Comunismo 1


Perchè esiste il dovere morale di combattere il Comunismo?



Voi siete dei sovversivi, dei comunisti, volete distruggere i cardini della società i valori fondamentali della nostra civiltà Cristiana, l'esistenza stessa del mondo libero, siete nemici che vanno combattuti con ogni mezzo.               


Perché il comunismo non è morto con la fine dell'impero sovietico, come violenza totalitaria è finito in Europa, mentre esiste ancora in pienezza in Cina, in Vietnam, in Laos, Cuba, e la Corea del Nord. Come menzogna, esiste pienamente in Italia, e la sua menzogna consiste nel dire che i comunisti non ci sono più. Come sempre la menzogna è evidente, tutti i dirigenti Ds vengono dal Pci,
ed essi non hanno mai detto:

il Pci ha sbagliato, gli anticomunisti hanno sempre avuto ragione.

dicono:

il Pci è sempre stato antisovietico,
magari mettendo un nome sovietico ai propri figli,

e tutti sanno che ciò non è vero, eppure tanta è la potenza demoniaca di seduzione del comunismo, che tutti credono a questa evidente menzogna.
Questa è la vera capacità diabolica del comunismo:
fa mentire contro la verità conosciuta.
Non a caso nella enciclica Dominum et Vificantem (1985), Giovanni Paolo secondo ha indicato nel comunismo il peccato contro lo Spirito Santo di cui Gesù ha detto "non sarà rimesso in questo secolo e neppure nel futuro".


GLI ORRORI DI TITO

(il genocidio slavo - comunista in Venezia - Giulia e Dalmazia)

 Un piano preciso e scientificamente attuato - l' eliminazione degli italiani dalle province giuliane e da Zara. La Venezia - Giulia slava doveva essere, nei piani del boia comunista, la settima repubblica popolare della Jugoslavia. Tutti i mezzi erano leciti per arrivare allo scopo finale. Una pulizia etnica in piena regola! Esecuzioni, torture, foibe e deportazioni nei lager in Jugoslavia erano la norma per istriani, fiumani e dalmati dopo l'occupazione titina delle terre giuliano - dalmate.  

Tra i 15 ed i 20 mila morti e dispersi, un intero popolo costretto all'esilio - questo fu il risultato della pulizia etnica nelle terre italiane dell'Adriatico Orientale.

L' IDEOLOGO DELLA PULIZIA ETNICA DEGLI ITALIANI NELLA VENEZIA GIULIA
JOSIP BROZ - Il "maresciallo" TITO (Kumrovec 1892 - Lubiana 1980)

Ecco il responsabile principale della carneficina degli Italiani di Istria, Fiume e Dalmazia.

Le sue malefatte sono innumerevoli e inenarrabili, ecco solo alcuni esempi della spaventosa barbarie comunista.


L'ISTRIA DOPO L'OTTO SETTEMBRE

Tutto ebbe inizio dopo l'8 settembre 1943 in Istria. Lo stato italiano ha appena firmato l'armistizio e le truppe regolari sono allo sbando. Del vuoto di potere che si crea approfittano i banditi partigiani di Tito. Si insediano nelle cittadine istriane i c.d. Comitati Popolari che hanno un unico compito, quello di eliminare il maggior numero di italiani nel minor tempo possibile. Le vittime stimate furono un migliaio o forse piu', infoibate o fatte annegare in Adriatico. Particolarmente colpiti i funzionari del ex PNF, gli irredentisti della prima ora, gli insegnanti le levatrici, i messi comunali i soldati e le guardie, i sacerdoti ed i possidenti. Ma anche uomini e donne, solo e semplicemente perche' italiani. La furia partigiana si placa con l'arrivo delle truppe tedesche. Ma la tragedia finale e solo rimandata.

Un'altra "zona calda" nel 1943 fu Villa del Nevoso, (prov.di Fiume) dove furono rastrellati e trucidati centinaia di italiani, sia soldati, guardie di frontiera che civili. Nella zona non furono possibili recuperi, ma una stima, sulla base di testimonianze di gente del posto, parla di centinaia se non migliaia di morti, nella zona tra Postumia ed il retroterra fiumano.


LE FOIBE DEL MONTE MAGGIORE

Carlo Toniolo

Durante l'occupazione del litorale istriano da parte delle bande slavo-titine, nel settembre del 1943, vissi a Laurana giorni terribili.

Eravamo in preda alla disperazione, poiche', accanto all'angoscia per la nostra sorte che ci torturava ora dopo ora, ci giungevano da ogni parte le notizie piu' orripilanti. A Laurana (ove vissi dal febbraio del 1936 al dicembre 1943) come ad Abbazia, ad Icici, ad Ica, a Medea, continuava la sequela dei "ricercati", dei "prelevati", dei "torturati" e degli "infoibati". Papa' era stato condannato da un "tribunale del popolo" al martirio delle "foibe" perche' "italiano" e direttore dell'Ufficio Postale, e per questo tutta la mia famiglia trovo' un rifugio sicuro in una villa vicina alla nostra, presso la professoressa Vescovich che salvo' la nostra vita, mettendo a rischio la propria. Non c'era giorno che non prelevassero da Laurana o da altre frazioni vicine qualche italiano. Dopo averli sottoposti ad un doloroso e lungo tragitto a piedi nudi, essi venivano torturati, uccisi e, poi, gettati negli anfratti del Monte Maggiore.

Il Monte Maggiore e' il piu' alto monte dell'Istria; il terzo o il quarto in ordine di altezza di qulli che segnano il confine della Liburnia, che partendo dalla valle di Fianona, ridiscende al mare nella Forra di Polvilje. Dall'ex Rifugio Duchessa d'Aosta (a 922 metri) potei piu' volte ammirare l'intero "Golfo del Quarnaro". "Villa Carlotta" - la mia abitazione - si adagiava sulle colline che fanno da cuscinetto alla montagna istriana sulla quale vivevano, secondo un'antica leggenda raccontata dai pescatori del luogo, alcune famiglie di stregoni. Essi accendevano grandi falo' sulle pendici e nelle caverne; cosi' la terra, dolorante e indispettita per le scottature, cominciava ad agitarsi e muoveva venti violentissimi che provocavano forti tempeste e uragani. Ben altri stregoni albergavano sul Monte Maggiore nel settembre del 1943! Ben altri fuochi! L'uragano dell'odio etnico si scateno' sugli italiani inermi e innocenti con inaudita efferatezza.

Nei giorni successivi all'8 settembre, perdurando l'occupazione e le persecuzioni dei partigiani slavi, erano assai rari i contadini che scendevano dalle loro piccole borgate di collina per allestire il consueto "mercatino". Era fame! Mi sentivo rabbrividire quando essi mi raccontavano quello che avevano visto lungo i pendii del Monte Maggiore. Un mio compagno di scuola - un certo Bernecich che abitava in un casolare sperduto e che amava passeggiare con me nei fitti boschi - mi raggiunse nel giardino di "Villa Carlotta" e mi disse: "Carlo, questa mattina ho visto salire in alto tre uomini, legati tra loro da una fune, costretti a camminare a piedi nudi, di continuo bastonati. Poi, d'improvviso, li vidi scomparire uno ad uno, gettati in un burrone profondo moltissimi metri". Solo dopo la guerra imparai a chiamare col nome di foibe quegli enormi baratri, fattisi oggi nella nostra memoria altrettanti simulacri.

Un giorno volli spingermi al di la' delle "terre rosse" (un terreno scarlatto, estremamente friabile e morbido, simile alla sabbia). Due boscaioli mi invitarono a fare ritorno in paese; e, indicandomi la vetta del Monte Maggiore, mi dissero: "Vedi, lassu'... In questi busi ne buttano giu' ogni giorno; se ci sentono parlare italiano, i ne buta dentro anche noi senza discuter". Un altro contadino, intento a zappare la terra, mi disse: "Qui passano i partigiani spingendo verso l'alto della montagna alcune persone prelevate nelle zone vicine, a Laurana, ad Abbazia e a Fiume".

