Fascismo 3

il PRINCIPE che fece inquietare tutti gli ammiragli del mondo

"Una guerra si può perdere, ma con dignità e lealtà; e allora l'evento storico non incide  che materialmente, seppure per decenni. La resa e il tradimento hanno invece incidenze  morali incalcolabili che possono gravare per secoli sul prestigio di un popolo, per il disprezzo degli alleati traditi, e  per l'eguale disprezzo dei vincitori con cui si cerca vilmente do accordarsi. 
Non mi sembra che tali ideali e convincimenti abbiano un'impronta fascista.
Appartengono al patrimonio morale di chiunque". 
Valerio Borghese

( Da Storia del Fascismo di A. Petacco, Curcio Ed, pag. 1733


Però, anche gli
anglo-americani....

Erano le ore 11,24 del 20 Ottobre 1944
342 bombe da 500 libbre
con  la "missione"  n.138-20
fecero questa "strage degli innocenti".

Nel quartiere di Gorla quel giorno si contarono circa 703 vittime, tra questi oltre 200 bambini dai 6 agli 11 anni, dalla prima alla quinta elementare, unitamente ai loro maestri, e alcune mamme che, dopo il primo allarme,
apprensive erano accorse con in braccio altri bambini, per condurli nei rifugi.

ll 20 ottobre 1944 una formazione di aerei anglo-americani B24 e B27 era in missione per bombardare le officine Breda e la stazione ferroviaria di Greco in prossimità di Milano. Era una giornata soleggiata, priva di foschia e di nubi, ma per un errore di calcoli gran parte degli aerei si trovò nell¹impossibilità di colpire i bersagli strategici prefissati.
Nonostante la consapevolezza di ciò, alle ore 11,24 gli aerei, prima di rientrare, sganciarono comunque le bombe in una zona abitata e priva di ogni obiettivo militare. Uno degli ordigni esplosivi da 500 chilogrammi centrò la scuola elementare Francesco Crispi di Gorla (Milano) durante le ore di lezione mentre gli alunni stavano scendendo nel rifugio. Ci fu un¹esplosione devastante che sventrò completamente l¹edificio scolastico seppellendo sotto le macerie oltre 200 bambini di età compresa tra i 6 e gli 11 anni, la Direttrice, 14 insegnanti, 4 bidelli e un¹assistente sanitaria, da aggiungersi agli altri 480 morti di quel bombardamento.




Questi sono solo 7 bambini, bruciati e carbonizzati.
Si può visitare il monumento e la cripta dove riposano i resti
dei bambini a Gorla, in piazza Piccoli Martiri - Milano
(nello stesso luogo dove sorgeva la scuola)


Una sopravvissuta che a caldo ovviamente ripete
quello che ha sentito dire in quel clima di morte.


la fotografia aerea che fu scattata da un bombardiere
pochi istanti prima che lanciasse le bombe.

L'INTESTAZIONE DELLA FOTO INDICA:

IL BERSAGLIO : MILAN BREDA WORKS

IL NUMERO DELLA MISSIONE : 138

LA DATA : 20 OTTOBRE 1944

L' ORA : 11,24 A.M.

BOMBE SGANCIATE : 342 DA 500 LIBBRE

Fonte : NATIONAL ARCHIVES,
 WASHINGTON, G-2, TARGET DAMAGE FILE (MILAN)

 LINEA VERDE INDICA LA ROTTA DI 118° SEGUITA DALLA  PRIMO GRUPPO CHE COLPI' I CAPANNONI DELLA BREDA AD OVEST DEL VIALE MONZA  (1 st ATTACK UNIT)

LINEA GIALLA INDICA LA ROTTA PROGRAMMATA PER CONSENTIRE AL SECONDO GRUPPO DI RAGGIUNGERE IL BERSAGLIO ASSEGNATO   ( 2 nd ATTACK UNIT), ALTRI STABILIMENTI CHE VENNERO COMPLETAMENTE MANCATI

LE DUE COPPIE DI CERCHI CONCENTRICI INDICANO I DUE PUNTI DA BOMBARDARE

LINEA ROSSA MOSTRA LA ROTTA DI 140 ° ERRONEAMENTE SEGUITA DAL SECONDO GRUPPO IL CUI COMANDANTE RESOSI CONTO TROPPO TARDI DI ESSERE FINITO FUORI GIOCO, DECISE  DI SGANCIARE LO STESSO IL PROPRIO CARICO SULLA CITTA'

IN BASSO A DESTRA: I PUNTINI BIANCHI RAPPRESENTANO LE BOMBE ESPLOSE SULLE ABITAZIONI E SULLA SCUOLA DI GORLA

 

 

