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GLI ORRORI
DI TITO
(il genocidio slavo
- comunista in Venezia - Giulia e Dalmazia)
Un piano preciso e
scientificamente attuato - l' eliminazione degli italiani dalle
province giuliane e da Zara. La Venezia - Giulia slava doveva
essere, nei piani del boia comunista, la settima repubblica
popolare della Jugoslavia. Tutti i mezzi erano leciti per arrivare
allo scopo finale. Una pulizia etnica in piena regola! Esecuzioni,
torture, foibe e deportazioni nei lager in Jugoslavia erano la
norma per istriani, fiumani e dalmati dopo l'occupazione titina
delle terre giuliano - dalmate.
Tra i 15 ed i 20 mila morti
e dispersi, un intero popolo costretto all'esilio - questo fu il
risultato della pulizia etnica nelle terre italiane
dell'Adriatico Orientale.

L' IDEOLOGO DELLA PULIZIA
ETNICA DEGLI ITALIANI NELLA VENEZIA GIULIA
JOSIP BROZ - Il "maresciallo" TITO
(Kumrovec 1892 - Lubiana 1980)
Ecco il responsabile
principale della carneficina degli Italiani di Istria, Fiume e
Dalmazia.
Le sue malefatte sono
innumerevoli e inenarrabili, ecco solo alcuni esempi della
spaventosa barbarie comunista.
L'ISTRIA DOPO L'OTTO
SETTEMBRE
Tutto ebbe inizio dopo l'8
settembre 1943 in Istria. Lo stato italiano ha appena
firmato l'armistizio e le truppe regolari sono allo sbando. Del
vuoto di potere che si crea approfittano i banditi partigiani di
Tito. Si insediano nelle cittadine istriane i c.d.
Comitati Popolari che hanno un unico compito, quello di eliminare il
maggior numero di italiani nel minor tempo possibile. Le vittime
stimate furono un migliaio o forse piu', infoibate o fatte annegare
in Adriatico. Particolarmente colpiti i funzionari del ex PNF, gli
irredentisti della prima ora, gli insegnanti le levatrici, i messi
comunali i soldati e le guardie, i sacerdoti ed i possidenti. Ma
anche uomini e donne, solo e semplicemente perche' italiani. La
furia partigiana si placa con l'arrivo delle truppe tedesche. Ma la
tragedia finale e solo rimandata.
Un'altra "zona calda" nel
1943 fu Villa del Nevoso, (prov.di Fiume) dove furono rastrellati
e trucidati centinaia di italiani, sia soldati, guardie di frontiera
che civili. Nella zona non furono possibili recuperi, ma una stima,
sulla base di testimonianze di gente del posto, parla di centinaia
se non migliaia di morti, nella zona tra Postumia ed il retroterra
fiumano.
LE FOIBE DEL MONTE
MAGGIORE
Carlo Toniolo
Durante l'occupazione del
litorale istriano da parte delle bande slavo-titine, nel settembre
del 1943, vissi a Laurana giorni terribili.
Eravamo in preda alla disperazione, poiche', accanto all'angoscia
per la nostra sorte che ci torturava ora dopo ora, ci giungevano da
ogni parte le notizie piu' orripilanti. A Laurana (ove vissi dal
febbraio del 1936 al dicembre 1943) come ad Abbazia, ad Icici, ad
Ica, a Medea, continuava la sequela dei "ricercati", dei
"prelevati", dei "torturati" e degli "infoibati". Papa' era stato
condannato da un "tribunale del popolo" al martirio delle "foibe"
perche' "italiano" e direttore dell'Ufficio Postale, e per questo
tutta la mia famiglia trovo' un rifugio sicuro in una villa vicina
alla nostra, presso la professoressa Vescovich che salvo' la nostra
vita, mettendo a rischio la propria. Non c'era giorno che non
prelevassero da Laurana o da altre frazioni vicine qualche italiano.
Dopo averli sottoposti ad un doloroso e lungo tragitto a piedi nudi,
essi venivano torturati, uccisi e, poi, gettati negli anfratti del
Monte Maggiore.
Il Monte Maggiore e' il piu' alto monte dell'Istria; il terzo o il
quarto in ordine di altezza di qulli che segnano il confine della
Liburnia, che partendo dalla valle di Fianona, ridiscende al mare
nella Forra di Polvilje. Dall'ex Rifugio Duchessa d'Aosta (a 922
metri) potei piu' volte ammirare l'intero "Golfo del Quarnaro".