"Avanti fogne italiane; quando saremo di sopra, vi faremo un bel regalo".

Erano i primi martiri di un olocausto che continuera' : amministratori pubblici, dirigenti, insegnanti, podesta', avvocati, postini, farmacisti, commercianti ecc. e non solo i responsabili del P.N.F.

Quando mi recavo nell'orto di casa, a ridosso delle colline, pensavo all'ultima frase di un partigiano titino che era venuto con un folto gruppo di "compagni" a prelevare papa' (salvato per l'intervento del suo fattorino, Rudi, un buon croato, amico dell'Italia e affezionato a noi): "Torneremo, si prepari...". In quegli attimi di disperazione, maledivo quella montagna divenuta nella mia immaginazione un vasto cratere infernale. Pregavo intensamente Iddio che preservasse papa' da chissa' quali pene.

Mio padre pote' fuggire a Fiume a bordo di un bragozzo, travestito da pescatore, con l'aiuto di due portalettere croati che vollero testimoniargli tutto il loro affetto. Noi lo seguiremo tre mesi dopo, esuli disperati.

Fummo salvi per grazia di Dio! Arrivarono i tedeschi, una lunga colonna di carri armati, cannoni, autoblinde con mitragliere, cavalli bellissimi sui quali troneggiavano elegantissimi ufficiali in alta uniforme. Erano i nuovi padroni di casa che portavano a termine una complessa operazione militare denominata "Wolkenbruh". Anche se cio' stride con la nostra coscienza, essi di fatto furono i nostri attesi "liberatori".

Poi venne l'ora dolorosa della "sradicazione", stranieri in patria ed esuli da quella terra tanto amata, per il Veneto, tra l'indifferenza e il rifiuto di tanti concittadini.

Fui profugo a Venezia, e partecipai alle manifestazioni per Trieste italiana negli anni '46 e '47 in Piazza San Marco, quando i partigiani comunisti impedivano con la violenza che noi gridassimo "W Trieste Italiana!" All'indirizzo del Patriarca Cardinale Piazza - che parlava dal pulpito di Piazzetta S. Marco - urlavano "Scendi giu', hai le mani sporche di sangue!".

Questa era il clima. Ed io, insieme ai miei compagni della Lega Nazionale di Trieste e del Comitato Giuliano Dalmata - che aveva gia' la sua sede sopra la Biblioteca "Marciana" dove ci incontravamo - gridavamo in faccia ai partigiani comunisti: "Foibe! foibe!". Essi negavano tutto, e reagivano con spranghe di ferro e bulloni. Mi ruppero le spalle, mi sputarono in faccia e mi rubarono il cappotto. "Balle! Balle!" - ci dicevano gli "arsenalotti" comunisti -, "Viva Tito! Viva Stalin!".

Nello stesso giorno della mia partenza da Laurana, mi avviai verso i viottoli alti sotto la vetta del Monte Maggiore.

Ma quel giorno anche il vento del Monte Maggiore piangeva! Scavai una manciata di terra tra i sassi e l'erbe di montagna e la misi con devozione tra le pieghe di una bandiera tricolore che nelle ricorrenze nazionali issavamo dalla balaustra di fronte al Quarnaro: Terra del Monte Maggiore! Terra Istriana! Terra d'Italia!


IL MARTIRIO DI ZARA ITALIANA - la vergogna Alleata

Zara - un'isola di italianita' che sopravvisse nella Dalmazia, ormai interamente slava, dopo l'ultimo esodo degli Italiani, nel 1920, in seguito all'annessione delle loro terre al Regno di Iugoslavia. Una spina nel fianco per i comunisti titini, da distruggere a tutti i costi. In poco meno di un anno l'enclave di Zara (superf. pari a 1 kmq) subi' 54 bombardamenti da parte di aerei Alleati, per volonta' di Tito. 584 tonnellate di bombe caddero su una citta' inerme, nella quale erano stazionati solamente 1300 soldati tedeschi. I morti stimati furono 2000 - 2500, la bellissima Zara, un prezioso gioiello incastonato nella sponda orientale adriatica, venne completamente distrutta. I titini vi entrarono il 31 ottobre 1944, tra le macerie ed il vuoto di una citta' spettrale.180 furono i fucilati e gli annegati solo nei primi giorni d'occupazione. Sono documentate anche esecuzioni pubbliche, sia in citta' che nei sobborghi. (particolarmente colpita fu Borgo Erizzo) Gli ultimi dei ventimila zaratini presero la via dell'esilio.

La Dalmazia italiana cessava di esistere dopo millenni di storia gloriosa.


I martiri di Zara italiana - Vincenzo Serrentino e Nicolo Luxardo

Infoibati, affogati, impiccati, fucilati e falciati giornalmente dalla fame. Dei deportati in Slavonia e in altre parti dei Balcani, non si seppe piu nulla.

A Zara, roccaforte di italianita nella Dalmazia settentrionale, dopo l'ingresso dei banditi titini nell'ottobre del 1944, vennero soppresse centinaia se non migliaia di persone. Vincenzo Serrentino era il prefetto della citta', nominato capo della Provincia dall'autorita della Repubblica Sociale Italiana, resse le disperate sorti nell'ultimo anno di Zara Italiana. Su ordine del Ministero dell' Interno di Salo', abbandonava la citta' nell' ottobre del 1944, riparando a Trieste. Il 5 maggio del 1945 veniva catturato dai banditi di Tito che avevano occupato il capoluogo giuliano. Condannato alla fucilazione, mori' a Sebenico il 15 maggio 1947, dopo due anni di carcere. L'altro prefetto Vezio Orazi, il capitano dei Carabinieri Umberto Buonassisi e il Tenente di artiglieria Giacinto Trupiano, furono assassinati in un'imboscata vicino alla citta'. Tutti colpevoli di difendere l'italianita' di Zara. Protagonisti, i soliti schifosi partigiani con la stella rossa.

La tragica sorte di un zaratino tra le migliaia di altre simili: Nicolo Luxardo'. Noto e stimato industriale, di puri sentimenti italiani, venne prelevato dai banditi titini, assieme alla moglie Bianca,. prima seviziati, vennero poi legati insieme e fatti annegare ancora vivi.

Cosi nell'indifferenza della Repubblica Italiana riposa chi per l'Italia e per la Dalmazia libera diede la vita : uomini pieni di ideali. Ma non tutti li hanno dimenticati.


La vana difesa di Zara, bellissima ma sfortunata

Il colpevole silenzio

Roberto de Simone
(da "REALTA' NUOVA" online)

Dalmazia. Terra nobilissima, ed italianissima, che ha vissuto nello scorso secolo una splendida stagione irredentista, per poi attraversare una serie di tragiche vicissitudini, fino ad una vera propria pulizia etnica compiuta a danni della popolazione di lingua italiana, per opera del regime comunista di Tito. In particolare, ricordiamo oggi le sofferenze ed il martirio di una stupenda citta' di cultura veneta, Zara, e dell’opera indomita (e dimenticata) dei suoi difensori. Zara e' oggi la base di partenza per splendide villeggiature; molti di noi l’hanno conosciuta, forse superficialmente, utilizzandola come approdo per il tour delle isole Incoronate. In realta', la citta' non offre oggi quello che poteva offrire nel passato. Prima della guerra era considerata un superbo gioiello dell’arte veneto-dalmata, ma in seguito ai continui e furiosi bombardamenti anglo - americani del 1943 e del 1944 la citta' perse i suoi principali monumenti e la quasi interezza della struttura abitativa, con l’eccidio di circa duemila civili.