ELENCO DEGLI ALUNNI VITTIME DEL BOMBARDEMENTO ANGLO-AMERICANO

Vittime
   Innocenti

Abbondanti Ernesta, anni 7    Alquà Dolores, anni 9     Andreoni Edvige, anni 6      Andreoni Franco, anni 6      Andena Vanda, anni 7      Andena Giorgio, anni 9      Angiolini Cesarina, di anni 10     Assandri Marisa, anni 10     Avanzi Lucia, anni 8      Baccini Luciana, anni 10       Bacilieri Giancarlo, di anni 11      Baldo Bruno, anni 7       Biluci Teresa, anni 7      Biluci Concetta, anni 9     Bandiera Valter, anni 9      Beccari Vilma, anni 10     Beccari Stefania, anni 8      Belassi Ambrogio, anni 8     Benzi Bice, anni 6      Beretta Giuseppe, anni 6      Bernaraggi Tullio, anni 8      Bersanetti Loredana, anni 6       Bertoleni Vincenzo, anni 7      Bertolesi Piera, anni 7      Bertoni Valter, anni 9      Bianchet Chiara, anni 10         Biffi Pierluigi, anni 6        Bolzoni Gianfranca, anni 6      Bombelli Giuseppe, anni 9       Bonfiglio Celestina, anni 8       Boracchi Vilma, anni 6      Borgatti Elena, anni 9    Brembati Giovanna Elisabetta, anni 8        Bremmi Maria, anni 11       Brioschi Paolo, anni 9      Brioschi Gianni, anni 6      Brivio Giovanna, anni 12       Buratti Rosalba, anni 7        Cacciatori Ernestina, anni 6      Calabrese Loredana, anni 6       Caletti Giancarla, anni 6       Canda Rosangela, anni 12       Caranzano Margherita, anni 7       Carrera Renata Teresa, anni 9        Carretta Luigi, anni 8        Carretta Anna, anni 7        Casati Giuliano, anni 7        Caslini Adriano, anni 10       Cassi Giordano, anni 9        Cassutti Ida Santina, anni 10       Castelli Lorenzo Omobono, anni 6      Castellino Claudia, anni 9       Castoldi Rolando, anni 7      Cavagnoli Giuliana Maria, anni 6      Cazzaniga Antonio, anni 9      Celio Anna, anni 7      Ceruti Giancarlo, anni 7     Cinquetti Felice, anni 10       Colombani Adriano, anni 9       Colombani Rosanna, anni 7        Colombo Annamria, anni 7 Colombo maria, anni 10       Compati Agostino, anni 9        Concardi Giancarlo, anni 7       Consiglio Riccardo, anni 11       Contato Rosalia, anni 6      Conti Mirella, anni 10       Dalla dea Marina, anni 9     Dalla Dea Vittore Paolo, anni 7         Dall¹Ora Emilia, anni 10       Danieli Gianna, anni 10       De Conca Luisa, anni 10       Didoni Fausta, anni 10      Didoni Teresina, anni 11       Doneda Giulia, anni 6       Dordoni Giancarla, anni 11      Falco Franco, anni 6       Farina Gaetano, anni 10      Farina Mario, anni 6         Farinella Giovanna, anni 8       Ferrario Luigi, anni 6        Ferrè Margherita, anni 8         Ferri Natalina, anni 8        Ferroni Pierino, anni 7        Fontana Oscar, anni 8       Fossati Adele, anni 6         Franchi Diario, anni 7       Franzi Angelo, anni 6      Frezzati Rosalia, anni 6      Fronti Angelo, anni 6        Fuzio Ezio, anni 9       Gallina Clelia, anni 12      Grulli Giovanni, anni 9      Guelfi Pasquale, anni 10        Gilardi Silvana, anni 6       Giovannini Villiam, anni 7      Giuliani Aldo, anni 8     Goi Eleonora, anni 11      Goretti Edoardo, anni 6         Grandi Enrico, anni 7        Lamberti Lamberto, anni 9      Ladini Peppino, anni 8         Libanori Giancarlo, anni 6       Librizzi Maria, anni 11       Maestroni Giuliano, anni 6        Maestroni Luigi, anni 12       Majo Giuliano, anni 9      Majo Santino, anni 7        Marosi Ruggero, anni 8       Marzorati Roberto, anni 8      Mascheroni Nella, anni 9       Masiero Gianfranco, anni 8      Massaro Antonio, anni 9       Massazza Natale, anni 10       Meregalli Mirella, anni 6        Meroni Adriano, anni 9       Migliorini Maria, anni 9       Minguzzi Graziano, anni 10        Moccia Carmela, anni 6       Modesti Giancarlo, anni 6       Moioli Umberto, anni 6         Monfrini Bruno, anni 6             Moretti Licia, anni 6           Mutti Giuseppina, anni 10       Altri piccoli periti nello stesso bombardamento :                          AMBROSINI Marisa Vanda, di mesi 16          BACILIERI Silvano, di anni 2        BALLADORI Annamaria, di mesi 15          BAZZANELLA Giancarlo, di mesi 18            BECCARI Lilia, di anni 2          BIRAGO Silvana Adele, di anni 4         BONATI Carlo, di mesi 12           CAVALLI Ornella, di anni 2              CLAPES Franca, di mesi 12          CONTE Vittoria, di anni 4                 FRANCO Domenico, di anni 3           GALBIATI Rosa, di anni 3           GALBIATI Rolando, di mesi 11          PEREGO Maria Grazia, di mesi 22               SIFARELLI Biagio, di anni 4               SORMANI Isabella Paola, di anni 4           SORRAVIA Alberto Salvatore, di anni 5            VILLA Franca, di anni 4