"Villa Carlotta" - la mia abitazione - si adagiava sulle colline che
fanno da cuscinetto alla montagna istriana sulla quale vivevano,
secondo un'antica leggenda raccontata dai pescatori del luogo,
alcune famiglie di stregoni. Essi accendevano grandi falo' sulle
pendici e nelle caverne; cosi' la terra, dolorante e indispettita
per le scottature, cominciava ad agitarsi e muoveva venti
violentissimi che provocavano forti tempeste e uragani. Ben altri
stregoni albergavano sul Monte Maggiore nel settembre del 1943! Ben
altri fuochi! L'uragano dell'odio etnico si scateno' sugli italiani
inermi e innocenti con inaudita efferatezza.
Nei giorni successivi all'8 settembre, perdurando l'occupazione e le
persecuzioni dei partigiani slavi, erano assai rari i contadini che
scendevano dalle loro piccole borgate di collina per allestire il
consueto "mercatino". Era fame! Mi sentivo rabbrividire quando essi
mi raccontavano quello che avevano visto lungo i pendii del Monte
Maggiore. Un mio compagno di scuola - un certo Bernecich che abitava
in un casolare sperduto e che amava passeggiare con me nei fitti
boschi - mi raggiunse nel giardino di "Villa Carlotta" e mi disse:
"Carlo, questa mattina ho visto salire in alto tre uomini, legati
tra loro da una fune, costretti a camminare a piedi nudi, di
continuo bastonati. Poi, d'improvviso, li vidi scomparire uno ad
uno, gettati in un burrone profondo moltissimi metri". Solo dopo la
guerra imparai a chiamare col nome di foibe quegli enormi baratri,
fattisi oggi nella nostra memoria altrettanti simulacri.
Un giorno volli spingermi al di la' delle "terre rosse" (un terreno
scarlatto, estremamente friabile e morbido, simile alla sabbia). Due
boscaioli mi invitarono a fare ritorno in paese; e, indicandomi la
vetta del Monte Maggiore, mi dissero: "Vedi, lassu'... In questi
busi ne buttano giu' ogni giorno; se ci sentono parlare italiano, i
ne buta dentro anche noi senza discuter". Un altro contadino,
intento a zappare la terra, mi disse: "Qui passano i partigiani
spingendo verso l'alto della montagna alcune persone prelevate nelle
zone vicine, a Laurana, ad Abbazia e a Fiume".
"Avanti fogne italiane; quando saremo di sopra, vi faremo un bel
regalo".
Erano i primi martiri di un olocausto che continuera' :
amministratori pubblici, dirigenti, insegnanti, podesta', avvocati,
postini, farmacisti, commercianti ecc. e non solo i responsabili del
P.N.F.
Quando mi recavo nell'orto di casa, a ridosso delle colline, pensavo
all'ultima frase di un partigiano titino che era venuto con un folto
gruppo di "compagni" a prelevare papa' (salvato per l'intervento del
suo fattorino, Rudi, un buon croato, amico dell'Italia e affezionato
a noi): "Torneremo, si prepari...". In quegli attimi di
disperazione, maledivo quella montagna divenuta nella mia
immaginazione un vasto cratere infernale. Pregavo intensamente Iddio
che preservasse papa' da chissa' quali pene.
Mio padre pote' fuggire a Fiume a bordo di un bragozzo, travestito
da pescatore, con l'aiuto di due portalettere croati che vollero
testimoniargli tutto il loro affetto. Noi lo seguiremo tre mesi
dopo, esuli disperati.
Fummo salvi per grazia di Dio! Arrivarono i tedeschi, una lunga
colonna di carri armati, cannoni, autoblinde con mitragliere,
cavalli bellissimi sui quali troneggiavano elegantissimi ufficiali
in alta uniforme. Erano i nuovi padroni di casa che portavano a
termine una complessa operazione militare denominata "Wolkenbruh".
Anche se cio' stride con la nostra coscienza, essi di fatto furono i
nostri attesi "liberatori".
Poi venne l'ora dolorosa della "sradicazione", stranieri in patria
ed esuli da quella terra tanto amata, per il Veneto, tra
l'indifferenza e il rifiuto di tanti concittadini.