Zara, da sempre legata alla Repubblica Veneta, era diventata una citta' dell’Impero austro-ungarico pur mantenendo una sua autonomia italiana nell’amministrazione comunale. Gia' dall’epoca austriaca, la componente croata proveniente dalle campagne vicine e lentamente inurbatasi era entrata in conflitto con la predominante parte veneto-italiana, anche sotto la spinta del governo centrale di Vienna, ostile alle mozioni liberali dell’elite' culturale e politica italiana, e del clero cattolico, che anche in seguito continuo' ad appoggiare i croati, in funzione anti-liberale.

Con il trattato di Rapallo, Zara, a causa della sua italianissima origine, fu l’unica citta' della Dalmazia, tra quelle che erano state promesse all’Italia nel 1915, a divenire territorio nazionale.

Nel 1941, con l’invasione della Jugoslavia per opera dell’Asse, l’Italia venne ad acquisire una porzione non trascurabile di Slovenia e Dalmazia e ad esercitare una sorta di protettorato (mal digerito dai tedeschi) sul neonato governo della Croazia. Negli anni a seguire, e fino all’armistizio, i nostri soldati si trovarono a fronteggiare la crescente ostilita' dei ustascia croati nazionalisti, "alleati" ma non troppo, e le dure azioni del nascente movimento partigiano, dapprima suddiviso in numerose costellazioni, poi sempre piu' compatto intorno al nucleo comunista comandato da Tito, tra l’altro ex combattente del regio imperial esercito durante la prima guerra mondiale.

Con l’armistizio dell’8 settembre 1943 anche a Zara, sede del comando del XVIII Corpo d’Armata Italiano, la situazione si fece caotica. Gli italiani, grazie alla presenza sul territorio di una divisione italiano-dalmata in assetto bellico (la "Zara"), e all’azione congiunta di alcune formazioni speciali (in primis le B.A.C. - “ Bande Anti Comuniste, milizie locali di religione cattolica e greco-ortodossa sotto comando italiano), seppero resistere sia alle mire croate sulla citta', incoraggiate dai tedeschi, sia alle pressioni dei partigiani, che tentavano di impossessarsi degli armamenti di cio' che restava del Regio Esercito.

In realta' tutta la Dalmazia, in gran parte dichiarata territorio italiano in seguito alla fine della guerra con la Jugoslavia, era continuamente sotto la pressione del governo croato, che trovava nella figura di Ante Pavelic la sua piu' cruda espressione nazionalistica ed anti - italiana.

Dall’altra parte, la crescente minaccia dei partigiani comunisti, gia' presente da alcuni anni, poneva gli italiani in una difficile situazione di equilibrio tra croati, partigiani titini, cetnici e tedeschi. Tra questi, non bisogna dimenticare la presenza sul territorio Jugoslavo di divisioni di elite della Heer, come la 114 Jager, di divisioni SS etniche, a prevalente composizione musulmana, come l’Handschar - Handzar (croato-bosniaca) e la Kama (albanese) e di una divisione SS di montagna prevalentemente costituita da elementi cattolico-croati, come la "Prinz Eugen". Questi elementi agguerriti, sicuramente molto efficaci nella lotta antipartigiana (durante la quale dimostrarono tra l’altro una ferocia antica, spesso inusitata e degna del sanguinolento teatro balcanico), non mostravano certamente alcuna simpatia verso la popolazione italiana, accusata di "tradimento" nei confronti dell’alleato tedesco. La creazione della Repubblica Sociale Italiana, pertanto, fu determinante nel creare una sorta di protezione dei territori italiani rispetto ad eventuali azioni di ritorsione dell’alleato germanico e ad un eventuale tentativo di "polarizzazione", e sicuramente riusci' ad incutere rispetto e timore nell’alleato croato, che rinuncio' temporaneamente, obtorto collo, alle sue pretese territoriali. In questo si distinsero i comandanti delle B.A.C. , Tommaso David, Aimone Finestra, Guido Fortini, che si impegnarono a fondo per riscattare l’immagine del soldato italiano agli occhi dei comandi germanici. In particolare, furono condotte azioni antipartigiane nei dintorni della citta' ad Obbrovazzo, Murvizza, Boccagnazzo, Carino ed azioni anfibie nelle isole dell’arcipelago zaratino. Venne anche formata una compagnia di giovanissimi "universitari" provenienti dal GUF, che fu appellata "Vukassina", dal tenente Antonio Vukassina, dalmata, volontario, morto il 7-6-43 in eroica azione di combattimento.

Fino all’ultimo, a difesa di un cumulo di rovine, e con la popolazione in gran parte evacuata i militi delle forze di polizia e della GNR resistettero all’ormai soverchiante attacco delle formazioni partigiane. Una volta occupata la citta', le vittime della barbarie rossa furono centinaia, tra cui eminenti personalita' (qui ricordiamo, Nicolo' Luxardo, deputato e Presidente della Camera di Commercio di Zara, affogato con la moglie, ed il prefetto Serrentino, fucilato a Sebenico, che tanto si era adoperato per rifornire di viveri chi era rimasto e per facilitare l’esodo della popolazione.)

Solo oggi, dopo essere stati tutti testimoni delle atrocita' commesse durante la recente guerra civile jugoslava, possiamo renderci conto della feroce violenza cui furono sottoposte le popolazioni di quelle terre bellissime ma sfortunate. Faglia di scorrimento tra culture religiose (cattolica, musulmana) e tra popoli con tradizioni anche molto differenti, la Jugoslavia esplosa in tutte le sue contraddizioni. In questa sorta di macelleria balcanica la Dalmazia, terra di antiche civilta', e' stata purtroppo spesso coinvolta, con la sua popolazione italiana. L’azione civile e militare della Repubblica Sociale Italiana, spesso ingiustamente ricordata solo per gli episodi di lotta fratricida che malauguratamente insanguinarono il Centro ed il Nord d’Italia, dovrebbe essere meritatamente ricordata per l’azione eroica di salvaguardia delle popolazioni e della cultura italiana in Istria e Dalmazia.

Il colpevole silenzio dei numerosi governi italiani, dovuto a ragioni di buon vicinato e alla ingombrante presenza nazionale di un partito comunista tra i piu' forti dell’Occidente, ha creato le condizioni per un ulteriore silenzioso ed inesorabile lavoro di smantellamento della cultura e della lingua italiana nel territorio della Dalmazia, per opera della politica nazional - popolare titina. I profughi, ridotti all’oblio e al silenzio, non hanno potuto far altro che rimpiangere i tramonti sull’Adriatico e gli agili campanili veneti delle perle dell’Istria e della Dalmazia.


LE BANDE V.A.C. IN DALMAZIA 1942-43

Lanfranco Sanna

Il rapido crollo della Jugoslavia, aggredita da Italia, Germania, Ungheria e Bulgaria, ed il suo conseguente smembramento, attivo' due strutture organizzative: il partito comunista e l'apparato militare dei Cetnici, tradizionalmente organizzato per "bande". Questi ultimi, fedeli alla monarchia iugoslava, ricevettero un grande incentivo dalla necessita' di proteggere i Serbi dalla minaccia della Croazia che, divenuta Stato indipendente filo-nazista, si basava sul movimento Ustascia di Ante Pavelic, che mirava a risolvere il secolare dissidio con i Serbi ricorrendo alla pulizia etnica.
I Cetnici iniziarono la loro attivita' il 13 luglio 1941, attaccando con l'appoggio delle bande comuniste le truppe italiane di guarnigione nel Montenegro, che era allora un protettorato italiano. La ribellione fu pero' domata, ed il fronte unito ne risulto' definitivamente spezzato: da una parte i nazionalisti cetnici del Montenegro, Bosnia, Erzegovina e Krajna che si schierarono con gli Italiani, pur conservando il sogno della grande Serbia, contro i comunisti e gli ustascia; e dall'altra parte i comunisti che continuarono a combattere contro gli occupanti, i cetnici e gli ustascia. Anche i cetnici di Mihajlovic in Serbia combattevano contro tedeschi e comunisti.

