Fascismo 2


NASCE LA GUARDIA D'ONORE BENITO MUSSOLINI

Il 28 Aprile 2001 non è solo una data di morte bensì anche di rinascita. Nasce infatti in questa data la "Guardia d'Onore Benito Mussolini". Per 365 giorni l'anno si occuperà di garantire il decoro e la conservazione della cripta Mussolini sita in Predappio presso il locale cimitero, grazie alla continua e ininterrotta presenza dei volontari giovani e meno giovani che, a turno, quotidianamente presenzieranno nella cripta della famiglia Mussolini.

Crisi di identità, assenza di valori e di punti di riferimento, desertificazione culturale, impongono una riflessione sul chi siamo, da dove veniamo e dove siamo dunque diretti. Al di la di facili ed inutili fughe nostalgiche ed autocelebrative nasce e prende forma quest'iniziativa volta da una lato a "traghettare" lo stile ed il patrimonio dottrinario del pensiero mussoliniano nel terzo millennio, dall'altro riscoprire, legittimare e rinvigorire un autentico senso di appartenenza. Si tratta cioè di attraversare un intero mondo frammentato dall'inazione, dalle polemiche sterili, dal pressappochismo, dall'incapacità di spersonalizzarsi e di coniugare il sacrificio, ovvero il sacer facere il fare del sacro, con l'entusiasmo, con il sorriso. Non stiamo dunque proponendo un impresa, non stiamo ricostruendo alcun che. Ciò che stiamo proponendo è una avventura, è l'irrompere dentro uno mondo scialbo, monotono, nichilista offrendo una alternativa con l'unico scopo di favorire una trasformazione di mentalità. Un ritorno al futuro ! Questo in definitiva il senso di questa iniziativa.

REGOLAMENTO

1)Al di sopra delle tessere, degli statuti, dei regolamenti, dei programmi, al di sopra dei simboli e delle parole, al di sopra della teoria e della pratica, al di sopra dell'ideale e della politica, un cemento formidabile tiene legata questa Guardia d'onore; un vincolo infrangibile tiene serrati i suoi partecipanti. Tale vincolo è il rispetto dei nostri morti poiché è davanti al loro sacrificio che dobbiamo rispondere della nostra opera, del nostro comportamento.

2)La guardia d'onore non ammette eterodossie essa è valida perché stronca sul nascere le correnti e anche i semplici personalismi, il suo blocco è monolitico. Essa e valida e durerà finchè conserverà quest'anima ferocemente unitaria e finchè conserverà un'ascetica disciplina

3)Una Guardia d'onore deve avere in sé moltiplicate quelle virtù che esige dagli altri.

Disciplina, concordia, intransigenza morale, esempio, dedizione, lealtà, schiettezza, coraggio, entusiasmo, disinteresse, giustizia, nobiltà, silenziosità, risolutezza, sollecitudine, dignità. Virtù e qualità che per una Guardia devono essere prassi quotidiana.

4)Per una Guardia d'onore il passato non è altro che una pedana dalla quale si prende lo slancio verso un difficile avvenire

5)La Guardia d'onore nasce dunque come patrimonio di tutti e tale resterà.

Per successive integrazioni di carattere logistico e organizzativo si rimanda a successive circolari.

NB: L'INIZIATIVA GODE DELL'APPOGGIO E DELL'AUTORIZZAZIONE DELLA FAMIGLIA MUSSOLINI

 

Associazione "GUARDIA D'ONORE BENITO MUSSOLINI"

 



Nostalgici, ma non solo, a Predappio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Nostalgici dal Giappone


 


Pensieri di  Benito Mussolini


Il popolo italiano ha creato con il suo sangue l'Impero. Lo feconderà col suo lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi.


La battaglia del grano, significa liberare il popolo italiano dalla schiavitù del pane straniero. La battaglia della palude significa liberare la salute di milioni di italiani dalle insidie letali della malaria e della miseria.


Questa è l'epoca nella quale bisogna sentire l'orgoglio di vivere e di combattere


Il fascismo respinge l'idea che una nazione sia un raggruppamento accidentale e temporaneo di individui ed afferma invece che la nazione è un'entità organica e vivente che continua da generazione a generazione.


