Memoriam

 
 
NON  VI  
DIMENTICHEREMO   MAI  


UGO VENTURINI - MSI - Genova 18.04.70                  CARLO FALVELLA - F.d.G. - Salerno 07.07.72                      STEFANO E VIRGILIO MATTEI - MSI - Roma 16.04.73                         GIUSEPPE SANTOSTEFANO - CISNAL - Reggio Calabria 31.07.73                                                   MANUELE ZILLI - F.d.G. - Pavia 03.11.73                                        GIUSEPPE MAZZOLA, GRAZIANO GIRALUCCI  - MSI - Padova 17.06.74                                    MIKIS MANTAKAS - FUAN - Roma 28.02.75                                        SERGIO RAMELLI - F.d.G. - Milano 29.04.75                                      MARIO ZICCHIERI - F.d.G. - Roma 29.10.75                                      ENRICO PEDENOVI - MSI - Milano 29.04.76                                    ANGELO PISTOLESI - MSI - Roma 28.12.77                        ROBERTO CRESCENZIO - simpatizzante - Torino 01.10.77                            FRANCO BIGONZETTI, FRANCESCO CIAVATTA  - F.d.G. - Roma 07.01.78                            STEFANO RECCHIONI - F.d.G. - Roma 07.01.78                              ALBERTO GIAQUINTO - FUAN - Roma 10.01.79                              STEFANO CECCHETTI - F.d.G. - Roma 10.01.79                                        FRANCESCO CECCHIN - F.d.G. - Roma 29.05.79                                 ANGELO MANCIA - MSI - Roma 12.03.80                                   MARTINO TRAVERSA  - simpatizzante - Bari 12.03.80                           PAOLO DI NELLA - F.d.G. - Roma 02.02.83         




CAMERATA   RAMELLI -  PRESENTE !


UGO VENTURINI (MSI - Genova 18.04.70, colpito alla testa da un sasso lanciato dai COMUNISTI durante un comizio di Almirante)

CARLO FALVELLA (F.d.G. - Salerno 07.07.72, ucciso a coltellate sotto casa da un ANARCHICO e due militanti dell'ULTRASINISTRA)

STEFANO E VIRGILIO MATTEI (MSI - Roma 16.04.73, morti nel rogo della loro casa, quartiere Primavalle, appiccato da COMUNISTI appartenenti a "POTERE OPERAIO")

GIUSEPPE SANTOSTEFANO (CISNAL - Reggio Calabria 31.07.73 aggredito da militanti COMUNISTI durante un comizio del PCI)

MANUELE ZILLI (F.d.G. - Pavia 03.11.73, morto in seguito alle percosse ricevute sul capo in una aggressione COMUNISTA di qualche giorno prima)

GIUSEPPE MAZZOLA, GRAZIANO GIRALUCCI (MSI - Padova 17.06.74 uccisi durante un'incursione delle "BRIGATE ROSSE" nella federazione del MSI di Padova)

MIKIS MANTAKAS (FUAN - Roma 28.02.75 ucciso a colpi d'arma da fuoco durante un assalto COMUNISTA alla sede MSI di Via Ottaviano - Prati)

SERGIO RAMELLI (F.d.G. - Milano 29.04.75 ucciso a sprangate e colpi di chiave inglese sotto casa da 10 COMUNISTI di "AVANGUARDIA OPERAIA")

MARIO ZICCHIERI (F.d.G. - Roma 29.10.75 ucciso a colpi di arma da fuoco, sparati da un'auto di passaggio, da un COMMANDO COMUNISTA di fronte alla sezione MSI del quartiere Prenestino)

ENRICO PEDENOVI (MSI - Milano 29.04.76 ucciso un anno dopo Ramelli da militanti COMUNISTI aspiranti ad entrare in "PRIMA LINEA" con colpi d'arma da fuoco sotto casa alle 7 del mattino)

ANGELO PISTOLESI (MSI - Roma 28.12.77 ucciso sotto casa dopo averlo fatto scendere con una scusa, con colpi d'arma da fuoco dal gruppo COMUNISTA "NUOVI  PARTIGIANI")