Il Comando della 2.a Armata (Supersloda =Comando superiore di Slovenia e Dalmazia), quando comparve la guerriglia comunista, dovette affrontare il problema delle milizie locali che erano espressione di un ventaglio molto ampio di condizioni che creavano una situazione critica. La costante inadeguatezza delle truppe disponibili costrinse il nostro Comando ad accettare la collaborazione di milizie locali composte in grande maggioranza da greco-ortodossi. Questo fatto suscitava pero' indignazione nei Croati cattolici in quanto cio' riduceva la sovranita' di quello Stato, e per di piu' diffidenza nei tedeschi che, appoggiavano i Croati per attirali dalla loro parte.
Le Milizie Volontarie Anti Comuniste, nome ufficiale che assunsero le formazioni locali riconosciute dal nostro Stato Maggiore, raggiunsero la forza di 26.500 uomini, dei quali 6,500 erano alle dipendenze del XVIII Corpo d'Armata. Di questi, 5.000 costituivano le MVAC "Dinara", reparto formato da greco-ortodossi prevalentemente del distretto di Tenin, cioe' cetnici indipendenti, mentre i restanti erano MVAC "Zara" appartenenti alla zona annessa (nota anche come B.A.C., cioe' Bande Anticomuniste).
La MVAC "Dimara" riceveva disposizioni per le operazioni a grande raggio contro i partigiani comunisti dal comando generale di Mihajlovic, che era posto sulle montagne delle Serbia. Queste formazioni furono sempre dotate di un alto spirito combattivo e si batterono a fianco dei nostri soldati con determinazione, coraggio e lealta' .
Le B.A.C. "Zara" sorsero come iniziativa del Col. Eugenio Morra, Capo Gabinetto Militare del Governatorato, quando era in corso la polemica tra questo Ente e il Corpo d'Armata: si tratto' di un'iniziativa intelligente ed efficace nel contrastare ai partigiani il controllo del territorio. Si inizio' con una milizia paesana che ricevette armi per poter affiancare i Carabinieri nella difesa dei paesi, e la milizia paesana rimase anche quando divennero operative le B.A.C.
Ufficialmente le Bande nascono nel giugno del 1942 come emanazione del Governatorato ma gia' in agosto sono incorporate dalla Div. "Dalmazia". L'arruolamento avveniva tra i nativi della provincia che ne facessero domanda, e i volontari prestavano giuramento col quale si impegnavano di servire l'Italia. Vestivano una divisa della tinteggiatura dell'esercito monarchico jugoslavo, la giacca portava fascetti sul risvolto del bavero, e sulla manica sinistra venivano applicati distintivi di grado (un bracciale di color blu veniva portato sulla manica sinistra: nel triangolo centrale era il distintivo di grado [rosso per i vice capo-squadra, rosso con stella bianca per i capo squadra, giallo per i vice capo-plotone, giallo con stella argento per i capo plotone, argento vice capo-compagnia, argento con stella argento capo compagnia, oro vice capo battaglione, oro con stella argento per i capo battaglione]). A sinistra del triangolo c'era la scritta del nome della localita' della banda, a destra quella del capo. Sul bracciale veniva inoltre apposto il timbro del Comando di Divisione. Gli appartenenti al B.A.C. portavano il copricapo tradizionale dei contadini della zona, costituito da un tamburello nero con frangia ricadente, la cui parte superiore era di colore rosso per i componenti delle bande cattoliche, e di color arancione per i greco-ortodossi. Sulla parte anteriore compariva un fregio rappresentante un teschio con un pugnale in bocca sovrapposto ad una coccarda tricolore.
L'armamento era costituito da un fucile Mauser e 5 bombe a mano e, come arma collettiva, il fucile mitragliatore Hotchiss. Le bande avevano la forza di una compagnia (tra 100 e 250 uomini) ed erano divise in plotoni.
Le formazioni della provincia di Zara erano 9 divise in due battaglioni:
il XX btg. d'assalto "Cattolico", formato dai reparti portanti il n. 1-2-3-6-7-8, ed il XXII battaglione d'assalto "Greco-ortodosso", con il n. 4 e 5.
La Banda n. 7 opero' a lungo alle dipendenze della Divisione "Celere" nella zona di Sebenico, mentre la n. 8 era formata con le milizie paesane della zona di Vrana.
La Banda n. 9, formata da greco-ortodossi e da giovani italiani nativi di Sebenico, era alle dipendenze della Base della Regia Marina: questi uomini indossavano la divisa da fatica dei marinai e il basco blu con ancora. Questa Banda fu attivissima per tutto il periodo bellico ed opera a fianco di una compagnia del Rgt. "San Marco".

Ogni Banda era comandata da un ufficiale italiano e da un suo sottordine, mentre i plotoni erano agli ordini di sottufficiali prevalentemente nazionali, con colleghi provenienti dall'ex esercito jugoslavo, che prevalevano nel comando delle squadre. C'era poi un altro militare col rango di ufficiale, il capo-formazione proveniente dall'esercito o dalla gendarmeria jugoslava.
Due terzi degli ufficiali e la meta' dei sottufficiali erano zaratini o dalmati, gente che combatteva per la propria terra e che conosceva perfettamente le lingua, la mentalita', gli usi e i costumi dei volontari, dei civili e del nemico

I principali compiti di questi soldati erano, come scrive il comandante della Div. "Zara" il 30 giugno 1943:
-controllo dell'attivita' svolta dalla popolazione nella zona di giurisdizione;
- raccolta di informazioni;
- repressione armata di ogni azione a carattere partigiano;
- concorso alle operazioni del R.E.

Nello stesso rapporto si riassume l'attivita' delle Bande dipendenti dalla Div. "Zara":
- n. 39 combattimenti sostenuti dalle sole bande;
- n. 14 operazioni a largo raggio svolte con reparti nazionali;
- n. 50 azioni di normalizzazione, ritorsione, colpi di mano, cattura ribelli etc.
In questa serie di azioni le Bande subirono la perdita di 138 volontari e 10 ufficiali, sottufficiali e militari nazionali, e 64 volontari e 4 ufficiali o sottufficiali nazionali furono feriti.

Quale esempio dell'attivita' antiguerriglia delle B.A.C. e' da rammentare l'azione del dicembre 1942, quando fu costituito un contingente forte di 4 Bande Anticomuniste raccolte in un battaglione al comando del cap. Tommaso David, di un Btg. del 292. fanteria, del battaglione Camicie Nere "Tevere", di una Cp. del Btg. "Vespri" e di una Batteria da 65/17. Il nemico, rappresentato dal I. btg. del Litorale della forza di 200 uomini, fu agganciato e disperso subendo gravi perdite.
Il giorno successivo il cap. David, che aveva avuto il comando delle operazioni, fu ferito, e per l'azione ottenne la medaglia d'argento al valor militare (commutata nel 1956 in medaglia d'oro).

