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Musica Alternativa 6-4 |
ANGELO MANCIA
Durante tutti gli anni Settanta non c'è stato
praticamente alcun luogo di raduno della destra che sia stato
risparmiato: centinaia di sedi e sezioni di partito, del Fronte, del
Fuan, della Cisnal, ma anche circoli o associazioni non comuniste sono
state devastate o attaccate. Un discorso a parte merita l'attacco alla
stampa di destra. La redazione del "Candido", in via
Bellarmino a Milano, fu fatta saltare in aria nel 1972 e poi, trasferita
in via De Santis, fu devastata e bruciata nel 1978. Assalti e
devastazioni subirono anche la sede del "Borghese" a Milano e
de "lo Specchio" a Roma. Naturalmente anche il "Secolo
d'Italia", quotidiano del MSI, dalla sua vecchia e malconcia sede
di via Milano, a Roma, aveva assistito a decine di assalti, come pure la
tipografia di via del Boschetto, fatta saltare in aria il 7 marzo 1980
ferendo in maniera grave alcuni tipografi. Non ci "scappa il
morto", però, e così i rossi, cinque giorni dopo, tornano alla
loro tattica preferita: quella dell'agguato alle spalle sotto casa.
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PAOLO DI NELLA
Negli anni Ottanta il clima politico va lentamente cambiando, l'ondata devastante della violenza di piazza degli anni Settanta si va esaurendo. Delle orde di comunisti urlanti sono rimasti solo pochi drappelli di terroristi armati, braccati da uno Stato che si è deciso a catturarli solo quando hanno "alzato troppo il tiro". Il resto della massa di rivoluzionari falliti sta disperdendosi: c'è chi si annienta nella droga, chi fa carriera nei partiti democratici, chi diventa un borghese "piccolo piccolo" o chi, invece, mette la propria "ferocia" al servizio del grande capitale. Così le aggressioni, gli agguati e i pestaggi si diradano; ma non scompaiono del tutto. D'altra parte tanta violenza, così pervicacemente coltivata, insegnata e, oltretutto, accettata dai mass media e quasi sempre impunita, non può sparire dal mattino alla sera.
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ANGELO PISTOLESI
Se a Milano la differenza numerica tra rossi e
missini è tale da rendere quasi impossibile persino un funerale, a Roma
la scontro non è impari. Le organizzazioni giovanili del MSI non
mollano neppure un metro, nonostante il clima sempre più pesante. Le
sezioni continuano a funzionare, tra una molotov e un attentato, nelle
scuole si fa attività politica nonostante le aggressioni e i pestaggi.
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ENRICO PEDENOVI
Ad un anno dalla morte di Sergio Ramelli, a
Milano si vive sotto una cappa di paura e di tensione. Non passa giorno
senza che l'elenco delle aggressioni dell'"antifascismo
militante" si allunghi. La sinistra estrema e quella ufficiale sono
compatte, mobilitate con tutte le loro energie, per impedire qualsiasi
forma di commemorazione pubblica dell'anniversario. La famiglia stessa
non riesce a trovare una chiesa in cui far recitare una messa di
suffragio dopo il rifiuto del parroco di viale Argonne. Come ai tempi
della prima guerra civile, nel 1945, anche i preti hanno paura e temono
ritorsioni. Arriva così il mattino del 29 aprile e si sa già che sarà
una giornata dura; per il pomeriggio è previsto il raduno dei militanti
di destra in via Mancini, sede del MSI, ma alle prime luci dell'alba la
sinistra ha già deciso come "commemorare", a modo suo, la
morte di Sergio. Assassinando l'avvocato Enrico Pedenovi, 50 anni,
consigliere provinciale del MSI, padre di due figlie di 22 e 10 anni.
Ecco la ricostruzione del delitto compiuta da Benito Bollati nel suo
libro: "Il delitto Pedenovi" (Lasergrafica Polver, Milano,
2001) pubblicato in occasione del venticinquesimo anniversario della
morte. Bollati, già deputato milanese del MSI, è stato l'avvocato di
parte civile della famiglia Pedenovi nel processo contro gli assassini.