Fui profugo a Venezia, e partecipai alle manifestazioni per Trieste
italiana negli anni '46 e '47 in Piazza San Marco, quando i
partigiani comunisti impedivano con la violenza che noi gridassimo
"W Trieste Italiana!" All'indirizzo del Patriarca Cardinale Piazza -
che parlava dal pulpito di Piazzetta S. Marco - urlavano "Scendi
giu', hai le mani sporche di sangue!".
Questa era il clima. Ed io, insieme ai miei compagni della Lega
Nazionale di Trieste e del Comitato Giuliano Dalmata - che aveva
gia' la sua sede sopra la Biblioteca "Marciana" dove ci incontravamo
- gridavamo in faccia ai partigiani comunisti: "Foibe! foibe!". Essi
negavano tutto, e reagivano con spranghe di ferro e bulloni. Mi
ruppero le spalle, mi sputarono in faccia e mi rubarono il cappotto.
"Balle! Balle!" - ci dicevano gli "arsenalotti" comunisti -, "Viva
Tito! Viva Stalin!".
Nello stesso giorno della mia partenza da Laurana, mi avviai verso i
viottoli alti sotto la vetta del Monte Maggiore.
Ma quel giorno anche il vento del Monte Maggiore piangeva! Scavai
una manciata di terra tra i sassi e l'erbe di montagna e la misi con
devozione tra le pieghe di una bandiera tricolore che nelle
ricorrenze nazionali issavamo dalla balaustra di fronte al Quarnaro:
Terra del Monte Maggiore! Terra Istriana! Terra d'Italia!
IL MARTIRIO DI ZARA
ITALIANA - la vergogna Alleata
Zara - un'isola di italianita' che sopravvisse nella Dalmazia, ormai
interamente slava, dopo l'ultimo esodo degli Italiani, nel 1920, in
seguito all'annessione delle loro terre al Regno di Iugoslavia. Una
spina nel fianco per i comunisti titini, da distruggere a tutti i
costi. In poco meno di un anno l'enclave di Zara (superf. pari a 1
kmq) subi' 54 bombardamenti da parte di aerei Alleati, per volonta'
di Tito. 584 tonnellate di bombe caddero su una citta' inerme, nella
quale erano stazionati solamente 1300 soldati tedeschi. I morti
stimati furono 2000 - 2500, la bellissima Zara, un prezioso gioiello
incastonato nella sponda orientale adriatica, venne completamente
distrutta. I titini vi entrarono il 31 ottobre 1944, tra le macerie
ed il vuoto di una citta' spettrale.180 furono i fucilati e gli
annegati solo nei primi giorni d'occupazione. Sono documentate anche
esecuzioni pubbliche, sia in citta' che nei sobborghi.
(particolarmente colpita fu Borgo Erizzo) Gli ultimi dei ventimila
zaratini presero la via dell'esilio.
La Dalmazia italiana cessava di esistere dopo millenni di storia
gloriosa.
I martiri di Zara
italiana - Vincenzo Serrentino e Nicolo Luxardo
Infoibati, affogati, impiccati, fucilati e falciati giornalmente
dalla fame. Dei deportati in Slavonia e in altre parti dei Balcani,
non si seppe piu nulla.
A Zara, roccaforte di italianita nella Dalmazia settentrionale, dopo
l'ingresso dei banditi titini nell'ottobre del 1944, vennero
soppresse centinaia se non migliaia di persone. Vincenzo Serrentino
era il prefetto della citta', nominato capo della Provincia dall'autorita
della Repubblica Sociale Italiana, resse le disperate sorti
nell'ultimo anno di Zara Italiana. Su ordine del Ministero dell'
Interno di Salo', abbandonava la citta' nell' ottobre del 1944,
riparando a Trieste. Il 5 maggio del 1945 veniva catturato dai
banditi di Tito che avevano occupato il capoluogo giuliano.
Condannato alla fucilazione, mori' a Sebenico il 15 maggio 1947,
dopo due anni di carcere. L'altro prefetto Vezio Orazi, il capitano
dei Carabinieri Umberto Buonassisi e il Tenente di artiglieria
Giacinto Trupiano, furono assassinati in un'imboscata vicino alla
citta'. Tutti colpevoli di difendere l'italianita' di Zara.
Protagonisti, i soliti schifosi partigiani con la stella rossa.