L'armistizio dell'8 settembre colse tutti i nostri Comandi impreparati.
In Dalmazia i tedeschi arrivarono con un certo ritardo:
- a Spalato, presidiata dalla Div. "Bergamo" e dalla XVII Brigata costiera, si tratta con i tedeschi e contemporaneamente con i partigiani ai quali si consegnano le armi e la citta'. Solo una parte dei soldati riesce ad imbarcarsi e raggiungere l'Italia;
- a Sebenico invece i tedeschi giungono l'11, e la Banda n. 9 della Marina rimane al suo posto;
- a Zara, sede del Comando del XVIII corpo d'Armata, la situazione e' piu' complessa: perche' la citta' e' Italiana, perche' ci sono le mire dei Croati che hanno avuto via libera da parte di Hitler, perche' le B.A.C. compatte, proprio per la loro intrinseca modalita' combattiva, non sono portati a cedere le armi al nemico.
Mentre infatti la maggior parte delle truppe italiane saranno catturate ed internate dai tedeschi, (rimanevano in armi soltanto un Battaglione di bersaglieri, un Battaglione di mitraglieri e un Gruppo di artiglieria) le bande continueranno a combattere contro i partigiani comunisti a fianco dei tedeschi o dei cetnici o degli ustascia. In particolare la 2. B.A.C. cattolica di David si porta subito a Zara, veste la camicia nera e il fez, ed entra in azione contro i partigiani che occupano le isole. Armati due velieri di cannoni anticarro e di mitragliatrici, e allestite delle protezioni sommarie con scudi di autocarro, la Banda contrasta il traffico partigiano catturando numerosi natanti nemici ed infine sbarca nelle isole prospicienti Zara.
Il raggruppamento "anfibio" di David fu poi assorbito dal Comando Marina tedesco, e tutti i militari di lingua italiana confluirono allora nella G.N.R. di Zara.


I "DESAPARECIDOS DI FIUME

Dal 3 maggio 1945, per tre giorni e tre notti, i banditi titini, avidi di sangue, si scatenarono, con inaudita violenza, contro coloro che, da sempre, avevano dimostrato sentimenti di italianita'. A Campo di Marte, a Cosala, a Tersatto, lungo le banchine del porto, in piazza Oberdan, in viale Italia, i cadaveri s'ammucchiarono e non ebbero sepoltura. Nelle carceri cittadine e negli stanzoni della vecchia Questura, nelle scuole di piazza Cambieri, centinaia di imprigionati attendevano di conoscere la propria sorte, senza che alcuno si preoccupasse di coprire le urla degli interrogati negli uffici di Polizia, adibiti a camere di tortura. Altre centinaia di uomini e donne, d'ogni ceto e d'ogni eta', svanirono semplicemente nel nulla. Per sempre. Furono i "desaparecidos". Gli avversari da mettere subito a tacere vengono individuati negli autonomisti; ai furibondi attacchi di stampa condotti dalla "Voce del Popolo" si accompagno 'una dura persecuzione, che gia nella notte fra il 3 e il 4 maggio porto' all'uccisione di Mario Biasich e Giuseppe Sincich, i leader del movimento autonomista fiumano, gia membri della Costituente fiumana del 1921. Assieme agli autonomisti, negli stessi giorni e poi ancora nei mesi che verranno, trovarono la morte a Fiume anche alcuni esponenti del CLN ed altri membri della Resistenza italiana, fra cui il noto antifascista Angelo Adam, mazziniano, reduce dal confino di Ventotene e dal lager nazista di Dachau secondo una linea di condotta che trova riscontro anche a Trieste ed a Gorizia, dove a venir presi di mira dalla Polizia politica jugoslava - OZNA, sono in particolare gli uomini del CLN. La scelta appare del tutto conseguente, dal momento che sul piano politico il CLN e' un'organizzazione direttamente concorrenziale rispetto a quelle titine delle quali e ben in grado di contestare l'esclusiva rappresentativita' degli antifascisti italiani. Ma la ferocia maggiore si scateno nei confronti degli esponenti dell'italianita' cittadina. Furono subito uccisi i due senatori di Fiume, Riccardo Gigante e Icilio Bacci, e centinaia di uomini e donne, di ogni ceto e di ogni eta', morirono semplicemente per il solo fatto di essere italiani. Oltre seicento fiumani furono impiccati, fucilati, strangolati, affogati. Altri incarcerati. Dei deportati non si seppe piu nulla. Cercarono subito gli ex legionari dannunziani, gli irredentisti, i mutilati, gli ufficiali, i decorati e gli ex combattenti.

Adolfo Landriani era il custode del giardino di piazza Verdi non era fiumano, ma era venuto a Fiume con gli Arditi e per la sua piccola statura tutti lo chiamavano "maresciallino". Lo chiusero in una cella e gli saltarono addosso in quattro o cinque, imponendogli di gridare con loro "Viva Fiume iugoslava!". Lui, pur cosi piccolo, si drizzo' sulla punta dei piedi, sollevo la testa in quel mucchio di belve, e urlo' con tutto il fiato che aveva in corpo: "Viva Fiume Italiana!". Lo sollevarono, come un bambolotto di pezza, poi lo sbatterono contro il soffitto, piu volte, con selvaggia violenza e lui ogni volta: "Viva l'Italia ! Viva l'Italia !" sempre piu fioco, sempre piu spento, finche' il grido non divenne un bisbiglio, finche la bocca colma di sangue non gli si chiuse per sempre. Qualcuno mori' piu semplicemente, per aver ammainato in piazza Dante la bandiera jugoslava. Il 16 ottobre del 1945, un ragazzo, Giuseppe Librio, diede tutti i suoi diciott'anni, pur di togliere il simbolo odioso della conquista titina. Lo trovarono il giorno dopo, tra le rovine del molo Stocco, ucciso con diversi colpi di pistola alla nuca.


IL 5 MAGGIO 1945 A TRIESTE

E' il terzo giorno (della famosa "quarantena titina") in cui la citta' di Trieste e sotto il controllo dei banditi di Tito. In citta' il clima e di festa a seguito della capitolazione delle forze armate tedesche. Il popolo di Trieste pero' ,ancora non si e reso conto di cio' che lo attende. Il 5 maggio Trieste, aspettava ancora di dimostrare la sua gioia per l'avvenuta liberazione. Il prepotente bisogno di esternare i proprio sentimenti in qualche modo non poteva piu essere trattenuto. Era una mattina di sole e la primavera si faceva sentire con un impellente impulso di esultanza. Cosi nacque quella manifestazione dopo tanti anni di schiavitu', in una presunta atmosfera di liberta', che doveva venir invece soffocata nel sangue innocente di 15 vittime.Gia durante la prima mattinata si notava un movimento insolito. Allorche' dai quattro punti cardinali della citta' il popolo triestino saturo di impazienza si mosse, convergendo al centro, si effettuo' il miracolo di fede tanto contenuto. Tutta la citta' si ammanto di Tricolore. Vecchi e giovani, uomini e donne, tutti affratellati in un unico sentimento gridarono il nome della loro fede: Italia! (...) Mentre la marea di popolo si avviava lungo il Corso in direzione di Piazza Goldoni, cantando gli inni della propria passione, ad un tratto si udi' un miagolare di mitragliatrice. Lo stupore piu' che il terrore, inchiodo' per un attimo la massa del popolo allibita. Ma allorche' si vide il terreno cospargersi di caduti e il sangue zampillare dalle ferite, il raccapriccio si impossesso' degli animi ed un insano spavento primordiale attanaglio i cuori. I "druxi" curvi sulle armi, con il ceffo contratto in un' orribile smorfia di sadico piacere, sparavano all'impazzata sulla folla inerme. Dopo l'inevitabile fuggi fuggi seguito alla sparatoria, e il conseguente ritiro delle bandiere tricolori dalle finestre per ovviare inutili rappresaglie, la calma torno'. Era una calma funebre pero'. Le strade ridivennero deserte e il corpi straziati delle vittime rimasero in balia degli assassini i quali li gettarono nel deposito mortuario dell'ospedale.

Ecco i nomi delle vittime:

I morti:

Graziano Novelli (20), Carlo Murra (19), Mirano Sanzin (26), Claudio Burla (21), Giovanna Drassich (69).