ROBERTO CRESCENZIO (simpatizzante - Torino 01.10.77 ucciso nel rogo appiccato dai COMUNISTI al Bar "Angelo Azzurro")

FRANCO BIGONZETTI, FRANCESCO CIAVATTA (F.d.G. - Roma 07.01.78 uccisi da un commando COMUNISTA, con colpi di mitraglietta dinanzi alla sede MSI di Acca Larentia)

STEFANO RECCHIONI (F.d.G. - Roma 07.01.78 ucciso dopo poche ore gli omicidi Bigonzetti - Ciavatta, dal capitano dei Carabinieri Edoardo Sivori, dinanzi ad Acca Larentia, durante gli scontri con le forze di Polizia)

ALBERTO GIAQUINTO (FUAN - Roma 10.01.79 ucciso durante i disordini durante la commemorazione di Acca Larentia da un proiettile, che lo colpisce alla testa, esploso a distanza ravvicinata dall'agente in borghese Alessio Speranza)

STEFANO CECCHETTI (F.d.G. - Roma 10.01.79 ucciso poche ore dopo Giaquinto, di fronte ad un bar dei giovani di destra da colpi d'arma da fuoco sparati da un auto in corsa. L'agguato è rivendicato da "COMPAGNI ORGANIZZATI PER IL COMUNISMO")

FRANCESCO CECCHIN (F.d.G. - Roma 29.05.79 atteso da un commando COMUNISTA, uno iscritto al PCI, sotto casa, viene aggredito e colpito duramente al capo. Il corpo viene poi afferrato e scagliato in un cortile del garage con un volo di 5 metri)

ANGELO MANCIA (MSI - Roma 12.03.80 ucciso sotto casa da due ASSASSINI COMUNISTI di "COMPAGNI ORGANIZZATI IN VOLANTE ROSSA" con due colpi di pistola alla schiena e un colpo di grazia alla nuca; era dipendente del "Secolo d'Italia" e segretario della sezione Talenti)

MARTINO TRAVERSA (simpatizzante - Bari 12.03.80 ucciso a colpi di arma da fuoco dai COMUNISTI mentre registrava canzoni in una emittente privata)

PAOLO DI NELLA (F.d.G. - Roma 02.02.83 ucciso con un colpo di spranga da un gruppo di COMUNISTI mentre al quartiere Trieste stava affiggendo manifesti sul verde pubblico. Morirà dopo 7 giorni di coma)