  Non è la fede che arriva nell'ora del crepuscolo quella che mi sostiene, è la fede della mia infanzia e della mia vita che mi impone di dover credere...


Il fascismo fu ed è tuttora la rivolta della giovinezza contro il vecchiume. Il fascismo è la forza, la salute, l'entusiasmo, il lavoro.


Io rispetto i calli alle mani. Sono un titolo di nobiltà. Io stesso li ho avuti, poichè nobile è veramente colui che lavora, nobile è veramente colui che produce, colui che porta il suo sasso anche modesto all'edificio della patria.


Sia concesso a noi, che abbiamo l'orgoglio di aver lanciato nel mondo questa superba creatura, piena di tutti gli impeti e gli ardori di una giovinezza traboccante di vita; sia concesso a noi di rispondere a queste domande.


Io riconosco e mi vanto di possedere uno spirito nobile ed alacre: e aggiungo che il giorno in cui non mi sentissi più stimolato da questa inquietudine mi riterrei diminuito e liquidato.


La giovinezza è bella perchè ha gli occhi limpidi coi quali si affaccia a rimirare il vasto e tumultuoso panorama del mondo; è bella perchè ha il cuore intrepido che non teme la morte. Strano, ma vero! Solo la giovinezza sà morire. La vecchiaia si aggrappa alla vita con disperata tenacia.


Dovete sopravvivere e mantenere nel cuore la fede. Il mondo, me scomparso, avrà bisogno ancora dell'idea che è stata e sarà la più audace, la più originale e la più mediterranea ed europea delle idee. La storia mi darà ragione. 


Vent'anni di fascismo nessuno potrà cancellarli dalla storia d'Italia. Non ho nessuna illusione sul mio destino. Non mi processeranno, perchè sanno che da accusato diventerei pubblico accusatore.


Dite agli Americani che si interessano di me ed agli Italiani d'America che le bombe scoppiano, ma Mussolini rimane tranquillo al suo posto, di fronte a qualsiasi nemico, di fronte a qualsiasi pericolo, perchè questo è il suo preciso dovere.


Vorrei soltanto che un giorno gli Italiani sapessero ricordare che li ho soprattutto amati, e che ogni mio atto e pensiero furono rivolti alla grandezza dell'Italia.


Sia concesso a noi, che abbiamo l'orgoglio di aver lanciato nel mondo questa superba creatura, piena di tutti gli impeti e gli ardori di una giovinezza traboccante di vita; sia concesso a noi di rispondere a queste domande. 



Se questo è dunque l'ultimo giorno della mia esistenza, intendo che anche a chi mi ha abbandonato e chi mi ha tradito, vada il mio perdono...


Non è la fede che arriva nell'ora del crepuscolo quella che mi sostiene, è la fede della mia infanzia e della mia vita che mi impone di dover credere... 


Ci vorrà del tempo; ma quando si è impegnata una lotta, camerati, non è tanto il tempo che conta, ma la vittoria.


I fascisti che rimarranno fedeli ai principi dovranno essere dei cittadini esemplari. Essi dovranno rispettare le leggi che il popolo vorrà costituire per aiutarle a rimarginare nel più breve tempo possibile le ferite della patria. 

 



Questo Giovane Valoroso
è uno delle decine
di migliaia di Giovani
che scelsero di combattere
dalla parte degli sconfitti,
molto spesso, troppo spesso, sacrificando
la propria Vita.

Gloria a Loro!

Repubblica
Sociale
Italiana



UNA STORIA MILANESE
DA "NON" RICORDARE

29 APRILE 1945 - I corpi di Mussolini, della Petacci  e dei gerarchi catturati  e poi fucilati a Dongo, furono trasportati durante la notte a Piazzale Loreto. Furono scaricati sul selciato, poi  per offrire al pubblico un migliore spettacolo, i corpi furono issati e appesi per i piedi alla tettoia di un distributore di benzina a testa in giù.