La tragica sorte di un zaratino tra le migliaia di altre simili:
Nicolo Luxardo'. Noto e stimato industriale, di puri sentimenti
italiani, venne prelevato dai banditi titini, assieme alla moglie
Bianca,. prima seviziati, vennero poi legati insieme e fatti
annegare ancora vivi.
Cosi nell'indifferenza della Repubblica Italiana riposa chi per
l'Italia e per la Dalmazia libera diede la vita : uomini pieni di
ideali. Ma non tutti li hanno dimenticati.
La vana difesa di Zara,
bellissima ma sfortunata
Il colpevole silenzio
Roberto de Simone
(da "REALTA' NUOVA" online)
Dalmazia. Terra nobilissima,
ed italianissima, che ha vissuto nello scorso secolo una splendida
stagione irredentista, per poi attraversare una serie di tragiche
vicissitudini, fino ad una vera propria pulizia etnica compiuta a
danni della popolazione di lingua italiana, per opera del regime
comunista di Tito. In particolare, ricordiamo oggi le sofferenze ed
il martirio di una stupenda citta' di cultura veneta, Zara, e
dell’opera indomita (e dimenticata) dei suoi difensori. Zara e' oggi
la base di partenza per splendide villeggiature; molti di noi
l’hanno conosciuta, forse superficialmente, utilizzandola come
approdo per il tour delle isole Incoronate. In realta', la citta'
non offre oggi quello che poteva offrire nel passato. Prima della
guerra era considerata un superbo gioiello dell’arte veneto-dalmata,
ma in seguito ai continui e furiosi bombardamenti anglo - americani
del 1943 e del 1944 la citta' perse i suoi principali monumenti e la
quasi interezza della struttura abitativa, con l’eccidio di circa
duemila civili.
Zara, da sempre legata alla Repubblica Veneta, era diventata una
citta' dell’Impero austro-ungarico pur mantenendo una sua autonomia
italiana nell’amministrazione comunale. Gia' dall’epoca austriaca,
la componente croata proveniente dalle campagne vicine e lentamente
inurbatasi era entrata in conflitto con la predominante parte
veneto-italiana, anche sotto la spinta del governo centrale di
Vienna, ostile alle mozioni liberali dell’elite' culturale e
politica italiana, e del clero cattolico, che anche in seguito
continuo' ad appoggiare i croati, in funzione anti-liberale.
Con il trattato di Rapallo, Zara, a causa della sua italianissima
origine, fu l’unica citta' della Dalmazia, tra quelle che erano
state promesse all’Italia nel 1915, a divenire territorio nazionale.
Nel 1941, con l’invasione della Jugoslavia per opera dell’Asse,
l’Italia venne ad acquisire una porzione non trascurabile di
Slovenia e Dalmazia e ad esercitare una sorta di protettorato (mal
digerito dai tedeschi) sul neonato governo della Croazia. Negli anni
a seguire, e fino all’armistizio, i nostri soldati si trovarono a
fronteggiare la crescente ostilita' dei ustascia croati
nazionalisti, "alleati" ma non troppo, e le dure azioni del nascente
movimento partigiano, dapprima suddiviso in numerose costellazioni,
poi sempre piu' compatto intorno al nucleo comunista comandato da
Tito, tra l’altro ex combattente del regio imperial esercito durante
la prima guerra mondiale.
Con l’armistizio dell’8 settembre 1943 anche a Zara, sede del
comando del XVIII Corpo d’Armata Italiano, la situazione si fece
caotica. Gli italiani, grazie alla presenza sul territorio di una
divisione italiano-dalmata in assetto bellico (la "Zara"), e
all’azione congiunta di alcune formazioni speciali (in primis le
B.A.C. - “ Bande Anti Comuniste, milizie locali di religione
cattolica e greco-ortodossa sotto comando italiano), seppero
resistere sia alle mire croate sulla citta', incoraggiate dai
tedeschi, sia alle pressioni dei partigiani, che tentavano di
impossessarsi degli armamenti di cio' che restava del Regio
Esercito.
In realta' tutta la Dalmazia, in gran parte dichiarata territorio
italiano in seguito alla fine della guerra con la Jugoslavia, era
continuamente sotto la pressione del governo croato, che trovava
nella figura di Ante Pavelic la sua piu' cruda espressione
nazionalistica ed anti - italiana.