SERGIO RAMELLI


Milano 1975: la Milano delle industrie, della scalata socialista al potere, delle grandi manifestazioni di massa, ma anche la Milano degli scontri con la polizia, del sangue di Piazza Fontana, della caccia al fascista. In questo contesto nasce politicamente Sergio Ramelli e, come molti camerati di tutta Italia, subisce quotidianamente le angherie dell'antifascimo militante. In questi anni è di "moda" la rivoluzione comunista: giovani borghesi ribelli, ma anche veri proletari, sognano le utopie maoiste e marxiste-leniniste; e lo fanno nel modo più duro: gli slogan intonati nelle piazze sono a senso unico ("camerata basco nero, il tuo posto è al cimitero" "Le sedi fasciste si chiudono col fuoco, con dentro i fascisti se no è troppo poco" "Fascisti carogne tornate nelle fogne"), l'elenco dei feriti, delle sedi politiche/sindacali/giovanili distrutte, delle abitazioni/tipografie/redazioni giornalistiche bruciate, degli agguati, dei processi ai giovani anticomunisti è interminabile; si arriva, quindi, ai sequestri di persona (Del Piccolo e Mitolo a Trento nel '70 e Labate a Torino nel '73); giungono messaggi e volantini raccapriccianti ("Per ora colpiamo e continueremo a colpire cose ma quando passeremo alle loro disgustose persone non sarà certo solo per massaggiarli i muscoli e le ossa" firmato Brigate Rosse), distruggendo contemporaneamente auto appartenenti a giovani missini; per arrivare, infine, già prima del fatidico 13 marzo, al materiale "uccidere un fascista non è reato" (18.04.70 a Genova U. Venturini, 07.07.72 a Salerno C. Falvella, a Roma 16.04.73 i fratelli Mattei, 31.07.73 a Reggio Calabria G. Santostefano, 17.06.74 a Padova G. Giralucci e G. Mazzola, a Roma 28.02.75 M. Mantakas; e solo dal '74 al '76 si conteranno ben 6 militanti caduti). Nel frattempo a Milano, tutti i simpatizzanti, i militanti e i dirigenti del MSI milanese che venivano riconosciuti erano immediatamente intimiditi o aggrediti. Una situazione incandescente, se si pensa che, a differenza di Roma dove erano in auge le armi da fuoco, nel capoluogo lombardo si usavano spranghe e chiavi inglesi per lasciare segni indelebili (ai più fortunati) o per "far morire lentamente lo sprangato, farlo soffrire e farlo ricredere" (da una confessione di estremisti di sinistra al settimanale "Gente"); ed i responsabili non venivano mai identificati! E Sergio Ramelli viveva a Milano! Ritiratosi un mese prima dell'agguato dal I.T. "Molinari", a causa dell'emarginazione ricevuta per le sue idee e per le continue minacce (era stato addirittura pubblicamente processato nel corso di un'assemblea), si iscrive ad un istituto privato, ma continua coraggiosamente la sua militanza nel F.d.G. e nelle strade di Milano; purtroppo anche i "compagni" continuarono a tenerlo d'occhio! Infatti il 13.03.75 Sergio, sotto la sua abitazione in Via Amedeo, viene aggredito a colpi di spranga e chiave inglese da un gruppo di estremisti di sinistra. La sua difesa è vana, cade a terra sotto gli incessanti colpi dei suoi aggressori, che continuano a picchiarlo alla testa nonostante giaccia sul marciapiede privo di sensi. Portato in ospedale, dopo 47 giorni di agonia, morirà a 18 anni il 29 aprile. E neppure durante i propri funerali ebbe pace: i giovani missini vorrebbero giungere in chiesa in corteo dietro la salma; la polizia li carica e saranno costretti a partire in corteo senza il carro funebre, che giungerà più tardi scortato dalla polizia a sirene spiegate (e le difficoltà continueranno pure per gli anni seguenti quando, per paura della ritorsione rossa o di cariche delle forze dell'ordine, i parroci non concedevano le chiese per la commemorazione). Per anni gli assassini di Sergio restarono impuniti; non ci furono arresti, la polizia non si muoveva, non aveva prove, taceva: il Paese era alla mercé di bande rosse a cui tutto era concesso; lo Stato aveva paura e fingeva di non vedere. I responsabili dell'infame aggressione verranno catturati solo dopo 10 anni, quando alcuni militanti dell'organizzazione extraparlamentare di sinistra "Prima Linea", pentitisi, decisero di parlare. Gli assassini erano militanti di "Avanguardia Operaia" appartenenti al servizio d'ordine della facoltà di Medicina (sapevano benissimo, dunque, la pericolosità di colpi inflitti alla testa!): Walter Cavallari, Claudio Colosio, Marco Costa, Giovanni Di Domenico, Claudio Scazza, Franco Castelli, Luigi Montinari, Giuseppe Ferrari Bravo, Antonio Belpiede, Gianmaria Costantino, Brunella Colombelli (indicò al gruppo luogo e ora in cui colpire Ramelli). Il 02.03.'89 la II Corte d'Assise d'Appello dichiara gli imputati (eccetto il Costantino, deceduto) colpevoli di omicidio volontario, riconoscendo, però, loro l'attenuante del concorso cosiddetto "anomalo" in omicidio e riducendo le pene (la maggiore è così di 11 anni e 4 mesi). Del gruppo killer solo Costa e Ferrari Bravo tornarono in carcere, per poi essere affidati l'uno all'affidamento sociale e l'altro alla semilibertà. Gli altri evitarono la galera con condoni e regimi limitativi o sostitutivi.