Il luogo non era stato scelto a caso per fare questo sacrificio degno di una tribù della più profonda, nera ed arcaica Africa; ed era una specie di compensazione o una rivalsa ad un altrettanto delitto-strage che era stata fatta alcuni mesi prima (il 10 agosto 1944) quando furono per rappresaglia da altri pazzi,  trucidati 15 partigiani e,  come monito, lasciati lì a terra nella piazza per giorni,  come delle carogne di animali in mezzo alla civilizzata "savana" civile "metropolitana" milanese. Un monito orribile. Ma perche? Cosa avevano fatto questi malcapitati da essere trucidati e messi in simile mostra? Forse nulla. Come quelli delle Fosse Ardeatine a Roma. Erano solo dei malcapitati. Toccò a loro pagare la rappresaglia di un inutile e folle gesto, molto simile a quello di Via Rasella. 
(e anche questi ultimi non erano tedeschi, ma italiani con addosso le uniformi tedesche, aggregati volenti o renitenti ai reparti germanici. Erano di Ora -località fra Trento e Bolzano- sono ancora oggi in quel cimitero- salvo considerare che Ora non è Italia).

La verità sul perché, la mattina del 10 agosto 1944, quindici antifascisti detenuti a San Vittore...

(Andrea Esposito, maglierista; Domenico Fiorano, industriale; Umberto Fogagnolo, ingegnere; Giulio Casiraghi, tiratore di gomena; Salvatore Principato, insegnante; Renzo Del Riccio, operaio; Libero Temolo, operaio; Vittorio Gasparini, dottore in legge; Giovanni Galimberti, impiegato; Egidio Mastrodomenico, impiegato; Antonio Bravin, commerciante; Giovanni Colletti, meccanico; Vitale Vertemarchi, Andrea Ragni e Eraldo Pancini).

... furono condannati a morte assieme ai loro compagni Eugenio Esposito, Guido Busti, Isidoro Milani, Mario Folini, Paolo Radaelli, Ottavio Rapetti, Giovanni Re, Francesco Castelli, Rodolfo Del Vecchio, Giovanni Ferrario e Giuditta Muzzolon... 
...la verità è tutt'altra.

  Non fu (come si legge in qualche libro - che coraggio!) una scellerata rappresaglia per un innocuo botto dimostrativo ai danni di un autocarro tedesco "che non causò nemmeno vittime".

    No. Il sangue del 10 agosto 1944 era stato provocato da altro sangue sparso 48 ore prima precisamente alle 7,30 dell'8 agosto, al margine della stessa piazza (angolo viale Abruzzi-Loreto) quando una bomba "gappista"  era esplosa tra la folla compiendo una strage che era costata la vita a cinque soldati tedeschi, a 13 (tredici) civili italiani fra i quali una donna e a 3 (tre) bambini, rispettivamente di tredici, dodici e cinque anni.

    Ecco i nomi dei civili italiani che morirono sul colpo nell'attentato gappista o nei giorni successivi, tutti per "ferite multiple da scoppio di ordigno esplosivo": Giuseppe Giudici, 59 anni; Enrico Masnata, Gianfranco Moro, 21 anni; Giuseppe Zanicotti, 27 anni; Amelia Berlese, 49 anni; Ettore Brambilla, 46 anni; Primo Brioschi, 12 anni; Antonio Beltramini, 55 anni; Fino Re, 32 anni; Edoardo Zanini, 30 anni; Gianstefano Zatti, 5 anni; Gianfranco Bargigli, 13 anni; Giovanni Maggioli, di 16 anni.

    Rimasero inoltre feriti più o meno gravemente: Giorgio Terrana, Letizia Busia, Luigi Catoldi, Maria Ferrari, Ferruccio De Ponti, Luigi Signorini, Alvaro Clerici, Emilio Bodinella, Antonio Moro, Francesco Echinuli, Giuseppe Formora, Gaetano Sperola e Riccardo Milanesi.

Dei cinque soldati tedeschi uccisi, i cui nomi non furono annotati nei registri civili italiani, è rimasta memoria solo di un maresciallo di nome Karl, che per la sua mole era stato bonariamente   soprannominato dai milanesi di Porta Venezia "El Carlùn" (il Carlone).