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EMANUELE ZILLI
Anche una tranquilla città di provincia come
Pavia può avere i suoi morti e può persino dimenticarseli... E', più
o meno, ciò che è avvenuto per la vicenda di Emanuele Zilli, 25 anni,
esponente e attivista del Movimento Sociale Italiano, di cui era stato
anche candidato alle elezioni comunali. Un militante di quelli che non
si tiravano indietro, in anni di scontri anche molti duri. Aggredito una
prima volta, nel 1972, in piazza Castello insieme ad un amico, qualche
mese dopo stava per fare la stessa fine, insieme ad altri due iscritti,
uno dei quali, però, reagì sparando un colpo di pistola che ferì uno
degli aggressori, Carlo Leva. Naturalmente questo episodio ebbe grande
risonanza ed Emanuele passò non pochi guai. Infatti, poche settimane
dopo, fu "prelevato" da un cammando di comunisti mentre si
trovava di fronte alla sede del MSI e selvaggiamente percosso.
Ricoverato in ospedale in gravi condizioni fu però dimesso quasi
subito, ancora sofferente, per consentire alla polizia, non di
proteggerlo... bensì di arrestarlo per l'episodio precedente. Due
medici del Policlinico furono anche denunciati per la loro prognosi a
dir poco "sospetta".
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MARIO ZICCHIERI
Sei mesi esatti dopo la morte di Sergio
Ramelli, quando sembrava già di aver toccato il fondo di ogni
aberrazione nella violenza politica, arriva da Roma un'altra notizia
shock.
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MIKIS MANTAKAS
Il 28 febbraio 1975 si celebra a Roma la prima udienza del processo per il rogo di Primavalle in cui perirono i due fratelli Mattei. Alla sbarra i tre assassini, identificati dopo un anno di indagini. Nonostante
l'indifendibilità di un reato così orrendo, tutta la sinistra scende in campo massicciamente in favore degli assassini. La mobilitazione è generale, non c'è giornale o telegiornale che non ospiti autorevoli pareri "garantisti" e innocentisti. Viene persino pubblicato un libro dal titolo "Incendio a porte chiuse" per accreditare la tesi di un incidente e scagionare così i compagni di Potere Operaio. Naturalmente i complici degli assassini si mobilitano anche per fare pressione "fisica" sui giudici. Di fronte al tribunale viene organizzata una manifestazione e alla fine si forma il solito corteo per le vie paralizzate della città e da esso si stacca - secondo una strategia ormai nota - un gruppo che assalta la sezione del MSI di via Ottaviano, al cui interno si trova un piccolo gruppo di studenti universitari del Fuan in riunione. Gli assalitori sfondano il portone, riescono a penetrare nel cortile interno, ma qui vengono affrontati dagli studenti del Fuan che li respingono nella via. Dal gruppo messo in fuga, però, saltano fuori improvvisamente delle pistole. Pochi colpi secchi e Mikis Mantakas, 21 anni, cittadino greco, iscritto all'Università di Roma, da un anno militante del Fuan, rimane a terra senza vita. Ferito anche un altro studente, Fabio Rolli, di 18 anni.
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FRANCO BIGONZETTI, FRANCESCO CIAVATTA E STEFANO RECCHIONI
Il tempo per un funerale, l'ennesimo a Roma e,
nel gelo di un inverno cupo, arriva il capodanno 1978. Il clima politico
è ancora più tetro e raggelante di quello invernale e ne sanno
qualcosa i ragazzi della sezione di via Acca Larentia, che il giorno
dopo l'Epifania si ritrovano per decidere cosa fare alla riapertura
delle scuole.
