavan da 30
giorni
in attesa
dell'azione
si guardarono
l'un l'altro
si sarebbero
baciati.
All'alba del 10
pioveva
1916.
Giulio Barni
San Martino del Carso
Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di
muro.
Di tanti
che mi
corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto.
Ma nel cuore
nessuna croce
manca.
E' il mio cuore
il paese più
straziato
Giuseppe Ungaretti
Fratelli
Di che
reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
foglia appena
nata
Nell'aria
spasimante
involontaria
rivolta
dell'uomo
presente alla sua
fragilità
Fratelli
Giuseppe Ungaretti
Pasubio
Morto.Lacerato.Smembrato.
Mamma,cosa ne
dici? Il figlio ti hanno preso!
Tu non lo vedrai
mai più. Neppure il suo cadavere.
Forse oggi
riceverai una lettera:
"Sono sano, sto
bene".
Poter piangere,
gridare, urlare!
Più non posso
mandare giù tutto ciò, non ci riesco più!
Più non posso
stare qui seduto tranquillo!
Tutto finisce.
Tutto ha un limite.
Lanciarsi con la
testa contro questa roccia,
fino a
stramazzare al suolo, fino a perdere conoscenza.
Robert Skorpil
Dall'originale in lingua tedesca
Soldati
Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie
Giuseppe Ungaretti
Viatico
O ferito giù nel
valloncello,
tanto invocasti
se tre compagni
interi
cadder per te
che quasi più non eri,
tra melma e
sangue
tronco senza
gambe
e il tuo lamento
ancora,
pietà di noi
rimasti
a rantolarci e
non ha fine l'ora,
affretta
l'agonia,
tu puoi finire
e conforto ti
sia
nella demenza
che non sa impazzire,
mentre sosta il
momento,
il sonno sul
cervello,
lasciaci in
silenzio
Grazie,
fratello.
Clemente Rebora 1916
Ponte de Priula
Ponte de Priula
l' è un Piave
streto
I ferma chi che
vien
da Caporeto
Ponte de Priula
l' è un Piave
nero
Tuta la grava
l' è un simitero.
poesia di anonimo trovata al Museo della
Grande Guerra di Rovereto
Principio di Novembre
Oggi l'aria è
chiara e fine
e i monti son
cupi e tersi,
poveri anni
persi
in fantasie
senza confine.
Qui ogni pietra
ha un contorno
ogni fibra un
colore,
i rami tendono
intorno
una rigidità
senza languore.
Foglie gialle
cadute
per troppa
secchezza,
segnano
l'asprezza
di grandi arie
mute.
Il cielo è
azzurro di profondità
le cose son
ferme e recise.
Passò un respiro
d'eternità
in queste
solitudini derise.
Carlo Stuparich Novembre 1915
Vanità
D'improvviso
è alto
sulle macerie
il limpido
stupore
dell'immensità
L'uomo
s'è curvato
sull'acqua
sorpresa
dal sole
e si rinviene
un'ombra
cullata
e piano franta
in riflessi
insenati
tremanti
di cielo
Giuseppe Ungaretti
Vallone il 19 agosto 1917
A un compagno
Se dovrai
scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia
madre e mio padre,
la tua lettera
sarà creduta
mia e sarà
benvenuta.
Così la morte
entrerà
e il fratellino
la festeggerà.
Non dire alla
povera mamma
che io sia morto
solo.
Dille che il suo
figliolo
più grande, è
morto con tanta
carne cristiana
intorno.
Se dovrai
scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia
madre e mio padre,
non vorranno
sapere
se sono morto da
forte.
Vorranno sapere
se la morte
sia scesa
improvvisamente.
Dì loro che la
mia fronte
è stata bruciata
là dove
mi baciavano, e
che fu lieve
il colpo, che mi
parve fosse
il bacio di
tutte le sere.
Dì loro che
avevo goduto
tanto prima di
partire,
che non c'era
segreto sconosciuto
che mi restasse
a scoprire;
che avevo
bevuto, bevuto
tanta acqua
limpida, tanta,
e che avevo
mangiato con letizia,
che andavo
incontro al mio fato
quasi a cogliere
una primizia
per addolcire il
palato.
Dì loro che
c'era gran sole
pel campo, e
tanto grano
che mi pareva il
mio piano;
che c'era tante
cicale
che cantavano; e
a mezzo giorno
pareva che noi
stessimo a falciare,
con gioia, gli
uomini intorno.
Dì loro che dopo
la morte
è passato un
gran carro
tutto quanto per
me;
che un uomo,
alzando il mio forte
petto, avea
detto: Non c'è
uomo più bello
preso dalla morte.
Che mi
seppellirono con tanta
tanta carne di
madri in compagnia
sotto un bosco
d'ulivi
che non
intristiscono mai;
che c'è vicina
una via
ove passano i
vivi
cantando con
allegria.
Se dovrai
scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia
madre e mio padre,
la tua lettera
sarà creduta
mia e sarà
benvenuta.
Così la morte
entrerà
e il fratellino
la festeggierà.
Corrado Alvaro
Voce di vedetta morta
C'è un corpo in poltiglia
con crespe di faccia ,
affiorante
sul lezzo
dell'aria sbranata.
Frode la
terra.
Forsennato non piango:
Affar di chi può e del
fango.