Quel nomignolo Karl, maresciallo di fureria, se l'era guadagnato fermandosi ogni mattina, all'angolo fra viale Abruzzi e piazzale Loreto, con i suoi camions per distribuire alla popolazione qualcosa da mangiare, ma soprattutto latte per i bambini, che la "Staffen - Propaganda” acquistava al mercato di Porta Vittoria, aggiungeva agli avanzi delle mense militari e regalava ai milanesi, tutti a quell'epoca, dannatamente a corto di viveri. Un'operazione di "public relations", si direbbe oggi, intrapresa dalle Forze Armate tedesche nei confronti dei civili e che, dati i tempi di fame, aveva riscosso un successo immediato. 
"Il latte non si trovava, e questo anziano bonario maresciallo, spinto da impulsi personali, come e quando poteva faceva il giro delle campagne con un piccolo camion e si riforniva di un po' di latte, parcheggiava poi all'angolo fra piazzale Loreto e viale Abruzzi, subito attorniato da padri e madri che si dividevano quel latte, con quella fratellanza che viene dalla comune disgrazia"
(Questo tra virgolette è il raccontto dello storico Franco Bandini. Il Giornale, 1° settembre 1996)

Troppo, per la sensibilità antifascista della "GAP" di Milano, allora comandata da Giovanni Pesce, detto "Visone", tutt'oggi vivente e quindi in grado di ricostruire nei dettagli l'azione che venne decisa e attuata per spezzare il feeling alimentare promosso dalla Wermacht con alcuni milanesi affamati.
Ma c'è da dire che nessuno rivendicò questo attentato.

UNA ININTERROTTA CACCIA ALL’UOMO

Il risultato fu che la mattina dell'8 agosto 1944, i terroristi  si mescolarono alla piccola folla affamata che si accalcava come di consueto davanti al camioncino del "Carlùn" e posero sul sedile di guida una  la bomba ad alto potenziale che, poco dopo, avrebbe seminato la strage indiscriminata: 18 morti e 13 feriti, quasi tutti poveracci milanesi.

(nè poteva fare altro danno, visto il luogo, l'obiettivo e la dinamica)

Diciotto morti e tredici feriti innocenti, tutti assolutamente dimenticati, abrogati, cancellati dalla memoria storica, politica e giudiziaria italiana. Come se fossero indegni di ricordo, di pietà, di giustizia. Li ha dimenticati Giovanni Pesce detto “Visone”, “medaglia d’oro al valor partigiano", il quale nei libri da lui scritti sulla sua militanza gappista non ha mai raccontato questa azione che pure non è di poco conto (18 morti e 13 feriti in un colpo solo e senza subire perdite rappresentano un risultato ragguardevole); li ha ignorati, a quel che sembra, il procuratore militare Pier Paolo Rivello riaprendo il caso Saevecke; li ignorano L'Unità, l'Ulivo e Rifondazione comunista nelle loro rievocazioni e mozioni; li ignora persino l'amministrazione comunale di Milano (di centro-destra) che avalla senza fiatare la mutilazione della verità storica, con gli abituali silenzi, sul suo periodico d'informazione e nei suoi atti politici.

    E se, ancora dopo 53 anni, tutti ignorano (o vogliono ignorare), perfino nella sua tragica essenzialità la strage gappista indissolubilmente legata alla fucilazione del 10 agosto 1944, figuriamoci se qualcuno ricorda ciò che accadde fra il massacro e la rappresaglia.

Eppure, in quelle ore disperate, mentre la gestione dei rapporti fra militari tedeschi e popolazione passava dalle "public relations" della Staffen-Propaganda del defunto maresciallo Karl, alla Gestapo del capitano Saevecke per fare una "pubblica rappresaglia", si diede il via a un braccio di ferro durissimo fra le autorità fasciste, contrarie alla rappresaglia e i militari tedeschi inferociti che non volevano sentire ragione.