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GIUSEPPE SANTOSTEFANO
Reggio Calabria è ancora oggi il simbolo
dell'unica, autentica e coraggiosa rivolta popolare contro il regime
corrotto dei partiti. Una città tradita e abbandonata, come lo sono la
maggior parte delle città del Sud, mantenute in uno stato di sudditanza
politica e amministrativa dal potere politico-mafioso. Reggio però, nel
luglio del 1970, ha il coraggio di ribellarsi e la sua rivolta è tanto
clamorosa, quanto corale e durissima. La miccia è innescata dalla
designazione di Catanzaro a capoluogo regionale, ma i motivi sono molto
più profondi e radicati. La risposta dello Stato alla rivolta è la
repressione più dura e spietata. La città viene messa in stato di
assedio come se si trattasse di un'enclave nemica. Migliaia di
poliziotti, carabinieri e poi anche l'esercito coi blindati, vengono
impiegati per sedare i moti popolari.
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ALBERTO GIAQUINTO
I giovani di destra impediti a manifestare si ritrovano in cortei spontanei che cercano di convergere su via Acca Larentia. La Questura interviene, come sempre quando si tratta di manifestazioni di destra, in maniera pesantissima. Ne nascono scontri, tafferugli, inseguimenti. Durante uno di questi uno studente del Fronte, Alberto Giaquinto, 17 anni, viene colpito alla testa da un proiettile esploso, a distanza ravvicinata, da un agente in borghese: Alessio Speranza. E qui inizia il giallo infamante che, chi ha vissuto quegli anni, ricorderà benissimo. La sera il telegiornale della Rai enfatizza gli scontri, esattamente con la stessa energia con la quale minimizzava le violenze di sinistra, dando ampio risalto alle immagini di un'insegna della Democrazia Cristiana bruciata... Quindi riferisce che "uno degli assaltatori" della sezione DC, armato di pistola, era stato affrontato da un agente di polizia che lo aveva colpito, ovviamente per legittima difesa. Le parole del commentatore sono accompagnate da un filmato del luogo in cui Giaquinto è stato colpito e la telecamera si sofferma anche su una pistola di grosso calibro lasciata a terra. "Questa è l'arma che impugnava il missino" affermano i solerti giornalisti cui non sembra vero di poter additare al pubblico la "violenza fascista". Ma quella non era la verità. Giaquinto non era armato e non stava assalendo nessuno. Per anni la famiglia, gli avvocati, il partito, nonostante le potenti omertà e le coperture conniventi, denunciarono i responsabili di quello che appariva un autentico omicidio. Solo al processo, alcuni anni dopo, venne fuori la verità. Si scoprì che, contrariamente a quanto affermato nei verbali, Alberto Giaquinto non era stato colpito alla fronte, bensì alla nuca, quindi mentre fuggiva e non mentre attaccava. Ma soprattutto che fine aveva fatto la famosa pistola, mostrata nel filmato del telegiornale, quella che secondo la polizia Giaquinto impugnava? Sparita. Mai esistita. In realtà era stata messa lì, a terra, da un funzionario della Digos, per far ricadere le colpe sul giovane missino. A tale proposito vi è anche la testimonianza di un militante di Democrazia Proletaria, che assistette all'omicidio: "Poi ho sentito lo sparo ed ho visto un ragazzo a terra. Stava morendo, ma quei tipi hanno allontanato tutti i cittadini che volevano portargli soccorso; lo hanno lasciato sul selciato per più di venti minuti scosso come da brividi di freddo. Ricordo come tremasse quel corpo. Non aveva pistole né vicino né lontano da lui, quel ragazzo non aveva fatto niente per morire così!". La vicenda si è conclusa con una mite condanna dell'agente killer e dei funzionari complici. Rimane comunque emblematica delle responsabilità degli organi dello Stato nel creare una "strategia del terrore" a senso unico, rivolta sempre e solo contro la destra, per compiacere il nuovo padrone: il PCI. La morte di Alberto Giaquinto ispirò ad un altro cantautore di destra, Michele Di Fiò, una canzone dal titolo "Italia". Una storia diritta e pesante
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VIRGILIO E STEFANO MATTEI
Quella scena non ce la toglieremo mai più
dagli occhi: un fotogramma agghiacciante che simboleggia, nella sua
drammaticità, l'abisso morale tra le parti in conflitto. Da un lato la
barbarie vigliacca di chi appicca il fuoco, nella notte, alla casa del
"nemico". Dall'altra il disperato eroismo e l'amore fraterno
del camerata Virgilio Mattei, 22 anni, dirigente dei Volontari nazionali
e figlio del segretario della sezione "Giarabub" del MSI di
via Svampa a Roma. In quella fotografia terribile (pubblicata su tutti i
giornali) si vede il volto straziato dal fuoco di Virgilio, una mano che
si protende fuori dalla finestra ad afferrare i fili del bucato nel
tentativo di tirarsi fuori dall'inferno. Aggrappato a lui il fratellino
Stefano di appena 10 anni...