PERCHÈ RAMELLI

Ramelli non era un conformista, le sue idee erano diverse da quelle della stragrande maggioranza dei suoi coetanei. Per questo motivo "Avanguardia Operaia" lo condannò a morte, in nome dell' "Antifascimo Militante" e della "Caccia all'eversore nero". Furono, però, numerosi i caduti in nome di "un'idea abbastanza grande": ma Sergio Ramelli, forse per i suoi 18 anni, e soprattutto per i 47 giorni di coma, è diventato il simbolo di chi, come Mantakas, Pedenovi, i fratelli Mattei, i giovani di Acca Larentia, i martiri di Padova e tutti i camerati assassinati dalla bestia rossa e dalle forze del sistema, ha lottato, creduto, sperato, pianto, gioito e sofferto nel nome di una diversità, di un amore, di un pensiero che , seppur da molti ripudiato, affonda le sue radici e le sue origini non solo nel Fascismo, ma anche e soprattutto nei valori, nelle tradizioni, nell'onore della nostra antica civiltà Italiana-Europea.
1988: IN UNA VIA SERGIO VIVE ANCORA
 
23 aprile 1988, Verona, a poche centinaia di metri dalla stazione FS di Porta Nuova: una data, un luogo, un avvenimento per i molti insignificante, addirittura una zona triste dato che di giorno è vissuta solamente dagli studenti di due istituti superiori e di notte è zona di passaggio per i clienti delle prostitute.  Per tutti i Camerati, invece, quel giorno, questa città, quel piazzale vicino ad una stradina in salita lunga 50 metri, vuol dire tanto; è forse il maggior riconoscimento della lotta, dei sacrifici, della grandezza del nostro amore. Da quel momento il maggior simbolo della ribellione al sistema, della violenza subita per mano dell'odio comunista e ad opera della repressione democratica, non solo veniva ricordato, ma soprattutto onorificato, preso ad esempio, considerato e reso immortale.  Il 23 aprile 1988 viene inaugurata " VIA SERGIO RAMELLI" alla presenza della madre, dei dirigenti MSI e di numerosi giovani in corteo. Poi un concerto di musica alternativa con gli "Amici del Vento" e gli "ZPM" e quindi l'azione clamorosa dei militanti FdG del tempo che srotolano sull' Arena uno striscione di 30 metri con scritto "ONORE AI CAMERATI CADUTI".  A volere la Via furono gli allora consiglieri comunali del MSI veronese Roberto Bussinello, Nicola Pasetto, Mario Rolando. Dopo una lunga ed entusiasmante battaglia durata 2 anni, i tre ottennero l' intitolazione (la proposta fu votata in Consiglio comunale, a maggioranza di centro-sinistra, e fu approvata all' unanimità, con la sola e ovvia astensione dei consiglieri comunisti ).
 