Si oppose il prefetto Piero Parini, che arrivò a minacciare le dimissioni; si oppose il federale Vincenzo Costa; si oppose Mussolini, intervenendo direttamente sul maresciallo Kesselring e telefonando allo stesso Hitler. La prova è, tra l'altro, negli atti del processo politico subìto nel dopoguerra da Vincenzo Costa il quale, nel suo diario ("Ultimo federale", Il Mulino, 1997) ricorda: "Alle 14 (del 9 agosto, ndr) mi trovavo nell'ufficio dei capo della provincia quando arrivò una nuova telefonata del duce; abbassato il ricevitore, Parini mi permise di ascoltare la voce inconfondibile del capo. Tra l’altro egli disse: “il maresciallo Kesserling ha le sue valide ragioni; ogni giorno nel Nord soldati o ufficiali tedeschi vengono proditoriamente assassinati... Ha deciso di attuare la rappresaglia. Ma sono riuscito a ridurre a dieci le vittime... Ho interessato il Fhurer e spero ancora””.

    E proprio mentre le autorità fasciste e i militari tedeschi si contendevano le vite degli ostaggi appese a un filo, i gappisti milanesi colpirono di nuovo. 

Anche questo nella Storia è stato dimenticato. 

Alle 13 del 9 agosto 1944 un terrorista in bicicletta, armato di pistola, fulminò con un colpo alla nuca, davanti alla porta di casa, in via Juvara 3, il capitano della Milizia Ferroviaria, Marcello Mariani, sposato con quattro figli. Mentre l'uomo agonizzava nel suo sangue, un secondo gappista, di copertura, ferì a revolverate Luigi Leoni, della brigata nera "Aldo Resega", che era sopraggiunto e si era gettato all'inseguimento del primo.  Erano italiani e forse ai tedeschi importava poco, ma quando ci fu subito dopo a distanza di qualche ora l'attentato anche a un autocarro di tedeschi  (anche se non fece nessuna vittima) il grave fatto decise la sorte dei quindici sventurati rinchiusi a San Vittore.

Portati il giorno dopo a Piazzale Loreto furono fucilati e abbandonati sul selciato. Nessuno osò toccarli per non essere accusati di connivenza con i partigiani e nel quartiere non venne più nessun "Carlun". Questa magra soddisfazione la si era dunque ottenuta. Anche se a caro prezzo; cioè coinvolgendo due volte due gruppi di innocenti.

 


VIA RASELLA - FOSSE ARDEATINE

23 MARZO
- VIA RASELLA - In tutta Italia la situazione é ancora critica, Roma è ancora piena di tedeschi, e i GAP fanno sabotaggi e attentati. Le rappresaglie che poi seguono sono durissime. La più terribile avviene nell'attentato di Via Rasella, in questo 23-marzo.

Il "gappista" Rosario Bentivegna, travestito da spazzino e con 18 chili di tritolo dentro una carretto, lo fa esplodere mentre una colonna di 156 militari tedeschi sta risalendo via Rasella.

Restano uccisi 33 (ma in effetti poi con i feriti, successivamente i morti  furono 42) altoatesini di Bolzano, precisamente quasi tutti di Ora. Uomini piuttosto anziani che erano stati reclutati e inquadrati nei ranghi tedeschi, visto che l'Alto Adige, il Friuli, la Venezia Giulia, dall'8 settembre erano diventati ormai di fatto territori annessi al Reich. Significa che i 33 erano a tutti gli effetti italiani, salvo affermare che l'Alto Adige non era più Italia perchè Hitler l'aveva sottomesso al Reich.
(Una curiosità: fra gli scampati c'era Ernst Thoeni, zio del futuro "azzurro" campione del mondo di sci Gustav Thoeni. Inoltre per chi è curioso di sapere l'età di quei "malcapitati", al cimitero di Bolzano e di Ora, esiste una lapide che ricorda i morti nell'attentato, erano tutti di una certa età piuttosto avanzata. 