per approfondimenti    Piccoli Martiri


brava forza italia  PREDAPPIO (FO), RIPRISTINARE E RIAPRIRE ROCCA DELLE CAMINATE

(Bologna 27 settembre 1999) - L’amministrazione comunale di Predappio (Forlì) non avrebbe ancora provveduto a rendere agibile ed a riaprire al pubblico la Rocca delle Caminate, nonostante numerosi cittadini, anche attraverso una petizione rivolta all’amministrazione provinciale, abbiano chiesto che il castello sia preservato dal degrado e restituito ai visitatori. Lo afferma il consigliere regionale di forza italia Rodolfo Ridolfi in una interrogazione, nella quale domanda alla Giunta regionale quali iniziative sia intenzionata ad intraprendere o abbia già attivato, di concerto con il Comune e la Provincia interessati, per restituire, dopo gli opportuni interventi, la Rocca delle Caminate al libero accesso dei cittadini e dei turisti.

Rocca delle Caminate   "Ieri"

 

Rocca delle Caminate   "Oggi"

 


La storia in breve

L’epoca a cui si deve far risalire la costruzione della Rocca delle Caminate è molto incerta.

Alcuni particolari architettonici hanno fatto avanzare l’ipotesi che questa sia avvenuta anteriormente al 1000, mentre secondo altri studiosi sarebbe stata edificata nel 1137 da un certo Ricciarello, barone di Beaumont, che sarebbe stato tra l’altro capostitipe della famiglia dei Belmonti e dei Ricciarelli.

Gli imperiali distrussero il castello e scacciarono queste 2 famiglie nel 1200 circa.

La rocca fu riedificata dai forlivesi nel 1213, tornò ai Belmonti, e di nuovo, nel 1236, ai forlivesi che la distrussero. I Belmonti nuovamente la ricostruirono e ad essi la tolse nel 1390 Cecco Ordelaffi; fu poi conquistata nel 1405 dai 

Malatesta che la tenne fino al 1469 quando Pino Ordelaffi la distrusse e la riprese.

Successivamente passò sotto il dominio dei Francesi e poi per un breve periodo sotto il dominio della Repubblica di Venezia che la cedettero al Papa che la diede in feudo nel 1519 al Conte Alberto Pio di Carpi, insieme a Meldola e Sarsina.

Passò ai Principi Aldobrandini nel 1597 e da questi ai Principi Pamphili e ai Doria- Pamphili,  che nel 1853 la diedero in “enfiteusi” prima alla famiglia Baccarini di Forlì e poi al Prof. Dalle Vacche.

Un terremoto nel 1870 la danneggiò moltissimo e mise in pericolo la torre che più tardi in parte crollò.

Fu restaurata nel 1927, per farne dono a Mussolini, ricostruendo il palazzotto del feudatario e rimettendo in efficienza il camminamento di ronda.

Attualmente è di proprietà della Provincia di Forlì-Cesena, in gestione all’ AGESCI.

Fatti & Leggende

Ogni castello che si rispetto ha le sue leggende, racconti di tesori e fantasmi, tramandati dai nonni ai nipoti. Anche Rocca delle Caminate non sfugge a questa legge.

Il Ratto delle Donne

Il 14 novembre 1494 i soldati francesi di Carlo VIII, diretti verso Firenze, razziarono lungo le vallate romagnole rubando e distruggendo, come era nel costume del tempo.

Quando si presentarono a Rocca delle Caminate trovarono resistenza da parte della popolazione e per tale ragione i francesi si accanirono, bruciarono case, uccisero.

Le donne per paura si nascosero nel bosco, ma furono trovate e rapite dai soldati.

Gli uomini di Rocca delle Caminate allora andarono a Forlì presso un usuraio, impegnarono i loro beni per pagare il riscatto.

I francesi pretesero 70 ducati d’oro; pagarono il riscatto e riebbero le loro donne !

Oh, la cavalleria dei bei tempi antichi!

Il seggio della Madonna

Poco lontano dalle Caminate e più esattamente tra le Caminate e la chiesa di Riordinano, si nota una costa rocciosa che spunta sopra il terreno aratro.

La roccia ha una strana forma quasi di seggio.

Si vuole che la Vergine Maria, stanca per un lungo peregrinaggio, si sedesse per riposare sulla roccia che, felice di accogliere la Madre di Dio si modellò a mo’ di trono e sul trono fu trovata un’immagine della Madonna cui i contadini chiedono protezione per i campi.

Questo sasso di “spugnosa” è chiamato sasso della Madonna. Il dipinto fu trovato nella chiesa del castello e venerato dagli abitanti.

I vecchi raccontano che “on che u gni cardeva” ( uno che non ci credeva ) ebbe il campo bruciato dalla grandine mentre gli altri la pioggia ristoratrice. Attorno al sasso spuntano fiori profumati in ogni stagione, mentre il “seggio” si ricopre di muschio soffice, a mo’ di cuscino.