Dall’altra parte, la crescente minaccia dei partigiani comunisti,
gia' presente da alcuni anni, poneva gli italiani in una difficile
situazione di equilibrio tra croati, partigiani titini, cetnici e
tedeschi. Tra questi, non bisogna dimenticare la presenza sul
territorio Jugoslavo di divisioni di elite della Heer, come la 114
Jager, di divisioni SS etniche, a prevalente composizione musulmana,
come l’Handschar - Handzar (croato-bosniaca) e la Kama (albanese) e
di una divisione SS di montagna prevalentemente costituita da
elementi cattolico-croati, come la "Prinz Eugen". Questi elementi
agguerriti, sicuramente molto efficaci nella lotta antipartigiana
(durante la quale dimostrarono tra l’altro una ferocia antica,
spesso inusitata e degna del sanguinolento teatro balcanico), non
mostravano certamente alcuna simpatia verso la popolazione italiana,
accusata di "tradimento" nei confronti dell’alleato tedesco. La
creazione della Repubblica Sociale Italiana, pertanto, fu
determinante nel creare una sorta di protezione dei territori
italiani rispetto ad eventuali azioni di ritorsione dell’alleato
germanico e ad un eventuale tentativo di "polarizzazione", e
sicuramente riusci' ad incutere rispetto e timore nell’alleato
croato, che rinuncio' temporaneamente, obtorto collo, alle sue
pretese territoriali. In questo si distinsero i comandanti delle
B.A.C. , Tommaso David, Aimone Finestra, Guido Fortini, che si
impegnarono a fondo per riscattare l’immagine del soldato italiano
agli occhi dei comandi germanici. In particolare, furono condotte
azioni antipartigiane nei dintorni della citta' ad Obbrovazzo,
Murvizza, Boccagnazzo, Carino ed azioni anfibie nelle isole
dell’arcipelago zaratino. Venne anche formata una compagnia di
giovanissimi "universitari" provenienti dal GUF, che fu appellata "Vukassina",
dal tenente Antonio Vukassina, dalmata, volontario, morto il 7-6-43
in eroica azione di combattimento.
Fino all’ultimo, a difesa di un cumulo di rovine, e con la
popolazione in gran parte evacuata i militi delle forze di polizia e
della GNR resistettero all’ormai soverchiante attacco delle
formazioni partigiane. Una volta occupata la citta', le vittime
della barbarie rossa furono centinaia, tra cui eminenti personalita'
(qui ricordiamo, Nicolo' Luxardo, deputato e Presidente della Camera
di Commercio di Zara, affogato con la moglie, ed il prefetto
Serrentino, fucilato a Sebenico, che tanto si era adoperato per
rifornire di viveri chi era rimasto e per facilitare l’esodo della
popolazione.)
Solo oggi, dopo essere stati tutti testimoni delle atrocita'
commesse durante la recente guerra civile jugoslava, possiamo
renderci conto della feroce violenza cui furono sottoposte le
popolazioni di quelle terre bellissime ma sfortunate. Faglia di
scorrimento tra culture religiose (cattolica, musulmana) e tra
popoli con tradizioni anche molto differenti, la Jugoslavia esplosa
in tutte le sue contraddizioni. In questa sorta di macelleria
balcanica la Dalmazia, terra di antiche civilta', e' stata purtroppo
spesso coinvolta, con la sua popolazione italiana. L’azione civile e
militare della Repubblica Sociale Italiana, spesso ingiustamente
ricordata solo per gli episodi di lotta fratricida che
malauguratamente insanguinarono il Centro ed il Nord d’Italia,
dovrebbe essere meritatamente ricordata per l’azione eroica di
salvaguardia delle popolazioni e della cultura italiana in Istria e
Dalmazia.
Il colpevole silenzio dei numerosi governi italiani, dovuto a
ragioni di buon vicinato e alla ingombrante presenza nazionale di un
partito comunista tra i piu' forti dell’Occidente, ha creato le
condizioni per un ulteriore silenzioso ed inesorabile lavoro di
smantellamento della cultura e della lingua italiana nel territorio
della Dalmazia, per opera della politica nazional - popolare titina.
I profughi, ridotti all’oblio e al silenzio, non hanno potuto far
altro che rimpiangere i tramonti sull’Adriatico e gli agili
campanili veneti delle perle dell’Istria e della Dalmazia.