Con loro morirono anche due civili, un ragazzo di 13 anni (Pietro Zuccheretti) e un uomo di 66 (Antonio Chiaretti, un uomo di sinistra, ma di Bandiera Rossa che si era recato in zona a una riunione con altri amici - ).
(ma non è mai stato chiarito quanti furono i civili morti, alcuni storici parlano di 6 altri di 8 - Ma Il Messaggero del 28 marzo 1944, già parlava di sette vittime civili
Hitler in persona ordinò la rappresaglia (ma è solo una delle tante versioni, non esistono documenti), 10 italiani per ogni tedesco ucciso. "Esemplare giustizia tedesca" scrisse il Messaggero il giorno dopo.
La "Stampa" il 26 marzo usciva con il comunicato "Stefani", che attribuisce la vile imboscata, ai "comunisti badogliani".

I manifesti sui muri di Roma da mesi parlavano chiaro (alcuni dicono di averli visti, altri no).
Bentivegna l'esecutore materiale dell'attentato "A me non risulta che ci fosse un ordine di rappresaglia. Non sapevo che c'erano state altre rappresaglie. Non ebbi richiesta di presentarmi e non vidi il manifesto a firma Kesserling" (Bentivegna, Achtyung banditen, ed. Mursia, Milano 1983)
Potrebbe sembrare strano che un atto così importante di terrorismo possa essere stato affidato a gente che non sapeva, non vedeva, e non conosceva  le regole di guerra (visto che fu "poi" (ma retroattivamente) giustificata - quella di via Rasella - come "una azione di guerra")
 Ma la rappresaglia (anche se i bandi non ci fossero stati) quella era: 10 italiani per ogni tedesco ucciso. Già molti paesi l'avevano applicata o subìta, quella era la convenzione firmata da tutti le nazioni in guerra. Chi organizzò l'attentato e operò sapeva benissimo quello che sarebbe accaduto subito dopo. E proprio per questo, l'operazione terroristica dei Gap, allora, ma ancora oggi dopo oltre 50 anni, viene criticata (da alcuni anche condannata) e  se era opportuno farla o meno. Non si comprende quale "colpo" potesse arrecare ai tedeschi la morte di 33 riservisti altoatesini; ebbe semmai un effetto negativo sulla resistenza: l'attività partigiana si ridusse "a causa del deterioramento dei rapporti fra i vari gruppi della stessa resistenza e della popolazione civile...e al crescere della disponibilità alla delazione". "Nè potevano essere state sollecitate dagli alleati, perchè tornavano esclusivamente a vantaggio del partito comunista e nessun riflesso avevano sull'andamento della guerra e sugli interessi americani in Italia. Gli angloamericani mai e poi mai avrebbero contemplato un'azione come quella del 23 marzo che avrebbe potuto determinare quella insurrezione e quello scontro che essi da qaulche tempo temevano" (Alberto e Elisa Benzoni a pag. 81 del loro Attentato e rappresaglia ed. Marsilio, Venezia 1999)

 Ovviamente fu criticata e condannata la rappresaglia fatta dai tedeschi;  sia l'atto come i suoi esecutori.
Il processo a Priebke, uno degli esecutori materiali, si é svolto nel corso del 1997 con tanti distinguo di carattere militare e civile.  Puntando innanzitutto il dito NON sulla rappresaglia del 10 a 1 (quindi cinicamente accettata - del resto al processo di Norimberga  le rappresaglie non furono condannate, ma il 10 a 1 fu ritenuto equo, perché ogni esercito del mondo l'aveva accettata) ma sul fatto che ai 330 (rapporto 10 a 1) ne furono aggiunti altri 5, innocenti. (anche se c'erano le condizioni di fucilarne altri 82, perchè i tedeschi feriti morti furono alla fine 42.
 In secondo piano é invece passata le responsabilità e l'opportunità dell'attentato che non accelerò di una sola ora l'avanzata degli alleati, anzi si tradusse - rappresaglia a parte - in un aggravamento delle quotidiane relazioni  dei tedeschi con la popolazione romana. Non solo, ma le conseguenze dell'attentato che poi provocò la rappresaglia, divise anche gli stessi antifascisti. L'azione fu dunque decisa per necessità di guerra o necessità di partito? Mistero.
Ma forse questo manifesto chiarisce le idee:


Viva il Comunismo! Viva la Russia ! Viva Stalin !