I feriti:

Albino Canaletti, Manlio De Mattia, Tancredi Kolarski (rimasto invalido), Camillo Carmeli, Angelo Cavezza, Antonio Kreiser, Augusto Mascia, Pina Solimossi, Renato Artico, Marialuisa Fonda.

Il 5 maggio tramontava in un'atmosfera cupa e tragica.

Il sangue di questi innocenti fece bella mostra di se' per parecchi giorni, sin tanto che la pioggia non lo lavo' cancellando la traccia materiale, ma non riuscendo a togliere dall'animo dei triestini il ribrezzo e il disprezzo per i volgari assassini.


I CADUTI PER TRIESTE ITALIANA - un altro vergognoso crimine Alleato

Mentre gli studenti scendevano in piazza per Trieste Italiana diedero la vita per la patria gli ultimi nostri irredenti: il 5 novembre 1953 caddero uccisi dalla Polizia Civile del GMA, pagata dagli inglesi, lo studente quindicenne Piero Addobbati esule da Zara e Antonio Zavadil, anni 50. All' imbrunire, duemila persone in piazza dell'Unita' reclamarono l'esposizione del Tricolore, ma verranno dispersi dalla polizia. Il giorno dopo l' esasperazione raggiunse il punto massimo. Cortei di cittadini sboccarono da tutte le strade verso piazza dell'Unita' . La polizia alleata, di fronte alla marea, temette di essere travolta e reagi' aprendo il fuoco. Morirono l'universitario Francesco Paglia, anni 24, segretario della "Goliardia Nazionale" e della "Giunta dell'Intesa Studentesca", Erminio Bassa, anni 52, lavoratore della nascente "CISNAL", l'ex partigiano Saverio Montano, anni 50 e Leonardo Manzi, l'ultimo irredento fiumano che diede la sua giovane vita per la Patria. Aveva solo 17 anni. Mori' sul sagrato di S. Antonio, con un Tricolore nelle mani. Nelle sue tasche trovarono arrossata di sangue, la tessera della "Giovane Italia".

Due giorni dopo, l'8 novembre 1953, una folla immensa partecipo' ai funerali delle vittime. A fine cerimonia, un enorme corteo accompagno' le salme al cimitero. In un clima di rabbia e di dolore il popolo giuliano diede l'Addio agli ultimi dei nostri Irredenti.


LA SPAVENTOSA TRAGEDIA DI BASOVIZZA

Oggi Monurnento Nazionale.Centinaia se non migliaia sono gli infoibati in esse precipitati. Sul massacro di Basovizza il giornale "Libera Stampa" in data 1 agosto1945 pubblicava un articolo dal titolo: "Il massacro di Basovizza confermato dal CLN giuliano. Piena luce sia fatta in nome della civilta'. Una dettagliata documentazione trasmessa alle autorita alleate della zona ed al Governo italiano".

L' articolo riportava un documento sottoscritto da tutti i componenti del CLN e di quelli dell'Ente costitutivo autonomia giuliana, che cosi denunciava i crimini accaduti a Trieste tra fl 2 ed il 5 maggio, dopo l'occupazione titina:

"Centinaia di cittadini vennero trasportati nel cosiddetto "Pozzo della Miniera" in localita' prossima a Basovizza e fatti precipitare nell'abisso profondo 240 metri. Su questi disgraziati vennero in seguito lanciate le salme di circa centoventi soldati tedeschi uccisi nei combattimenti dei giorni precedenti e le carogne putrefatte di alcuni cavalli.

Davanti alle accuse che vengono fatte da alcuni organi di stampa, di uccisioni indiscriminate, che avrebbero interessato anche esponenti antifascisti, il giornale " Primorski Dnevnik " in data 5 agosto1945, smentendo l'uccisione di patrioti italiani, ammette l'infoibamento di italiani a Basovizza e particolarmente di poliziotti e finanzieri.Cosi scrive: "... Questa nuova Jugoslavia del maresciallo Tito, che per il numero delle vittime, per la vittoria comune occupa senza dubbio il secondo posto, dopo l'Unione Sovietica e che e rispettata ed onorata dalla popolazione slovena, croata e italiana di questa regione, non e possibile che abbia oltre alla Guardia di frontiera fascista, ai poliziotti, gettato nelle Foibe anche i combattenti che hanno combattuto da fratelli per la nuova Jugoslavia e dieci soldati neozelandesi...."E, proseguendo, con la definizione cinica dell'alibi che ancora oggi alcuni storici sloveni e croati sottolineano, giunge a dire: "... sulla terra che ha sofferto per venticinque anni il terrore snazionalizzatore italo - fascista si e combattuto per anni contro i nazi - fascisti assieme ad onesti italiani ed antifascisti non e' questa la prima e nemmeno l'unica grotta dove si polverizzano le ossa dei criminali italiani e tedeschi e di quelli che si sono opposti..."

Tra i responsabili degli infoibamenti a Basovizza puo essere indicata la Banda Zoll - Steffe che presso le carceri triestine dei Gesuiti imperverso sotto la denominazione di "Guardia del popolo".

la Foiba di Basovizza come si presentava nel 1945  

 

 

 

 

 

Fiume Italiana


IL TORTURATORE DI TITO NEL CAPOLUGO GIULIANO

Nerino Gobbo, 79 anni, residente in Slovenia, nel maggio - giugno 1945 e stato responsabile di Villa Segre' a Trieste, luogo di tortura delle milizie titine. Diverse le testimonianze a suo carico: una denuncia alle autorita' alleate, riporta negli atti del Comitato di Liberazione nazionale dell'Istria, una sentenza della Corte di assise di Trieste della condanna in contumacia a 26 anni di reclusione.

I testimoni hanno raccontato cosi le atrocita da lui commesse: "Dopo qualche giorno tutta la squadra si trasferiva a Villa Segre', assumendo il nome di "Squadra volante" (...) e passava alle dirette dipendenze del commissario del popolo "Gino" di nome Nerino Gobbo. (...) "Come risulto' dalle deposizioni dei testi tutti i detenuti venivano bastonati e seviziati, taluni costretti a bastonarsi a vicenda e persino mettere la testa nel secchio delle feci", scrivevano i giudici che subito dopo la guerra condannarono Gobbo in contumacia a 26 anni di reclusione.
 



Il Regime Comunista di Mao

Qual'è lo stato dei diritti umani in Cina a distanza di anni dai fatti di piazza Tien An Men? I diritti umani sono praticamente sconosciuti o inesistenti. Se si osa dire "W La Democrazia" o "W La Libertà" nella migliore delle ipotesi si può finire in carcere e sottoposti a torture, e se si sopravvive (molto raramente) alla tortura ti sbattono ai lavori forzati... qui da noi invece i centri sociali, sventolando Mao e bandiere rosse, spaccano e distruggono tutto quello che incontrano per manifestare contro McDonalds... (a costoro si consiglia vivamente un viaggio a Pechino). Una delle grandi risorse della Cina è appunto lo sfruttamento dei detenuti per lavori durissimi di ogni tipo e senza retribuzione alcuna (quasi tutti i prodotti Made in China che arrivano nelle nostre case provengono da questi sfruttamenti). I detenuti sono prigionieri nei campi di concentramento chiamati LAOGAI, la risposta cinese ai mitici LAGER nazisti e ai GULAG siberiani, ma come era prevedibile, i costi e la qualità della vita al loro interno sono incredibilmente ai limiti della follia. Ogni anno si eseguono tranquillamente 15.000 esecuzioni capitali senza processo, oppure inscenando istruttorie fantoccio giusto per la stampa internazionale, quelle poche volte che è ammessa ovviamente, mentre siamo abituati alle dirette TV delle esecuzioni MADE IN USA pensando che al mondo esistono solo quelle... Le esecuzioni in Cina sono normalmente effettuate tramite un colpo di pistola alla testa, ma l'introduzione dell'iniezione letale sembra prossima. Infatti, un giurista cinese ha recentemente dichiarato che l'iniezione letale "punisce severamente chi si macchia di delitti atroci, ma rappresenta anche lo spirito umanitario socialista". Evviva.