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GIUSEPPE MAZZOLA E GRAZIANO GIRALUCCI
Padova, 17 giugno 1974, sono le 9,30 quando un
gruppetto di cinque persone, tra cui una donna, raggiunge la sede del
MSI, in via Zabarella. Due uomini aspettano in strada, la donna si ferma
sulle scale, gli altri entrano nei locali della Federazione dove si
trovano Graziano Giralucci, 29 anni, sposato e padre di una bimba di 3
anni, ex giocatore e allenatore di rugby, fondatore della squadra del
CUS Padova e Giuseppe Mazzola, 60 anni, carabiniere in congedo, sposato
e padre di quattro figli. I due uomini, armati di una P38 e di una 7,65
con silenziatore, puntano le armi contro i missini: vogliono farli
inginocchiare e legarli con delle catene. Ma l'anziano ex-carabiniere
non può piegarsi a causa del busto ortopedico che porta in conseguenza
ad un'antica lesione alla colonna vertebrale. Forse reagisce, forse solo
si rifiuta di inginocchiarsi, fatto sta che dalla 7,65 parte un colpo
che lo ferisce all'addome. Allora reagisce anche Giralucci, ma un colpo
di P38 lo ferisce alla spalla, poi, subito dopo, la stessa arma lo
finisce con un colpo alla nuca. Mazzola è a terra supino: è inerme,
ferito, eppure uno degli aggressori gli poggia l'arma sulla fronte e fa
fuoco... Poche ore dopo un volantino, fatto ritrovare a Padova e a
Milano, rivendica il duplice omicidio con queste parole: "Lunedì
17 giugno 1974, un nucleo armato delle Brigate Rosse ha occupato la sede
provinciale del MSI in via Zabarella. I due fascisti presenti, avendo
violentemente reagito, sono stati giustiziati".Nonostante
questa rivendicazione, ecco cosa scrissero alcuni giornali del tempo,
riportati da Raffaele Zanon e Roberto Merlo nel loro libro "Noi
accusiamo Renato Curcio" (Edizioni del CIS, Padova, 1995): "Il
quotidiano "Il Manifesto" accredita questa tesi: "Padova,
due fascisti trovati uccisi nella sede del MSI. C'è il sospetto che si
siano ammazzati tra loro". "L'Unità", a propria
volta, parla di "sedicenti Brigate Rosse", mentre
"l'Avanti" e "Il Giorno" si spingono oltre, fino ad
affermare che "le fantomatiche Brigate Rosse altro non sono che
la copertura delle Brigate Nere, un'etichetta in cui il contenuto umano
viene fornito anche da gente iscritta al MSI"; "i mandanti del
duplice omicidio alla sede della federazione missina - scrive
"Il Giorno" - sono iscritti al partito di Almirante"..."! Cittadino fermati, guarda di qua. |
STEFANO CECCHETTI
Ma la tragica giornata del 10 gennaio 1979 non
è conclusa con gli scontri e con la morte di Giaquinto. Proprio mentre
il telegiornale della sera mette in scena la sua parodia della verità,
l'altra faccia della strategia del terrore, i comunisti, si muovono per
offrire anche il loro contributo all'anniversario di Acca Larentia.