LE BANDE V.A.C. IN
DALMAZIA 1942-43
Lanfranco Sanna
Il rapido crollo della
Jugoslavia, aggredita da Italia, Germania, Ungheria e Bulgaria, ed
il suo conseguente smembramento, attivo' due strutture
organizzative: il partito comunista e l'apparato militare dei
Cetnici, tradizionalmente organizzato per "bande". Questi ultimi,
fedeli alla monarchia iugoslava, ricevettero un grande incentivo
dalla necessita' di proteggere i Serbi dalla minaccia della Croazia
che, divenuta Stato indipendente filo-nazista, si basava sul
movimento Ustascia di Ante Pavelic, che mirava a risolvere il
secolare dissidio con i Serbi ricorrendo alla pulizia etnica.
I Cetnici iniziarono la loro attivita' il 13 luglio 1941, attaccando
con l'appoggio delle bande comuniste le truppe italiane di
guarnigione nel Montenegro, che era allora un protettorato italiano.
La ribellione fu pero' domata, ed il fronte unito ne risulto'
definitivamente spezzato: da una parte i nazionalisti cetnici del
Montenegro, Bosnia, Erzegovina e Krajna che si schierarono con gli
Italiani, pur conservando il sogno della grande Serbia, contro i
comunisti e gli ustascia; e dall'altra parte i comunisti che
continuarono a combattere contro gli occupanti, i cetnici e gli
ustascia. Anche i cetnici di Mihajlovic in Serbia combattevano
contro tedeschi e comunisti.
Il Comando della 2.a Armata (Supersloda =Comando superiore di
Slovenia e Dalmazia), quando comparve la guerriglia comunista,
dovette affrontare il problema delle milizie locali che erano
espressione di un ventaglio molto ampio di condizioni che creavano
una situazione critica. La costante inadeguatezza delle truppe
disponibili costrinse il nostro Comando ad accettare la
collaborazione di milizie locali composte in grande maggioranza da
greco-ortodossi. Questo fatto suscitava pero' indignazione nei
Croati cattolici in quanto cio' riduceva la sovranita' di quello
Stato, e per di piu' diffidenza nei tedeschi che, appoggiavano i
Croati per attirali dalla loro parte.
Le Milizie Volontarie Anti Comuniste, nome ufficiale che assunsero
le formazioni locali riconosciute dal nostro Stato Maggiore,
raggiunsero la forza di 26.500 uomini, dei quali 6,500 erano alle
dipendenze del XVIII Corpo d'Armata. Di questi, 5.000 costituivano
le MVAC "Dinara", reparto formato da greco-ortodossi prevalentemente
del distretto di Tenin, cioe' cetnici indipendenti, mentre i
restanti erano MVAC "Zara" appartenenti alla zona annessa (nota
anche come B.A.C., cioe' Bande Anticomuniste).
La MVAC "Dimara" riceveva disposizioni per le operazioni a grande
raggio contro i partigiani comunisti dal comando generale di
Mihajlovic, che era posto sulle montagne delle Serbia. Queste
formazioni furono sempre dotate di un alto spirito combattivo e si
batterono a fianco dei nostri soldati con determinazione, coraggio e
lealta' .
Le B.A.C. "Zara" sorsero come iniziativa del Col. Eugenio Morra,
Capo Gabinetto Militare del Governatorato, quando era in corso la
polemica tra questo Ente e il Corpo d'Armata: si tratto' di
un'iniziativa intelligente ed efficace nel contrastare ai partigiani
il controllo del territorio. Si inizio' con una milizia paesana che
ricevette armi per poter affiancare i Carabinieri nella difesa dei
paesi, e la milizia paesana rimase anche quando divennero operative
le B.A.C.
Ufficialmente le Bande nascono nel giugno del 1942 come emanazione
del Governatorato ma gia' in agosto sono incorporate dalla Div.