Un paio di partiti della sinistra (cosiddetti della "liberazione") affermavano di combattere per la Patria, ma quando due parti erano in lotta, ne veniva che tutte e due a uguale titolo dovevano accusarsi di tradimento. E poi, non si poteva dire che i comunisti combattessero per l'Italia, sì invece per la vittoria del proletariato, cioè, per la vittoria di una parte dell'Italia sull'altra.
Non deve destare meraviglia se gli italiani diffidavano le giostre delle ideologie. Si trovarono dinanzi a una concorrenza di varie democrazie offerte sul mercato: democrazia liberale, democrazia cattolica, democrazia socialista, democrazia azionista, democrazia cattolica comunista, democrazia repubblicana, tutte diverse l'una dall'altra, e tutte presentate come specifico per guarire l'Italia. Infine c'era la democrazia comunista, imperniato sul "credere" e sull'"obbedire" (molto simile al dittatore fascista) a quell'autorità assoluta di Mosca, il dittatore Stalin, che controllava le azioni e il loro pensiero nel modo non tanto dissimile a quello fascista.

KAPPLER incaricato della rappresaglia, fece eseguire l'ordine ai suoi subalterni. Ne giustiziarono 335 (forse 336), cinque in più per la gran fretta di eseguire quello che doveva essere un monito a tutte quelle forze di Liberazione che i tedeschi consideravano tutti traditori e banditi. (i partigiani non facevano parte di un esercito regolare (secondo la convenzione di Ginevra).  Solo con il decreto legge n. 96 del 5 aprile 1944, pochi giorni dopo via Rasella, seguito dal D. L. n. 194 del 12 aprile 1945 gli attentati  furono (!?) considerati legittimi. E solo il 9 giugno 1950 e  il 14 gennaio 1954 si stabilì che in Via Rasella si era svolta una "azione di guerra".
(cioè dopo; come del resto sempre accade in tutte le guerre vinte)

 Dalle carceri romane le vittime furono prelevate fra i detenuti che vi si trovavano per vari reati, e molti erano quelli politici; più un certo numero di ebrei (73) in prigione dopo le retate che avevano subito nei giorni precedenti. Non abbastanza per arrivare a 330, cinquanta furono aggiunti con varie motivazioni e  solo per arrivare al numero fissato; ma con qualche errore nelle addizioni, cioè con 5 in più di malcapitati.
Fu compiuta così la strage delle FOSSE ARDEATINE.

Da notare che fra i detenuti c'era il meglio dell'antifascismo monarchico, antibadogliani, democristiano, liberale, azionista  e del gruppo trotzkista denominato Bandiera Rossa che il PCI vedeva come fumo negli occhi. Dei 336 martiri antifascisti delle Ardeatine, solo 3 erano comunisti.
La tesi di alcuni storici (ne citiamo uno, Mario Spataro, autore del libro documento  Dal Caso Priebke al Nazi Gold, 2 vol. ed. Settimo Sigillo, 1999) è quella di una faida tra bande partigiane.
Regolamento dei conti, avallato dal fatto che da settimane il comando tedesco riceveva delazioni che portavano all'arresto di elementi della clandestinità antifascista, nessuno dei quali era però strettamente legato al Pci. Secondo questa singolare tesi, l'obiettivo della cacciata dei nazisti era solo secondario: scopo principale era l'eliminazione per mano tedesca di ogni concorrenza nella futura contesa per il controllo del Paese.
Gli esecutori del piano furono circa 17 gappisti, alcuni di loro ricevettero anche le medaglie al valore (per aver fatto "un azione di guerra"), ma altri nomi sono fino ad oggi rimasti... sconosciuti; e il vero motivo dell'attentato pure.
Del resto l'Avanti del 5 aprile, nell'esecrazione della rappresaglia, scriveva "...la guerra è il tempo in cui i figli sono assassinati dai padri". Amen!