La Madonna venerata è conosciuta in tutta la vallata del Rabbi e del Montone come la “Madonna della Pioggia”.

Quando in estate la pioggia si faceva desiderare da troppi mesi, i fedeli delle vallate salivano in pellegrinaggio fino alla chiesetta e portavano con sé l’ombrello perché sapevano che la Madonna li avrebbe esauditi. Spesso infatti, raccontano, al ritorno dovevano aprire l’ombrello.

I sotterranei

Ripetutamente si è parlato dei viadotti sotterranei che avrebbe collegato Rocca delle Caminate con Rocca d’Elmici e la Rocca di Predappio Alta.

Don Angelo De Cresci Vangello, parroco di Vitignano, scriveva il 21 giugno 1958: “Negli scavi che si son fatti nella strada per Predappio si è trovata una grotta che sembrerebbe un viadotto; la sua direzione è verso gli antichi fortilizi di Rocca delle Caminate e Rocca d’Emici”.

 


Rocca delle Caminate

Situata in cima ad una collina, al confine col Comune di Predappio, sorge sui resti di un antico castello caduto in abbandono dopo la Rivoluzione Francese. Fu riedificata nella forma attuale e donata dai romagnoli, nel 1929,
a Benito Mussolini.

 

 



VILLA CARPENA - Famiglia Mussolini



Villa Carpena si trova nel comune di Meldola, in provincia di Forli' a pochi chilometri da Predappio,
paese natale di Benito Mussolini.

La storia di Villa Carpena prende il via nel 1909, qui infatti il giovane Benito si recò a prendere
la futura moglie Rachele per portarla con se.

Poi la casa fu acquistata per 12 mila lire, prima della marcia su Roma, e la famiglia mussolini la abitò
per molti anni tanto che Villa Carpena assunse un valore simbolico nel ventennio fascista
con molte fotografie e cartoline che mostrano il Duce, donna Rachele ed i figli impegnati
in attività contadine nel podere della villa.

Dopo il conflitto mondiale e la caduta del fascismo a Villa Carpena visse donna Rachele e,
dopo la sua morte, il figlio Vittorio, facendole mantenere il ruolo di punto di riferimento patriarcale
e ritrovo di tutti gli eredi Mussolini.

 La trasformazione di Villa Carpena in CASA DEI RICORDI consente di poter visitare la struttura
e di fare un autentico tuffo nella storia a cominciare dal parco della villa dove c'è la casetta in cartongesso,
fatta costruire dal Duce dopo la nascita del figlio Romano, il gazebo dove Mussolini leggeva,
il tempietto regalo dell'Imperatore del Giappone e la statua scolpita del grande artista Messina.

L'inaugurazione del museo CASA dei RICORDI a Villa Carpena è avvenuta il 29 Luglio 2001,
data dell'anniversario della nascita di Benito Mussolini.

 

Fiat 127

 

Camera da letto

 

Studio

 

Parco

 

Parco

 

Parco Leoni

 

Hiro Hito

 

Museo Villa Carpena

 

Museo Villa Carpena

 

Museo Villa Carpena

 

La Casa dei Giochi

 

Donna Rachele

 


ogni popolo ha il re che merita RELAZIONE DI MUSSOLINI DEL COLLOQUIO COL RE

(Articolo pubblicato postumo dal " Meridiano d'Italia', - il 6 aprile 1947)


«Del re ero sicuro: non avevo motivo di dubitare di lui. Il colloquio, a Villa Savoia, durò circa venti minuti. Si iniziò con una mia succinta relazione sulla situazione politico-militare e sull'incontro a Feltre. Vittorio Emanuele, dimostrando vivo interessamento a quanto gli andavo esponendo, domandò precisazioni e fece qualche obiezione. Gli parlai, poi, della situazione in Sicilia, della minaccia diretta contro l'Italia meridionale, della seduta del Gran Consiglio, facendogli presente la necessità di agire energicamente per stroncare l'offensiva dei nemici esterni ed interni. Fu allora che il re, infiorando come sua consuetudine le frasi con qualche parola piemontese, mi disse che era inutile far progetti per l'avvenire, perché la guerra era ormai da considerarsi irrimediabilmente perduta, che "il popolo non la sentiva, che l'Esercito non voleva battersi".
«Specialmente gli alpini non vogliono più battersi per voi- disse acre, levandosi in piedi.
- « Si batteranno per voi, Maestà» - ribattei.
«Fu in quel momento che mi accorsi di trovarmi di fronte un uomo col quale ogni ragione era impossibile».
« - Tutto è inutile ormai; - soggiunse il re - l'avvenire della Nazione è ora affidato alla Corona. Le mie decisioni sono già state prese. Nuovo Capo del Governo è il Maresciallo Badoglio e virtualmente è già entrato in funzione. Sarà bene che vi mettiate a sua disposizione ».
« Era nel suo pieno diritto licenziare il suo Primo Ministro, ma ciò nonostante ero e rimanevo il capo del Fascismo. Questo gli dissi e mi avviai per uscire ».
« Il re mi trattenne: - Cercate di starvene tranquillo - soggiunse. - Sul vostro nome sarà meglio che non si faccia dello scalpore ».
« - Se ne è già fatto abbastanza: - risposi ».