PERCHÈ SERGIO NEL 2000 VIVE ANCORA
 
Sergio Ramelli, non solo un camerata, non solo un martire, non solo un ragazzo di 18 anni, non solo una morte sofferta a causa di un'agonia durata 47 giorni, non solo un eroe o un coraggioso;  Sergio è un simbolo anche per il 2000, ma non un semplice simbolo da attaccare sulla giacca o da sventolare in piazza: è un esempio, un modello da seguire, è la spinta morale alla lotta in difesa delle proprie idee, è l'amore per il proprio popolo, è l'incoraggiamento nelle difficoltà. Lui, diverso dalla massa dei suoi coetanei, originale nella sua scelta, ostinato a continuare a sperare nella vittoria di qualcosa di più grande di lui, di qualcosa di spirituale, trascendente, ma anche di qualcosa di ripudiato, osteggiato, pericoloso.
Anche Sergio avrà avuto paura, avrà avuto ripensamenti, ma ha continuato, nonostante tutto e tutti. Oggi, come nel í75, Sergio vive, vive in noi come esempio e forza. Il nemico di allora aveva la falce ed il martello, quello di oggi il denaro; cambiano le armi, i rischi, ma il Sistema è sempre lo stesso: livellatore, massificatore e pronto a reprimere chi pensa diversamente. Ecco perché Sergio è luce anche per il 2000: la sua diversità, il suo non conformismo, i suoi sogni, le sue paure ci riguardano al punto da ricordare, urlare il nome, cantare, lottare con e per un ragazzo che non abbiamo mai conosciuto, ma che sentiamo come uno di noi, come un caro amico, un fratello, perché lui era come noi. Voce singola controvento, nonostante non gli mancasse nulla, poteva starsene calmo, tranquillo, fregarsene, preferì il rischio, la speranza nel domani, la salvezza della nostra civiltà e dei suoi valori. Noi, oggi, come lui e per lui, per noi, per il nostro popolo, mossi da un credo che abbiamo nel cuore e dal suo ricordo; ma questo non ci basta! Lui rappresenta lo slancio giovanile, lui l'emozione, lui l'altruismo, lui l'anticonformismo, lui la purezza, lui la capacità di pensare con la propria testa, lui l'essere. Noi, a distanza di quasi 25 anni, vogliamo essere come lui, vogliamo raggiungere, rendere reali nel suo nome i suoi sogni. Il giovane del 2000 può ancora farlo, può credere, può essere superiore e diverso alla massa.

CAMERATA RAMELLI
SARAI PER SEMPRE PRESENTE NEI
NOSTRI CUORI
UN GIORNO SARAI VENDICATO

 

Angelo...

Parlare di Angelo Mancia vuol dire, per chi lo ha conosciuto e gli è stato amico, parlare soprattutto di un grande attivista del Movimento Sociale Italiano. Dotato di grande carisma, forte personalità e soprattutto di una forte carica umana; il suo nome è legato in maniera indissolubile a quello della "mitica" Sezione Talenti dell’MSI, quella di Via Ferdinando Martini 29. Quando nel 1975 mi chiese di aiutarlo a rilanciare l’attività politica nel "suo" quartiere Talenti, il suo entusiasmo mi contagiò ( e come sarebbe potuto essere altrimenti?) e nacque così un amicizia, una vera amicizia, che solo il vile attentato del 12 marzo 1980 riuscì ad interrompere tragicamente...

Talenti alla fine degli anni ’70

Nato e sviluppatosi negli anni ’60 ad opera dei soliti palazzinari senza scrupoli, con strade strette e senza strutture pubbliche, Talenti, è ben presto diventato un quartiere dormitorio senza spazi per i giovani, costretti per vedersi a formare le solite comitive davanti ai bar della zona. Era proprio tra queste comitive che Angelo era diventato assai popolare. Simpatico ed irruento, dall’atteggiamento guascone ma allo stesso tempo rassicurante, Angelo riusciva a convincere i giovani di Talenti, che la mattina erano tormentati nei licei "rossi" della zona (Orazio e Archimede in testa...) a lasciare i bar e le bische ed a frequentare la "Sezione di Via Martini". In poco tempo si creò un gruppo molto unito che oltre alla militanza politica iniziò a dividere una grande amicizia. La militanza politica si alternò quindi ai momenti di svago, tutti trascorsi insieme: si andava insieme a sciare o al mare, mentre a primavera tutti eravamo concentratissimi sul torneo "Fiamma" che per diversi anni fu accanitamente conteso tra tutte le sezioni missine di Roma. Talenti era però accerchiato da veri e propri feudi "rossi" (da una parte S. Basilio e dall’altra Tufello e Val Melaina con il tristemente noto collettivo autonomo) ed era quindi facilmente raggiungibile dai "gruppettari". Qui più che in altre zone si viveva quindi in attesa delle immancabili aggressioni e provocazioni. Più volte respinti in piazza, ai compagni non restò che adottare tattiche di partigiana memoria quali l’agguato, l’imboscata e l’attentato dinamitardo notturno. Un po’ tutti noi, chi prima chi dopo, chi in un modo chi in un altro ne rimanemmo vittime. Quando poi con l’istigazione dei partiti di regime, la complicità della stampa e la copertura delle istituzioni si scatenò una vera e propria persecuzione nei confronti della Destra e dei suoi militanti che assunse a Roma la forma di una vera e propria guerra civile "strisciante", agguati, assalti ed attentati alle nostre sedi e ai nostri militanti non si contarono più. " Talenti" pagò allora un prezzo assai alto con l’assassinio, nel 1977, di Bruno Giudici, papà di Enzo, intervenuto in difesa del figlio aggredito sotto casa, e con quello, nel 1979, di Massimo Cecchetti avvenuto davanti al " Baretto " di Largo Rovani. Riuscirono anche a chiuderci la sezione, in base alla famigerata legge sui "Covi", quando, in seguito ad una delle tante perquisizioni di "regime" venne trovata una tanica che, a detta degli inquirenti, doveva aver contenuto benzina per fare attentati e che, a seguito di successive analisi i cui risultati vennero rivelati solo dopo tre anni, risultò aver contenuto solo colla per manifesti! Angelo riuscì tuttavia a tenere unito il gruppo e continuammo ad essere presenti sul nostro territorio e dovunque servisse la nostra presenza in supporto dei camerati degli altri quartieri... ...si arrivò poi, purtroppo, al 1980...