La Cina del "Grande Timoniere" Mao era ed è un'immensa e sconfinata terra piena di fame, miseria, deportazioni di massa, terrore e morte. Conosciamo il leader cinese non dal lato che tutti conosciamo, ovvero quello del poeta, ma dal lato del feroce sterminatore. Al dittatore rosso Mao Tse Thung o Zedong, spetta il premio "Nobel" per aver sterminato il maggior numero di persone della storia del Novecento... il maggior numero di persone della storia millenaria dell'umana civiltà. Il suo motto più famoso: "colpirne uno per educarne cento"... Ma il "bravo" Mao, fedele allievo della scuola Marxista-Leninista del terrore ne ha colpito 60.000.000, senza contare i dispersi. Figlio di un ricco e benestante proprietario terriero, Mao intraprese sin da giovanissimo la carriera politica; nel 1921 fu tra i fondatori del Partito Comunista Cinese occupandosi principalmente di organizzare la Guardia Rossa, seguendo l'esempio di Mosca. Nel 1949 fu eletto presidente della Repubblica Popolare Cinese, cominciò così a farsi strada con la sua "Rivoluzione Culturale"... che successivamente divenne una repressione violenta e sanguinosa. Mao convinceva le masse a lottare contro lo sfruttatore ed il benestante perchè, secondo i principi marxisti-leninisti, era il nemico più pericoloso del comunismo. Cominciarono così vari rastrellamenti e crimini inenarrabili, contro l'umanità, contro il grandissimo patrimonio storico culturale, contro ogni forma di etnia religiosa, contro l'ambiente.

Le Guardie Rosse di Mao non hanno nulla da invidiare ai fratelli russi; la loro crudeltà e determinazione supera di gran lunga quella dei compatrioti stalinisti. Durante i quotidiani rastrellamenti, le Guardie Rosse, delle volte, mangiavano le loro vittime dopo averle accuratamente fatte a pezzi. Ecco una testimonianza di quell'orrore: "Arrivarono le guardie di notte, all'improvviso mentre tutti noi dormivamo. Presero mio marito a schiaffi e a calci in faccia. Ammazzalo, ammazzalo! Urlava una delle guardie, allorchè presero mio marito oramai inerte e lo tagliarono lentamente con delle sciabole che portavano. Con molta calma, gli tagliarono la testa e la affissero fuori, all'entrata della capanna, e con freddezza cominciarono a cucinare quei poveri resti costringendo me e i miei figli a mangiarne il fegato ed il cuore". Era "macabra usanza" lasciare le teste dei proprietari delle case rastrellate in bellavista, infilzate ad un bastone recante una scritta: "questa è la testa di un merdoso proprietario".

A vent'anni dalla sua morte, in Cina continua la sua sanguinaria dottrina con le relative e catastrofiche conseguenze.

Notizie recenti affermano che nella Cina COMUNISTA milioni di neonate sono state uccise per motivi legati alla pianificazione demografica e anche alla tradizione maoista, che considera le bambine ingombranti fardelli. Da Pechino però è giunta notizia che anche i maschi in sopranumero cominciano a essere soppressi sistematicamente. L'ultimo caso segnalato riguarda un bambino nato da un famiglia contadina già con tre figli. Le guardie rosse hanno ingiunto al padre di farlo fuori.
Questo invece lo ha abbandonato in una toilette dove è stato trovato da una signora medico. Subito dopo tuttavia le guardie lo hanno strappato alla sua salvatrice, gettato a terra, preso a calci e infine affogato. In Italia il delitto non ha fatto molto effetto, tanto è vero che i giornali hanno pubblicato il servizio nelle pagine interne... Rende di più ovviamente pubblicare le notizie della selezione della razza voluta dai nazisti o mettere in prima pagina il nome dell'ennesimo ebreo sopravvissuto ad Auschwitz !!! Tutto il resto non ci deve minimamente riguardare; o si parla dello sterminio degli ebrei o... cala l'oblio sull'informazione.

La pediatra cinese Zhang Shuyun che ha denunciato le condizioni degli orfanotrofi cinesi, ha dovuto lasciare il paese in seguito a pressioni e violenze. Secondo la documentazione della dottoressa, ogni anno muoiono negli orfanotrofi cinesi più della metà dei bambini ospitati. Le sue inchieste per scoprirne le cause non piacquero alle autorità che finirono per licenziarla.
Dopo anni di ricerche, la pediatra scoprì la verita: c'è un gruppo speciale di medici che visita ogni bambino e decide se deve vivere o morire. La tv britannica Channel 4 ha documentato lo scandalo. Il film è stato visto in tutto il mondo.

Nonostante la feroce repressione operata dal comunismo, il mito di Mao Tse Thung è ancora più vivo che mai. La sua figura esercita ancora sui giovani stima e ammirazione. Questo perchè, non va dimenticato che, per quanto possa sembrare assurdo, l'immagine della Cina Maoista  godeva di un diffuso "rispetto democratico" in tutto il mondo. Bisogna cercare di convincere i giovani d'oggi e di ieri, che hanno creduto in un falso mito, in un'ideologia che dove ha assunto il potere ha causato solo orrore e terrore. Ancor più difficile è condividere l'atteggiamento assunto da parte di alcuni ambienti intellettuali, che cercano di chiudere il capitolo, mai definitivamente aperto, del genocidio operato da Mao, con la giustificazione che alla base c'erano dei nobili ideali di "libertà e fratellanza", quando, nei confronti dei Lager nazisti e della presunta Shoah, mantengono alto il monito a "non dimenticare".

 



Il vero colore del comunismo: "il rosso sangue"       


TIBET: una tragedia della quale non frega niente a nessuno.

...oltre due milioni di tibetani torturati e massacrati dalle truppe di Mao.

 

Ignorando le Convenzioni Internazionali nel 1950 le truppe dell'esercito della Repubblica Popolare Cinese invasero ed occuparono il Tibet, massacrando milioni di persone in uno stato fino ad allora assolutamente indipendente e del tutto differente dalla Cina in quanto ad etnia, sistema sociale, cultura, religione e tradizioni
 

Situato a nord dell'Himalaya, tra l'India e la Cina, il Tibet ha una superficie di 2,5 milioni di Kmq (cinque volte la Francia).
La popolazione tibetana è attualmente stimata in 6,5 milioni di abitanti contro più di 7 milioni di coloni cinesi insediati sul territorio.
Per secoli il Tibet è stato un paese unito, libero e indipendente, come attestato da ben tre risoluzioni approvate dalle Nazioni Unite nel 1959, 1961 e 1965, sfortunatamente rimaste lettera morta.
E' un paese incomparabile, ricco di una tradizione di saggezza millenaria meravigliosamente incarnata dal XIV Dalai Lama, la cui lotta non-violenta, che è anche quella di tutto un popolo, è stata premiata nel 1989 con il Premio Nobel per la pace.

Nel 1959 il Dalai Lama, prima autorità del paese, fu costretto all'esilio.
Gli ultimi 40 anni sono stati segnati da continue offese sia ordite contro il popolo tibetano che alla sua cultura.
Quello che è stato fatto subire al Tibet e al suo popolo è uno spaventoso sopruso che ripugna alle coscienze di tutte le persone libere e amanti della libertà, della pace e dei diritti umani.

Un vicino immensamente più forte sul piano del numero e della potenza militare ha consumato un vero e proprio genocidio ai danni di una nazione, quella tibetana, che aveva come unica arma la non-violenza.