Le polemiche iniziarono subito, poi continuarono; ma anche dopo 50 anni, sia da una parte che dall'altra non sono mai finite. I misteri restano.
Il mistero poi di Bruno Buozzi è quello più fitto. Lo conosceranno solo i nostri pronipoti. Il fascicolo esiste, ma è Top-secret.
Buozzi non finì nelle Ardeatine, ma per ciscostanze misteriose, fu ucciso in una occasione diversa il 4 giugno con un colpo alla nuca, proprio nelle ore in cui il comunista Giuseppe Di Vittorio dava vita, secondo le linee dettate dal Pci, al nuovo sindacato.
Buozzi che era un socialista, sin dal 1919 aveva dato prova di equilibrio e di attaccamento alla causa del vero sindacalismo non politicizzato. Durante il ventennio non era inviso da Mussolini, perché aveva preso energicamente posizione contro l'istigazione alla violenza nelle fabbriche voluta dall'ala comunista ed estremista. Non inviso neppure - dopo l'8 settembre- da Badoglio, e da questi posto ai vertici della Confedearzione generale del lavoro. Si era così trovato a contendere agli altri sindacalisti l'ingente eredità finanziaria e patrimoniale del sindacato fascista. Una quantità non indifferente di quattrini e immobili.
Scontri con Di Vittorio (che non si discostava dalla linea imposta dal Pci, quando Buozzi apprezzò la "Socializzazione" di Mussolini. Il 13 febbraio Di Vittorio scriveva "Si sentono dire da Buozzi cose da mettersi le mani nei capelli. C'è da augurarsi che egli non le dica mai in pubblico. Goinge a dire, ad esempio, che la più parte delle leggi sindacali fasciste, dei contratti di lavoro, la carta del lavoro, sono ottime cose alle quali basterà cambiare qualche parola, per la forma, e potremo apporvi la nostra firma".
L'ostilità comunista crebbe quando, il 28 gennaio 1944, ben 500 delagti sindacali meridionali, riuniti a Bari, elessero Bruno Buozzi segretario generale della nuova Confederazione generale del lavoro, dando al comunista Roveda ee al democristiano Grandi solo le vicesegreterie: come riferito da Forbice, una nota del Pci espresse aperta contestazione a quella nomina, accusando Buozzi di essere portatore di "putrido riformismo".
Tre mesi dopo Buozzi venne arrestato dai tedeschi, che andarono a colpo sicuro, verosimilmente a causa di una delazione. Si era infatti trasferito in una casa di Trastevere appena il giorno prima con un nome di copertura (ingegner Mario Alberti). Nella ritirata del 4 giugno, i tedeschi caricarono su un camion Buozzi e altri 13 prigionieri, si fermarono in un casolare e dentro un fienile li uccisero tutti con un colpo alla nuca.
Il 9 giugno si costituiva la Confederazione generale italiana del lavoro (CGIL) con la firma di quello che sarà detto "Patto di Roma".

26 MARZO - Divampano le polemiche sul perchè e per cosa e stata fatta l'azione terroristica partigiana in Via Rasella che ha poi scatenato la repressione tedesca. GIORGIO AMENDOLA chiede l'approvazione dell'attacco al CLN romano, ma SPATARO il rappresentante della DC dimostra subito la sua piena ostilità e disapprovazione al gesto ritenuto folle per le conseguenze che ha provocato, e si dissocia da questo tipo di lotta.

L'Unità
invece esce con un articolo dove i comunisti si assumono da soli la responsabilità dell'azione.
"....mentre una colonna della Polizia tedesca in pieno assetto di guerra transitava per Via Rasella, un reparto dei GAP eseguiva una audace e violento attacco a bombe a mano seminando la strage...."




Ma BONOMI  presidente del CCLN (Comitato Centrale Liberazione Nazionale) polemicamente si dimette e provoca delle lacerazioni all'interno dello stesso comitato. Iniziano dissapori e altri modi di intendere la lotta della Resistenza e come portarla avanti, che provocano contrapposizioni ideologiche insanabili; fratture che si ripercuoteranno in seguito nel momento in cui si discuteranno, con le alleanze, gli orientamenti politici dei governi che seguiranno, e dove troveremo lo stesso Bonomi come primo ministro.