Massimo

Angelo Mancia - il dossier  - Marzo 1980

Il mese di marzo del 1980 rimane una tappa indiscutibilmente tragica nella triste storia del terrorismo rosso a danno del mondo anticomunista, di quel nostro mondo così fiero da restare in piedi di fronte ai drammi più immani. Quando il 7 di quel mese ignoti avevano cercato la strage nella tipografia del "Secolo d’Italia", facendo esplodere due bombe, si credette che l’apice della violenza sanguinaria e barbara, posta in essere dal marxismo, fosse stato ormai raggiunto. Non era purtroppo così. Infatti domenica 10 marzo gli assassini rossi, non riusciti nel loro intento omicida al "Secolo" ci riprovavano, ritentavano la strage. Volevano uccidere i militanti del Fronte della Gioventù di via Sommacampagna, sede provinciale dell’organizzazione giovanile. La fortuna volle che un giovane entrato in uno sgabuzzino per prendere un pennello, vide una borsa sospetta. Avvisato il locale comando dei carabinieri; l’artificiere, una volta tanto prontamente arrivato, disinnescò l’ordigno contenuto nella borsa alle 11:28, appena due minuti di ritardo e sarebbe esploso, con chissà quali conseguenze.

Ancora una volta non erano riusciti ad uccidere

I compagni organizzati in "volante rossa", questo l’appellativo che si erano dati i protagonisti dell’attentato al "Secolo d’Italia", firmavano anche questa volta la tentata strage, il loro disegno criminoso, andato in fumo grazie alla prontezza di uno dei giovani militanti del Fronte della Gioventù. Ancora una volta contro il coraggio e la forza delle idee , il comunismo dimostrava di saper rispondere solamente con il tritolo, con le bombe, alla ricerca di stragi. Il bisogno di sangue non si poteva quindi placare, non avevano potuto ben vendicare il compagno Valerio Verbano.