Mussolini dopo averlo salutato si avvia all'uscita per risalire sulla sua auto.


(Articolo pubblicato postumo dal " Meridiano d'Italia', - il 20 aprile 1947)


« Discendendo la scalinata di villa Savoia, fui sorpreso di non trovare la mia macchina ad attendermi. Con il pretesto che l'udienza si sarebbe protratta a lungo e che occorreva lasciare libero il piazzale, essa era stata avviata in un viale adiacente.
« Mi arrestai a metà dello scalone e chiesi al maggiordomo di Casa reale di far avanzare la mia vettura. Nello stesso istante sopraggiungeva una autoambulanza della Croce Rossa. Un colonnello dei carabinieri, staccandosi da un plotone formato da ufficiali e da militi, mi si avvicinò:
« Eccellenza - mi disse - vi prego salire nell'autoambulanza.
Sorpreso, protestai. Il colonnello rispose che quello era l'ordine.
« Devo proteggere la vostra vita, eccellenza - soggiunse, manifestamente astenendosi di usare il termine duce. - Quindi intendo eseguire l'ordine ricevuto.
Compresi di essere caduto in una trappola. Ma non c'era nulla da fare. Bisognava inchinarsi davanti alla forza. Salii dunque sull'autoambulanza: lercia, ve lo assicuro. (l'ambulanza era lorda di sangue, per aver poco prima trasportato feriti del bombardamento - Ndr). Non vi nascondo che in quel momento malignamente pensai che i traditori intendessero in tal modo offendermi, adeguando secondo loro il contenente al contenuto. Con me salirono il colonnello, due carabinieri in borghese e due in divisa. Tutti armati di fucile mitragliatore.
L'autoambulanza partì a strappo e attraversò i quartieri di Roma a tale andatura, che ad un certo momento pregai l'ufficiale di dar l'ordine di moderare la corsa.
« Qui finiremo con l'investire qualche disgraziato e con lo sfasciarci contro un muro - dissi.
« Ci arrestammo nel cortile della caserma Podgora, dei carabinieri, in via Quintino Sella. Fui fatto scendere e sostare per circa un'ora, strettamente sorvegliato, nella stanza attigua al corpo di guardia. Alla mia richiesta di spiegazioni, l'ufficiale che mi aveva accompagnato rispose: - E' stato necessario prendere delle misure per proteggervi dal furore popolare. Bisognerà far perdere le vostre tracce ».


8 Settembre 1943

Lo "staff" del Re al completo è costretto ad ammettere di avere firmato l'armistizio senza condizioni
(a sorpresa era stato annunciato dalle forze anglo-americane)

9 Settembre 1943  (ore 5,40)

A poche ore dall'annuncio, evidentemente senza preoccuparsi di ritorsioni
 dei tedeschi verso soldati ai vari fronti di guerra, e quelli presenti sul territorio nazionale,
e alla stessa popolazione, pensano alla fuga da Roma.

La prima tappa

Piazza Grande a Chieti.
Palazzo Mezzanotte, che accolse i fuggiaschi
il 9 settembre per 18 ore

 


GIUSEPPE CASTELLANO

Il Generale Italiano della "sofferta firma" della "resa"  italiana "senza condizioni"

(
poi addolcita con il termine "armistizio")

a Cassibile il 3 Settembre 1943

La storica firma


uomini innocenti perduti inutilmente STRAGE   DI  CEFALONIA vigliaccamente abbandonati a se stessi

9 SETTEMBRE 1943  ore 07.00

  (da un'ora il re e l'intero stato maggiore è già in fuga da Roma, verso Pescara)

....uno dei tanti (moltissimi) reparti italiani sparsi nello scacchiere, che non hanno ricevuto ordini precisi ne hanno capito cosa sta accadendo ascoltando solo il radio di Badoglio, stanzia a Cefalonia con a fianco gli alleati tedeschi....

....i tedeschi circondano gli italiani costringendoli ad arrendersi; ma sono poi barbaramente sterminati, passati tutti per le armi. 4000 soldati e 512 ufficiali si devono mettere 8 alla volta al muro per farsi fucilare.
Quelli delle isole dell'Egeo, di Lero e di Rodi non hanno maggior fortuna.
Di 12.000 ne rimarranno vivi 1500.

Qualcuno si appellò alla Convenzione di Ginevra, ma i tedeschi risposero "alla lettera",
che quelli non erano prigionieri,  ma disertori e traditori.
L'armistizio loro non l'avevano firmato e l'Italia formalmente non aveva
dichiarato guerra alla Germania....

Il Maresciallo Alexander e l'Ammiraglio Cunningham definirono quanto avvenne a Cefalonia una "lotta pazzesca e inutile".
E al successivo incontro di Malta con i membri del governo Badoglio, con il turbato Eisenhower,
ci fu il seguente acchiacciante e cinico colloquio:

EISENHOWER: "Desidero sapere se il governo italiano è a conoscenza delle condizioni fatte dai tedeschi ai prigionieri italiani in questo intervallo di tempo in cui l'Italia combatte la Germania senza averle dichiarato guerra".