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FRANCESCO CECCHIN
E' la notte tra il 28 e il 29 maggio 1979
quando gl'inquilini di via Montebuono, nel quartiere Trieste, a Roma,
vengono svegliati da grida disperate. Chi si affaccia vede un corpo
riverso nel cortile di un condominio, ai piedi di un muro alto cinque
metri. Arriva la polizia, poi un'ambulanza. Si tratta di Francesco
Cecchin, uno studente diciottenne, conosciuto come attivista missino. E'
in condizioni gravissime e ci si chiede come abbia fatto a precipitare
in quel cortile.
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CARLO FALVELLA
La notizia della sua morte fu l'avvisaglia che
preludeva all'inizio di un decennio di barbarie e di lutti. Non si
trattava più (né mai più si sarebbe trattato) di uno scontro di
piazza, tra gruppi fronteggianti. Ora siamo all'aggressione singola,
all'agguato. Per la prima volta, poi, la vittima è un giovane, appena
diciannovenne, vice presidente del Fuan di Salerno. Carlo Falvella ha il
volto aperto, pulito di un bel ragazzo studioso. Il suo assassino, che
si definisce anarchico, Giovanni Marini, viceversa è già il prototipo
del comunista anni Settanta: capelli lunghi, barba folta, eskimo. E' il
7 luglio 1972 quando il Marini, insieme ad altri due militanti
dell'ultra sinistra: Gennaro Scariati e Francesco Mastrogiovanni,
attende Carlo sotto la sua abitazione, in via Velia. Falvella è insieme
ad un altro giovane missino, Giovanni Alfinito, che verrà anch'egli
ferito. I due non hanno neppure il tempo di reagire all'agguato che
vengono colpiti a coltellate. La lama di Marini si conficca due volte
nel cuore di Carlo.
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LA STORIA
13 marzo 1975: un ragazzo di 18 anni viene
aggredito sotto casa. Due persone gli spappolano il cranio a colpi di
chiave inglese. Muore dopo 47 giorni di agonia. Chi era la vittima e
perché fu ucciso con tanta violenza? In che clima era maturato
quell’omicidio così bestiale? E chi erano i carnefici: teppisti,
killer professionisti, mafiosi? No, studenti universitari di Medicina.
Perché uccisero, allora? Forse accecati dall’ira, dalla gelosia o
dalla paura? No, neppure conoscevano la loro vittima. Colpirono solo in
nome dell’odio politico. |
UGO VENTURINI
Genova, 18 aprile 1970, comizio di Giorgio
Almirante. Come al solito, come sempre in quegli anni, è clima di
scontro. La sinistra in tutte le sue componenti è mobilitata: dai
famigerati camalli, gli scaricatori di porto, braccio armato del partito
comunista, già famosi per aver impedito nel sangue il congresso del MSI
del 1960, fino all'ultimo consigliere comunale socialdemocratico; tutti
sono pronti ad impedire al leader missino di parlare in piazza Verdi. A
sua volta anche la destra si mobilita; il comizio di Almirante è un po'
il simbolo dell'orgoglio, del coraggio, della voglia di non farsi
sopraffare. In piazza è scontro, la polizia separa i contendenti. Il
comizio inizia, ma improvvisamente una carica dei camalli fa vacillare
le fila delle Forze dell'ordine e i rossi arrivano da dietro fin sotto
al palco. I militanti missini si stringono a fare scudo. Dalle file dei
rossi vola di tutto: bastoni, bottiglie, sassi. E sarà un sasso a
colpire alla testa Ugo Venturini, 32 anni, sposato e padre di un
bambino, dirigente dei Volontari nazionali di Genova, che si trova ai
piedi del palco, alle spalle di Almirante, per proteggerlo. Durante gli
scontri rimane ferito anche il giovane missino Carlo Marazzia di 19
anni.
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