Dall’esecuzione di Verbano all’assassinio di Angelo Mancia

In quei giorni un grave fatto aveva contribuito a ridestare un clima di antifascismo militante, di caccia all’uomo. Era morto in circostanze oscure Valerio Verbano, militante dell’Autonomia Operaia. I comunisti addossarono subito all’ambiente di destra la responsabilità di quell’assassinio, nonostante nessuno lo avesse rivendicato e non avesse alcun significato l’omicidio di un esponente che nell’estrema sinistra, aveva un ruolo non di primo piano.
volante rossa.jpg - 68672,0 K Ciò nonostante fu affisso un manifesto, in quei giorni, che prometteva una pronta vendetta del Verbano, c’era scritto che non sarebbero bastate "100 carogne nere". Purtroppo, ancora una volta, la magistratura non intervenne, gli autori del manifesto, firmato dai compagni dell’Autonomia non vennero arrestati, quasi che non fossero noti alla questura. L’11 marzo colpirono ancora, ed ancora una volta si sbagliarono, volevano uccidere questa volta un dirigente romano del MSI ed andarono sotto casa sua ad aspettarlo. Spararono, più volte, contro colui che credettero essere il loro obiettivo, rivendicarono il crimine convinti di essere riusciti nel loro intento, invece avevano sbagliato ancora una volta, avevano assassinato un cuoco, Luigi Allegretti, tra l’altro iscritto alla CGIL, che nel buio avevano confuso con il militante missino designato. L’attentato al "Secolo", la bomba alla sede di via Sommacampagna, l’omicidio per "sbaglio", così fu etichettato dalla stampa a noi avversa, quasi che se i terroristi avessero colpito chi desideravano sarebbe stato giudicato un omicidio "giusto", non erano riusciti a dare agli odiati "fascisti" una risposta precisa all’omicidio di Valerio Verbano. Ci voleva un fatto eclatante, infatti in quei giorni numerose abitazioni di militanti del MSI furono bombardate dal tritolo sovversivo e sempre per puro caso non ci furono danni alle persone. Bisognava colpire un simbolo, una persona che non aveva mai avuto paura di loro, qualcuno che aveva sempre risposto in prima persona alle loro provocazioni, con il coraggio della lotta a viso aperto, incurante del numero degli avversari e sicuro della propria fede, uno che non si sarebbe mai piegato se non a causa di un colpo di pistola! Avevano trovato quella persona, quel "fascista di razza" (così lo definirono nel volantino di rivendicazione), era Angelo Mancia, segretario della sezione Talenti, dipendente del "Secolo d’Italia", rappresentante sindacale aziendale (RSA) della CISNAL. Stava uscendo di casa, poco dopo le 8:30 di quel 12 marzo, come ogni giorno diretto al lavoro, come addetto ai servizi esterni del "Secolo" e della Direzione Nazionale del Partito; ad attenderlo c’erano i suoi assassini, appostati dietro un furgone blu posteggiato davanti al cancello di via Tozzi 10,da dove Angelo stava uscendo, avvicinandosi al proprio motorino. Bastò un attimo per rendersi conto di quanto stava succedendo. Visti i terroristi, Angelo cercò rifugio nel portone di casa, non fece in tempo, il fuoco assassino dei comunisti lo raggiunse alla schiena; non contenti, gli assassini spararono ancora, alla nuca, volevano essere sicuri di non aver fallito anche questa volta.