AMBROSIO: "Sono sicuro che i tedeschi li considerano partigiani".

EISENHOWER: "Quindi passibili di fucilazione?".

BADOGLIO: "Senza dubbio". (!!!!!)

EISENHOWER: "Dal punto di vista alleato la situazione può anche restare com'è attualmente, ma per difendere questi uomini, nel senso di farli divenire combattenti regolari, sarebbe assai più conveniente per l'Italia dichiarare la guerra".


Quando gli americani dovettero organizzare in Italia,

delle strutture (segrete o non segrete) comunque antibolsceviche, proprio loro che avevano combattuto contro il fascismo, i capi di queste strutture, i più fidati, li scelsero proprio in quelle file che avevano prima di tutto l'orgoglio di difendere il suolo italiano da eventuali golpe di sinistra.
Dei voltagabbana non ne volevano sapere.
 E la frase era molto lapidaria

 "Chi ha tradito una volta tradisce un'altra volta". 

La testimonianza è dell'autore, che dalla seconda metà degli anni cinquanta,
era proprio dentro un reparto speciale della Nato.


INNO ALLA GLORIA DEI VINTI

Io vengo con sonora musica,
con trombe e con tamburi,
non per sonar le marce
dei vincitori illustri,
ma per cantar la Gloria
degli uomini vinti e Caduti.
Vi hanno detto che era bene
vincere la battaglia?
Io vi dico che è bene altresì
soccombere, e che le battaglie
si vincono e si perdono
con identico cuore!
Io faccio rullare i tamburi
per tutti i Morti, e per Essi
faccio squillare le trombe
in tono alto e lieto!
Viva coloro che caddero,
viva chi perde i propri vascelli!
Viva coloro che affondano con
essi e non perdono l'onore!
Viva tutti i generali sconfitti
e tutti gli Eroi schiacciati
cui la sconfitta
non può togliere la Gloria!»
Walt Whitman --Poesia del vate americano

50 ANNI FA TRIESTE E' TORNATA ALL’ITALIA


ISTRIA  -  FIUME  - DALMAZIA

TERRA D'ITALIA

Trieste celebra, il 26 ottobre prossimo, i 50 anni del ritorno alla Patria quando l’esercito italiano rientrò nel territorio alabardato accolto da grande commozione con la bandiera tricolore, che era stata difesa strenuamente dai patrioti uccisi nei moti del ’53, che sventolava a Piazza Unità.
Quel giorno, però, segnificò anche la perdita d’ogni speranza di tornare a far parte dell’Italia per gli abitanti della zona B. Sulla base del Memorandum di Londra del 5/10/ 1954, infatti, i territori della cosiddetta “Zona B” vennerò lasciati sotto il governo jugoslavo. Ogni residua possibilità, in questo senso, è poi stata definitivamente svenduta, col trattato di Osimo, da un Italia dimentica delle foibe ed incurante dell’esodo di oltre 350.000 suoi compatrioti . Con la divisione delle zone A e B si è inoltre attuato il diabolico piano di separare la casa del padre (la città di Trieste) dal suo orto-giardino naturale, dalle sue coste, da città e paesi legati “da lingua, altare, sangue e cuore” .

AN che promise nel 2001 agli elettori una revisione dei testi in uso nelle scuole italiane, a tutt’oggi non ha mantenuto la parola. Nei libri di testo si leggono frasi assurde del tipo “...nel 1947 l’Italia restituì l’Istria alla Jugoslavia” il che costituisce un falso in quanto quella terra, nella sua lunghissima storia, fu romana, appartenne poi alla Serenissima, fece parte dei domini asburgici e del Regno d’Italia ma non fu mai croata né slovena, né poteva , di conseguenza, essere restituita alla Jugoslavia che non esisteva prima della guerra!
Anche l’anniversario del ritorno di Trieste all’Italia avviene piuttosto in sordina. I farisei sono impegnati fuori dal territorio nazionale a difendere paesi più lontani come Israele.
Cose inenarrabili, ma che occorre conoscere, sono avvenute nei tragici 40 GIORNI DI TRIESTE. Non dimentichiamo neppure che agli ordini degli Alleati che governavano la città di Trieste, la polizia sparò, nel Novembre 1953, uccidendo giovani studenti che si opponevano alla divisione nella nuova logica dominante di Yalta.

