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La resistenza partigiana nel 1943-1945 spesso combatteva, oltre i
tedeschi e fascisti, anche contro altri partigiani appartenenti ad
altro colore politico, solitamente erano i rossi comunisti contro i
bianchi cattolici.
Emanuele Strassera, agente
del governo italiano del Sud liberato, inviato nel Nord Italia dagli
anglo-americani, per organizzare la lotta partigiana e riferire
della situazione. Strassera doveva consegnare un rapporto agli
alleati operanti in Svizzera, e per questa operazione arruolò 4
partigiani chiedendo aiuto alle formazioni partigiane vicine per
essere scortato in Svizzera. Nel Biellese la più forte Brigata era
quella comunista Garibaldi-Biella che comprendeva il 6°
distaccamento “Pisacane” comandato da Francesco Moranino, detto
“Gemisto” nato a Tollegno nel 1920.
Nonostante un messaggio radio di missione compiuta l'aiuto non
arrivò mai.
I 5 partigiani vennero uccisi il 26 novembre 1944 in località
Portula.
Le vittime furono:
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Emanuele Strassera, capo
missione |
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Gennaro Santucci,
partigiano |
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Ezio Campasso, partigiano |
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Mario Francesconi, partigiano |
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Giovanni Scimone: partigiano |
Successivamente, il 9 gennaio 1945 vennero
uccise le spose di due partigiani uccisi,
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Maria Santucci |
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Maria Francesconi, |
uccise con un colpo alla testa perché
cercavano di scoprire la verità sulla sorte dei loro mariti. Gli
assassini cercarono di far ricadere la responsabilità della morte
delle due donne sui fascisti ed i loro rastrellamenti. Il fatto
rimase per anni avvolto nel mistero.
Nel dopoguerra i familiari dei 5 partigiani
fucilati e delle 2 donne uccise presentarono alle autorità delle
prove frutto di loro indagini. A seguito di queste prove furono
fatte delle indagini ufficiali che orientarono le responsabilità sul
partigiano Moranino, nel frattempo diventato deputato comunista.
Il Moranino fu accusato dell'eccidio dei 5 menbri della "Missione
Strassera", il 26 novembre 1944 in località Portula, attirandoli in
un’imboscata e della sorte che il 9 gennaio 1945 toccò a due spose
degli uccisi.
Il 27 gennaio 1955 la Camera dei Deputati, con maggioranza di
centrodestra, votò l’autorizzazione a procedere nei confronti di
Moranino (allora deputato del PCI) su richiesta della Procura di
Torino; l’accusa era di omicidio plurimo aggravato e continuato ed
occultamento di cadavere, ma Moranino nel frattempo si era rifugiato
in Cecoslovacchia.
Il 22 aprile 1956, il processo svoltosi a
Firenze si concluse con la condanna da parte della Corte d'Assise
all’ergastolo di Moranino per sette omicidi. Si legge nella
sentenza:
«Perfino la scelta degli esecutori dell'eccidio venne fatta tra i
più delinquenti e sanguinari della formazione. Avvenuta la
fucilazione, essi si buttarono sulle vittime depredandole di quanto
avevano indosso. Nel percorso di ritorno si fermarono a banchettare
in un'osteria e per l'impresa compiuta ricevettero in premio del
denaro.»
La sentenza di condanna all'ergastolo fu confermata dalla Corte
d'Assiste d'Appello nel 1957.
Nel 1958 furono sollevati alcuni sospetti
sullo svolgimento del processo e delle indagini, che per molti
avevano come solo scopo un intento persecutorio contro il comandante
partigiano, portarono il presidente della Repubblica, Giovanni
Gronchi a commutare la pena in dieci anni di reclusione (cosa che
avrebbe permesso al Moranino di rientrare in Italia).
Il 27 aprile 1965 Francesco Moranino, sempre esule a Praga, venne
poi graziato dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat ma
rimpatriò solo quando fu ufficialmente riconosciuto che i fatti di
cui era accusato erano "atti di guerra" (tra l’altro non da lui
ordinati), connessi con la Guerra di Liberazione e quindi
giuridicamente legittimi.
Il 19 maggio 1968, PCI e PSIUP annunciarono la candidatura nel
collegio senatoriale di Vercelli dell’ex deputato condannato
all’ergastolo, tuttavia graziato. Il Moranino sarà rieletto con
38.446 voti ed entrerà nella Commissione industria e commercio del
Senato. Morì, tre anni dopo, stroncato da un infarto.
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