Il funerale di Angelo

Le barricate per un ora erano cadute, ma solo per quella triste ora, quando il mondo "democratico" sembrava essersi stretto intorno al nostro lutto. Subito dopo durante lo stesso corso dei funerali, il volto sanguinario del regime, che aveva armato la mano dei delinquenti rossi, riappariva spettrale e fanatico. Già la mattina del 14 marzo alcuni giornali cominciavano, odiosamente, a disegnare variegati volti di Angelo Mancia: squadrista, picchiatore, furono alcuni epiteti con cui dei pennivendoli al soldo del sistema cercarono di infangare il nome del Martire. La stampa antifascista, doveva in qualche modo "giustificare" o "attenuare" quest’omicidio, tanto, dicevano alla Rai e scrivevano sui giornali, era un violento. Niente di più falso, lo ribadiamo, il fatto che egli fosse un ragazzo di destra "pulito" era dimostrato anche dal suo certificato penale che dichiarava in relazione alle sue presunte colpe: NULLA! Sotto scrosci di pioggia battente, insieme con i familiari, tantissime persone accompagnarono Angelo alla Basilica di S. Maria degli Angeli e dei Martiri, dove veniva officiato il rito funebre, dando la dimostrazione con la presenza attiva e silenziosa, che dietro ogni nostro caduto altri giovani erano pronti a continuare la lotta in nome di chi era stato vilmente assassinato. Tanta era la commozione, insieme ai fiori, alle corone, ai cuscini, c’era una corona su cui era scritto: "Caro Angelo, il tuo ricordo sarà sempre nel nostro cuore, insieme con il nostro Francesco, che ti voleva molto bene. Valeria, Maria Carla e Antonio Cecchin": la comunione nel martirio. Terminato il sacro rito, il Segretario del Partito, on. Giorgio Almirante pronunciava una toccante orazione funebre. Era andato, nel dolore, tutto bene, la commozione prevaleva sul, sia pure umanamente giustificabile, senso di rabbia, ma la provocazione doveva purtroppo scattare. Qualcuno, lontano dalla folla, scagliava una bottiglia incendiaria, riuscendo così ad intaccare il suggestivo silenzio della piazza. Immediatamente i lacrimogeni della polizia diffondevano il loro acre odore, a guastare quello cristiano del divino incenso. La gente presente al funerale veniva manganellata e malmenata dagli agenti, scoppiavano incidenti, alla fine dei quali veniva arrestato un estremista di sinistra. Fino ad oggi non è stata fatta ancora giustizia, per Angelo, come per tanti altri giovani martiri; non sono state, volutamente, fatte indagini per scovare chi lo aveva assassinato, per non disturbare i piani di chi voleva che tutto rimanesse immutato. La nostra lotta per ricordare e vendicare con la forza delle idee che ci guidano Angelo Mancia, quindi, prosegue, senza paura, sulla strada per cui Egli è Caduto! Continueremo, nel suo nome, a percorrere il suo cammino, certi che sia con noi nelle nostre riunioni e nelle battaglie politiche, ideali e sociali che quotidianamente combattiamo nel nome del nostro mondo, un mondo che sa guardare a faccia alta i suoi avversari, così come Angelo ha sempre fatto.

(Fonte: I quaderni del C.I.S. - Marzo 1982)

 


ROMA: AN RENDE OMAGGIO A MIKIS MANTAKAS

Roma, 1 marzo 2004 - An rende omaggio a Mikis Mantakas: oggi, lunedì 1 marzo, il presidente della federazione romana di An, Vincenzo Piso, insieme con i consiglieri municipali e gli assessori di An del XVII municipio, alle 17 sarà a piazza Risorgimento per inaugurare una targa alla memoria di Mikis Mantakas, lo studente greco aderente al Fuan assassinato il 28 febbraio 1975 da un commando di estremisti di sinistra. “Dopo tanti anni di battaglie e di ordini del giorno andati a vuoto – commenta Mauro Colombi, capogruppo di An in XVII municipio -, finalmente siamo riusciti a fare approvare la nostra richiesta: Mikis Mantakas sarà ricordato con una targa a piazza Risorgimento, laddove fu barbaramente assassinato. Siamo orgogliosi di essere riusciti a rendere i giusti onori a un martire per la libertà, un ragazzo coraggioso che ha portato avanti le nostre idee in tempi difficili”. “Quello di oggi è un atto dovuto – aggiunge Piso -. Alleanza nazionale è un partito che guarda avanti senza dimenticare le proprie radici. L’assassinio di Mikis Mantakas è una ferita che ad ogni 28 febbraio si riapre e nelle orecchie risuonano gli slogan sinistri degli anni ’70 come ‘uccidere un fascista non è un reato’. Con questa cerimonia vogliamo ricordare chi pagò con la vita per le proprie idee politiche. Mi auguro che in futuro seguano altre iniziative del genere e che non siano solo amministrazioni di centrodestra a proporle e a realizzarle. Solo così l’Italia potrà superare i rancori e le divisioni di una stagione politica che ancora oggi, purtroppo, viene mitizzata da qualche manipolo di teppisti fuori dal tempo. Da parte nostra, lavoreremo per un clima di pacificazione nazionale”