L’Italia di oggi non fa valere i suoi diritti se pensiamo all’ occasione rappresentata dall’entrata di Slovenia e Croazia nella Comunità Europea e se pensiamo alle occasioni perdute di riaprire ( visto che la revisione storica è in parte avvenuta) i processi contro gli infoibatori.
I poteri forti del Trattato di Parigi (1947) si accanivano contro l’Italia vinta e dilaniavano l’Istria, strappavano Fiume e la Dalmazia alla Madre Patria, dopo aver assistito distratti ad un vero e proprio genocidio (fino a poco fa perfino negato) del nostro tempo. I poteri forti che non “vedevano” lo sterminio e negavano infoibamenti in un territorio simbolo d’Europa per l’altissima sintesi dei valori di Romanità e di civiltà marinara della Serenissima e permisero che un velo fosse posto fra la realtà delle cose e l’opinione pubblica.
Da Trieste fino a Zara tutto era pervaso dell’anima della nostra gente, dell’arte italiana, dei suoi costumi e del dolce suono della lingua istro-veneta e tutto venne negato, calpestato…E’un fatto storico che ci deve far riflettere e risvegliare le nostre coscienze.
Trieste è tornata all’Italia 50 anni fa, ne siamo felici! Dobbiamo però anche essere consci che in quelle terre dell’alto Adriatico, con la lacerazione etcnico-culturale che seguì, si cominciò in quella occasione ad attuare l’insano progetto dello sradicamento dei popoli europei. Noi non dimentichiamo, lottiamo profondamente perché sia restituita almeno la dignità della verità storica e perché il sacrificio dei triestini, istriani, quarnerini e dalmati possa essere simbolo della difesa dei valori fondanti della nostra terra d’Europa contro ogni progetto di sradicamento e perdita di identità culturale voluto dai potentati di sempre.

 


 SOPRAVISSUTO A CEFALONIA 

Da l' “UNIONE SARDA” del 2.1.03

Fra un mese Eugenio Lecca compirà 84 anni e ancora una volta si chiederà come mai la sorte gli abbia consentito di sopravvivere sessant'anni più di quanto sembrava avesse stabilito. Ci pensa in ogni compleanno - ogni 28 gennaio - dal 1943. Era soldato a Cefalonia quando i tedeschi fucilarono quasi seimila suoi commilitoni e altri cinquemila caddero nell'impari combattimento. Lui è fra i pochi ormai che possono raccontare in prima persona di quella spaventosa e inutile carneficina cui ebbe la fortuna di scampare.
È un uomo alto, robusto, riservato. Tutte le mattine s'incontra di buon'ora con pochi amici per la quotidiana chiacchierata al profumo della pineta della sua Sinnai. Un paio d'ore di buon'aria e poi ciascuno torna in famiglia. Eugenio Lecca non ama raccontarsi e neppure tutti i suoi coetanei sinnaesi - cresciuti con lui - ne conoscono la storia. Si sorprende che qualcuno gli chieda una testimonianza; ma capisce che una pagina di storia deve pur uscire dal forziere dei ricordi privati per contribuire al capitale della memoria comune. Racconta, dunque: partendo da quando, ventenne, dovette trasformarsi da agricoltore in artigliere. Partì da Sinnai il 4 aprile 1939. Assieme a quattro compaesani della sua leva: li ricorda mettendoli mentalmente in riga, come in caserma...
Cappai Enrico, Frau Costantino, Pau Pietro, Remondini Gino. Fummo destinati a Bolzano, IX reggimento di Artiglieria, divisione Brennero. Il 10 giugno 1940 la dichiarazione di guerra. Cappai e Frau andarono volontari in Libia: sono morti lì. Pau e Remondini furono mandati in Russia: e non sono tornati. Io venni destinato in Francia, dove i tedeschi ebbero subito la meglio. All'inizio del '41 partii per la Grecia. Mi ammalai in Albania, mi rispedirono a Bolzano, dopo qualche mese mi ritrovai in Grecia. Facevo parte della postazione di difesa contraerea sull'Acropoli di Atene, e soltanto nel '43 ebbi il cambio alla batteria. In agosto fui mandato a Cefalonia.
Ero imbarcato su un dragamine, "Patrizia", che operava come contraerea e come spazzamine tra le isole: Santa Maura, Ledo, Zante... Un giorno, davvero un bel giorno, eravamo in sosta ad Argostoli, la capitale di Cefalonia. C'era un cinema all'aperto, io però non uscii e ascoltavo la radio. Non credevo alle mie orecchie, eppure ogni cinque minuti si ripeteva la voce di Badoglio che annunciava l'armistizio. Era l'8 settembre 1943. Mi precipitai fuori per dare la notizia ai miei compagni e non ci credettero. Ma nel cinema entrò un ufficiale: fece irruzione, interruppe la proiezione del film (un film con Alida Valli) e allora scoppiò il finimondo: tutti urlavano felici e sparavano in aria. La guerra era finita, potevamo tornare a casa! Ma come?
Ci organizzammo. Bisognava raggiungere Malta. Il 9 settembre prese il mare un naviglio di pescherecci, dragamine e due cacciatorpedinieri: ce ne andavamo, ma quasi subito ci raggiunsero gli Stukas tedeschi. Volevano affondarci, ci imposero di tornare indietro. I cacciatorpedinieri, più veloci, ci abbandonarono dileguandosi al largo. Rientrammo, e apprendemmo dalla radio che Cefalonia era in mano agli italiani. Ad Argostoli fui messo in una postazione contraerea con la mitragliatrice da 20 millimetri. Ma stavolta contro i tedeschi. La cosa era cambiata.
I tedeschi ci mandavano messaggi: «Eravamo insieme fino a ieri... Vi salverete se restate dalla nostra parte». Alcuni dei nostri militari passarono al loro fianco. Il resto, neppure per idea. Io e gli altri della postazione restammo fermi lì, e a un certo punto i tedeschi sbarcarono alle nostre spalle. Fu l'inizio della strage.
Diecimila morti, almeno la metà dei quali passati per le armi: fucilati lì per lì. Due o tremila uccisi in combattimento, con le armi in mano. Altri, fatti prigionieri, ho saputo che annegarono mentre li portavano via. Duemila italiani si salvarono nell'ospedale di campo ad Argostoli; altri riuscirono a unirsi ai partigiani greci.
Io ero tra gli scampati, al momento, essendo finito nell'ospedale da campo. Non potevamo dirci salvi. Anzi, ero convinto che mi avrebbero ucciso. Ricordo con angoscia che venne un ufficiale tedesco e urlò: «Se ci sono ufficiali, escano fuori. Dobbiamo fare una lunga marcia e gli ufficiali potranno muoversi in macchina». Molti dei nostri ufficiali erano travestiti da soldati semplici. Tutti quelli che uscirono furono fucilati subito, sentimmo le urla. Un colonnello fu mitragliato da un tedesco davanti a un lavatoio.
Perché noi ci salvammo? L'ho capito dopo. In quei giorni i tedeschi avevano tirato fuori dal carcere Mussolini e lo condussero in Germania. La prima cosa che Mussolini chiese a Hitler fu di salvare i soldati italiani. Io di certo fui salvato da questo: i soldati che erano in ospedale vennero risparmiati. Ma non era finita.
Ci fecero uscire dall'ospedale da campo. Cadaveri e cadaveri erano stesi su tutte le strade: i corpi degli italiani che avevano combattuto contro i tedeschi o che erano stati fucilati. Una quantità incredibile, la città era piena di cadaveri italiani. Da Cefalonia ci portarono a Patrasso, lì ci misero in fila, facemmo davvero una lunga marcia: fino ad Atene, dove ci misero in un campo di concentramento.
Lavoravo, con tanti altri, ogni giorno al porto del Pireo. E ogni giorno un ufficiale tedesco veniva al campo per dirci che era meglio che passassimo dalla loro parte, perché loro erano i più forti, avevano le armi migliori, erano i migliori del mondo... Alcuni si fecero convincere. Anche perché lì si soffriva la fame; e si mangiava sempre meno. Ma la maggior parte di noi rimase a lavorare e sopportare la fame. I greci ci conoscevano, ci mostravano simpatia e ci davano da mangiare quel che potevano: fichi secchi e cose del genere. La salvezza era nella fuga, ma fuggire era impossibile. O meglio: sembrava impossibile. Un giorno...
Lì circolavano anche i soldati italiani che avevano detto sì ai tedeschi. Circolavano liberamente perché, pur non essendo stati ancora forniti dell'uniforme tedesca, avevano al braccio una visibile fascia: Deutsche Wehrmacht. Un bel giorno dunque (anche quello fu un bel giorno) amici greci ci fecero avere un paio di quelle fasce per aiutarci a scappare passando inosservati. Un grosso rischio, o la va o la spacca. Fummo in due a tentare: io e un lombardo. Era una mattina. Con la fascia al braccio uscimmo dal recinto del porto, i tedeschi di guardia ci salutarono e ci allontanammo come se niente fosse. Non lontano ci aspettava un camioncino, saltammo su, i greci ci portarono via e ci tennero nascosti. Mi unii ai partigiani, entrai nella formazione socialista del gruppo Hellas (l'altro era il KKY) e ripresi la guerra, stavolta in montagna. Nell'ottobre di quell'anno tornai in Italia: a Taranto potei reindossare la divisa italiana. Fino alla fine della guerra. Il destino non mi voleva tra gli undicimila caduti.
Mauro Manunza