Le forze d'occupazione hanno commesso e commettono tuttora numerosi e orribili atti di barbarie.
Si stima che circa 2 milioni di tibetani siano morti tra il 1950 e il 1980, in conseguenza dell'occupazione cinese.
Nel corso della famigerata "rivoluzione culturale" (1966-1976), seimila templi (cioè la quasi totalità dei luoghi di culto) e una miriade di tesori artistici sono stati distrutti. Alla popolazione tibetana viene negata (totalmente sino al 1980, parzialmente oggi) la pratica del Buddhismo (come del resto il Bön, l'antica religione autoctona del Tibet) e gli viene imposto l'insegnamento della lingua cinese a scapito di quella tibetana.

MENTRE LEGGI QUESTA PAGINA LA TRAGEDIA TIBETANA CONTINUA:

  • Migliaia di tibetani sono in carcere spesso torturati e uccisi barbaramente per semplici reati di opinione
     
  • Lingua, religione (della quale il regime vorrebbe cancellare l'influenza), storia e cultura sono negate o assurdamente falsate nei contenuti

    Le donne di etnia tibetana subiscono continuamente violenze nonchè un esecrabile controllo delle nascite patendo sterilizzazioni forzate e aborti, operati senza alcuna pietà anche in fase avanzata di gravidanza

    Quello che risultava fino a pochi anni fa *ecosistema primario*, unico al mondo, è gravemente minacciato.
    L'ambiente già efferatamente saccheggiato è in serio pericolo: la imponente deforestazione (che ha fruttato agli invasori vari miliardi di dollari) provoca inondazioni sempre più frequenti e devastanti, si stanno estinguendo numerose specie animali ormai uniche nel pianeta e lo sfruttamento dei terreni sta provocando una preoccupante desertificazione di vaste aree

    Malgrado il muro di silenzio eretto dalla Cina, sappiamo che in Tibet esistono molti siti di stoccaggio e di lancio di pericolose armi nucleari

    La situazione economica è catastrofica: il livello di vita è tra i più bassi del mondo, tanto che ai coloni e ai soldati cinesi viene dato uno status privilegiato e grossi incentivi economici

    Il trasferimento massiccio e ininterrotto di coloni cinesi riduce i tibetani ad essere sempre più minoranza nel proprio paese.
     


La Tragedia del popolo tibetano

(dalla proclamazione della Repubblica Popolare Cinese al 2000)
 

1949
Proclamazione delle Repubblica Popolare Cinese. La Repubblica Popolare Cinese minaccia di "liberare il Tibet dalla tirannia del Dalai Lama" Il Tibet fa appello alle Nazioni Unite. L’Armata di Liberazione Popolare entra nel Tibet orientale.

1950
La Cina comunista invade il Tibet centrale. Il Governo tibetano è costretto a negoziare la "liberazione pacifica" del Tibet.

1951
Il Tibet viene incorporato nella Repubblica Popolare Cinese attraverso il patto in17 punti.

1951-1954
Periodo di coesistenza tra il Governo Tibetano e le autorità cinesi. La Cina adotta una politica molto cauta fin quando non si è garantita il controllo militare, logistico e politico del Tibet.

1954
Vengono portate a termine le strade che collegano la Cina al Tibet. L’India riconosce la sovranità cinese sul Tibet nel trattato "Panchshila". La Cina dà inizio alla trasformazione politica del Tibet.

1955
Inaugurazione del Comitato Preparatorio per la Regione Autonoma Tibetana (TAR) e lo scioglimento effettivo del Governo Tibetano.

1956
Nel Tibet orientale, esternamente al TAR, vengono imposte "riforme democratiche". Nel Tibet orientale inizia una rivolta anti-cinese. Il Dalai Lama in visita in India, minaccia di chiedere asilo politico.

1957
Il presidente Mao inaugura nel TAR una politica di limitazione, incluso il differimento delle riforme e la riduzione dei quadri cinesi han, ma nel Tibet orientale continuano le "riforme democratiche" e la repressione della rivolta.

1958
"Grande balzo in avanti". Nel Tibet orientale è iniziata la collettivizzazione, che inasprisce la rivolta. La rivolta si diffonde nel TAR.

1959
L’opposizione tibetana agli ordinamenti cinesi culmina con la rivolta di Lhasa e la partenza del Dalai Lama per l’India. Nelle rivolte tra il 1956 e il 1959 vengono uccisi decine di migliaia di tibetani, la maggioranza nel Tibet orientale. Dopo la rivolta, la Cina istituisce le "riforme democratiche" nel TAR e la repressione della resistenza tibetana.

1959-1962
Decine di migliaia di tibetani vengono imprigionati. Le "Riforme democratiche" delle istituzioni religiose porta allo spopolamento dei monasteri, all’arresto di molti monaci e al saccheggio delle proprietà traduce nell’inedia di migliaia di tibetani, specialmente di coloro che sono rinchiusi nelle prigioni. Dal 1962 circa 70.000 tibetani si sono rifugiati in Nepal e in India.

1966-1976
Grande Rivoluziopne Culturale Proletaria. I monasteri tibetani e i monumenti religiosi vengono distrutti. La cultura tibetana viene repressa. Il caos della rivoluzione culturale cinese culmina nella rivolta anticinese di Nyemo, negli anni 1968-1969. All’inizio del periodo viene avviata la collettivizzazione, che sarà completata alla fine. La collettivazione e le preparazioni alla guerra dei cinesi creano nuove carestie tra il 1969 e il 1972.

1976
Muore il presidente Mao.

1979
Deng Xiaoping introduce la politica di liberalizzazione post-maoista sia in Cina che in TIbet.

1979-1984
Dialogo sino-tibetano circa il rientro in Tibet del Dalai Lama. La liberalizzazione economica e culturale provoca il rifiorire della religione, della cultura e del nazionalismo tibetano. L’apertura delle frontiere del Tibet internazionalizza la questione tibetana.

1984
Il CCP avvia una politica di sviluppo economico che incrementa enormemente il numero di cinesi in Tibet.

1987
A Washington, il Dalai Lama annuncia il suo Piano di Pace in Cinque Punti. A Lhasa avvengono dimostrazioni in favore del Dalai Lama e dell’indipendenza del Tibet. Il Dalai Lama fa la proposta di Strasburgo.

1987-1989
A Lhasa si susseguono in continuazione dimostrazioni e tumulti a sostegno dell’indipendenza tibetana.

1989
In Tibet viene dichiarata la legge marziale, poco dopo il massacro nella piazza di Tienanmen a Pechino. Il Dalai Lama è insignito del Premio Nobel per la pace.

1992
La Cina limita tutti gli aspetti dell’autonomia tibetana identificandoli come nazionalismo tibetano, religione e lingua comprese.

1994
Il terzo Convegno di lavoro (Forum of Work) in Tibet promuove la politica di sviluppo economico, la colonizzazione, la restrizione dell’autonomia, la repressione della resistenza e lo sradicamento dell’influenza del Dalai Lama.

1995
La Cina sceglie il suo Panchen Lama in opposizione alla scelta del Dalai Lama. Continua la campagna di sradicamento dell’influenza religiosa e politica del Dalai Lama.

1996
Inizia nei monasteri una rieducazione intensiva.

1997
Comincia una campagna contro gli aspetti della cultura tibetana identificati come ostacoli allo sviluppo.

1998-2000
Ancora nessun significativo cambiamento.
Le recenti scandalose pressioni (settembre 2000) del governo cinese sull'ONU per l'esclusione del Dalai Lama del Tibet dal Summit per la Pace del Millennio a cui hanno partecipato circa mille leaders spirituali, offre un buon metro per la misurazione dello stato attuale delle cose.
 

 


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