Però se
ritorni
tu uomo, di guerra
a chi ignora non dire;
non dire la cosa, ove
l'uomo
e la vita s'intendono
ancora.
Ma afferra la donna
una notte
dopo un gorgo di baci,
se tornare
potrai;
soffiale
che nulla nel mondo
redimerà cio ch'è perso
di noi, i putrefatti di
qui; stringile il
cuore a strozzarla:
e se t'ama,
lo capirai nella vita
più tardi,
o giammai.
Clemente Rebora
Pellegrinaggio
In agguato
in questi
budelli
di macerie
ore e ore
ho strascicato
la mia carcassa
usata dal fango
come una suola
o come un seme
di spinalba
Ungaretti
uomo di pena
ti basta
un'illusione
per farti
coraggio
Un riflettore
di là
mette un mare
nella nebbia.
Giuseppe Ungaretti
Valloncello dell'albero isolato il 16 agosto 1916
Sul Kobilek
Sul fianco
biondo del Kobilek
Vicino a
Bavterca,
Scoppian gli
shrapnel a mazzi
Sulla nostra
testa.
Le lor nuvolette
di fumo
Bianche, color
di rosa, nere
Ondeggiano nel
nuovo cielo d'Italia
Come deliziose
bandiere.
Nei boschi
intorno di freschi nocciuoli
La
mitragliatrice canta,
Le pallottole
che sfiorano la nostra guancia
Hanno il suono
di un bacio lungo e fine che voli.
Se non fosse il
barbaro ondante fetore
Di queste
carogne nemiche,
Si potrebbe in
questa trincea che si spappola al sole
Accender
sigarette e pipe;
E
tranquillamente aspettare,
Soldati gli uni
agli altri più che fratelli,
La morte; che
forse non ci oserebbe toccare,
Tanto siamo
giovani e belli.
Ardengo Soffici
Ospedale da campo 026
Ozio dolce
dell'ospedale!
Si dorme a
settimane intere;
Il corpo che
avevamo congedato
Non sa credere
ancora a questa felicità : vivere.
Le bianche
pareti della camera
Son come
parentesi quadre,
Lo spirito vi si
riposa
Fra l'ardente
furore della battaglia d'ieri
E l'enigma
fiorito che domani ricomincerà.
Sosta chiara,
crogiuolo di sensi multipli,
Qui tutto
converge in un'unità indicibile;
Misteriosamente
sento fluire un tempo d'oro
Dove tutto è
uguale :
I boschi, le
quote della vittoria, gli urli, il sole, il sangue dei
morti,
Io stesso, il
mondo,
E questi gialli
limoni
Che guardo
amorosamente risplendere
Sul mio nero
comodino di ferro, vicino al guanciale
Ardengo Soffici
Nei campi delle Fiandre
Nei campi delle
Fiandre fioriscono i papaveri
tra le file di
croci
che indicano il
nostro posto: e nel cielo
volano le
allodole, cantando ancora con coraggio,
appena udite in
terra tra le mani.
Noi siamo i
morti, pochi giorni fa
vivevamo,
sentivamo l'alba, vedevamo il tramonto brillare,
amavamo ed
eravamo amati, e ora giaciamo
nei campi delle
Fiandre.
Continua la tua
lotta con il nemico
a te, con mani
trremanti, passiamo
la fiaccola. A
te il compito di tenerla alta.
Se non mantieni
l'impegno con noi che moriamo
noin dormiremo,
anche se i papaveri fioriscono
nei campi delle
Fiandre.
John
McCrae, medico militare.
2 maggio 1915
... e d'estate
Quasi tutti i giorni
il sole torna a scaldarci:
lo sorseggio dai suoi raggi
uno a uno fino a sera.
Riposo lentamente
e mi cullo nel sudore,
il tuo sulla mia pelle
nella mano che t'incontra.
Dimentico la notte
se t'indico le stelle:
sembra quasi che ti sfuggano
o forse si dipanano
in un velo vecchio e logoro
per quegli altri innamorati.
Roberto Oddo
(Vada via...)
Vada via
chi nella notte
non vuole sapere
delle mie mani
a sussurrarti
sulle guance promesse
come favole mai
dimenticate
che il vento racconta
schiaffeggiandoti -
o il sole coi suoi raggi
quando cerca le tue labbra
che son mie.
Lascerò alla notte
la luna, quel monile
placato d'argento,
alle Sirene le storie
di marinai sedotti,
boccheggianti e disfatti,
lascerò alla spiaggia
i suoi gabbiani,
alle correnti spietate
i fantasmi dei miei vascelli
nel sorriso maliardo
d'una conchiglia...
ti resti pure sul collo
il sale e il sudore,
la fragranza dell'erba:
voglio solo la lingua
tingermi di rosso
la bocca nel risveglio
d'un'alba d'estate,
quando si dileguano gli spettri
di chi non sa amarti.
Roberto
Oddo
Frammenti di una notte
Dovevamo volare,
saremmo stati angeli di ghiaccio
che si scioglie nel cielo buio,
una pioggia di sogni.
Ridatemi l'altalena,
ché devo lanciarmi
fino all'arcobaleno e poi
spero di non cadere di nuovo.
Dormi, ragazzo, dormi:
volute di desideri t'hanno cinto
nel loro sudario sfilacciato
di purpuree visioni.
Non basta l'aurora
a smagliare una notte.
E poi le stelle...
non sono ancora i miei sogni.