Le parole del Reduce Lecca - "Lì circolavano anche i soldati italiani che avevano detto sì ai tedeschi. Circolavano liberamente perché, pur non essendo stati ancora forniti dell'uniforme tedesca, avevano al braccio una visibile fascia: Deutsche Wehrmacht" - confermano pienamente il "collaborazionismo" avutosi in Grecia come a Cefalonia, da parte di nostri militari superstiti, con i tedeschi: se ciò può comprendersi per coloro che non brigarono per combatterli, non può assolutamente essere giustificato per chi, come il "capo" indiscusso della rivolta contro il gen. Gandin, aprì addirittura il fuoco -di propria iniziativa- contro di essi e, successivamente, ad onta del motto da lui coniato e rivendicato "Con i pezzi o sui pezzi", accettò di essere posto -dagli stessi assassini dei suoi commilitoni- a capo dei militari "collaborazionisti" lamentandosi, nel dopoguerra, di non essere stato insignito di Medaglia d'Oro la cui proposta di conferimento, ancorchè avanzata ben due volte (!), dai generali Infante prima e Bernabò poi, le Autorità Militari preposte, non ritennero di dover accogliere mostrandosi, forse per la prima volta coerenti con le risultanze dei fatti che ad esse dovevano essere ben note malgrado l'apparente patina di "rispettabilità" che vollero conferire alla vicenda.
Massimo Filippini