"Dalmazia". L'arruolamento avveniva tra i nativi della provincia che
ne facessero domanda, e i volontari prestavano giuramento col quale
si impegnavano di servire l'Italia. Vestivano una divisa della
tinteggiatura dell'esercito monarchico jugoslavo, la giacca portava
fascetti sul risvolto del bavero, e sulla manica sinistra venivano
applicati distintivi di grado (un bracciale di color blu veniva
portato sulla manica sinistra: nel triangolo centrale era il
distintivo di grado [rosso per i vice capo-squadra, rosso con stella
bianca per i capo squadra, giallo per i vice capo-plotone, giallo
con stella argento per i capo plotone, argento vice capo-compagnia,
argento con stella argento capo compagnia, oro vice capo
battaglione, oro con stella argento per i capo battaglione]). A
sinistra del triangolo c'era la scritta del nome della localita'
della banda, a destra quella del capo. Sul bracciale veniva inoltre
apposto il timbro del Comando di Divisione. Gli appartenenti al
B.A.C. portavano il copricapo tradizionale dei contadini della zona,
costituito da un tamburello nero con frangia ricadente, la cui parte
superiore era di colore rosso per i componenti delle bande
cattoliche, e di color arancione per i greco-ortodossi. Sulla parte
anteriore compariva un fregio rappresentante un teschio con un
pugnale in bocca sovrapposto ad una coccarda tricolore.
L'armamento era costituito da un fucile Mauser e 5 bombe a mano e,
come arma collettiva, il fucile mitragliatore Hotchiss. Le bande
avevano la forza di una compagnia (tra 100 e 250 uomini) ed erano
divise in plotoni.
Le formazioni della provincia di Zara erano 9 divise in due
battaglioni:
il XX btg. d'assalto "Cattolico", formato dai reparti portanti il n.
1-2-3-6-7-8, ed il XXII battaglione d'assalto "Greco-ortodosso", con
il n. 4 e 5.
La Banda n. 7 opero' a lungo alle dipendenze della Divisione
"Celere" nella zona di Sebenico, mentre la n. 8 era formata con le
milizie paesane della zona di Vrana.
La Banda n. 9, formata da greco-ortodossi e da giovani italiani
nativi di Sebenico, era alle dipendenze della Base della Regia
Marina: questi uomini indossavano la divisa da fatica dei marinai e
il basco blu con ancora. Questa Banda fu attivissima per tutto il
periodo bellico ed opera a fianco di una compagnia del Rgt. "San
Marco".
Ogni Banda era comandata da un ufficiale italiano e da un suo
sottordine, mentre i plotoni erano agli ordini di sottufficiali
prevalentemente nazionali, con colleghi provenienti dall'ex esercito
jugoslavo, che prevalevano nel comando delle squadre. C'era poi un
altro militare col rango di ufficiale, il capo-formazione
proveniente dall'esercito o dalla gendarmeria jugoslava.
Due terzi degli ufficiali e la meta' dei sottufficiali erano
zaratini o dalmati, gente che combatteva per la propria terra e che
conosceva perfettamente le lingua, la mentalita', gli usi e i
costumi dei volontari, dei civili e del nemico
I principali compiti di questi soldati erano, come scrive il
comandante della Div. "Zara" il 30 giugno 1943:
-controllo dell'attivita' svolta dalla popolazione nella zona di
giurisdizione;
- raccolta di informazioni;
- repressione armata di ogni azione a carattere partigiano;
- concorso alle operazioni del R.E.
Nello stesso rapporto si riassume l'attivita' delle Bande dipendenti
dalla Div. "Zara":
- n. 39 combattimenti sostenuti dalle sole bande;
- n. 14 operazioni a largo raggio svolte con reparti nazionali;
- n. 50 azioni di normalizzazione, ritorsione, colpi di mano,
cattura ribelli etc.
In questa serie di azioni le Bande subirono la perdita di 138
volontari e 10 ufficiali, sottufficiali e militari nazionali, e 64
volontari e 4 ufficiali o sottufficiali nazionali furono feriti.
Quale esempio dell'attivita' antiguerriglia delle B.A.C. e' da
rammentare l'azione del dicembre 1942, quando fu costituito un
contingente forte di 4 Bande Anticomuniste raccolte in un
battaglione al comando del cap. Tommaso David, di un Btg. del 292.
fanteria, del battaglione Camicie Nere "Tevere", di una Cp. del Btg.
"Vespri" e di una Batteria da 65/17. Il nemico, rappresentato dal I.
btg. del Litorale della forza di 200 uomini, fu agganciato e
disperso subendo gravi perdite.
Il giorno successivo il cap. David, che aveva avuto il comando delle
operazioni, fu ferito, e per l'azione ottenne la medaglia d'argento
al valor militare (commutata nel 1956 in medaglia d'oro).
L'armistizio dell'8 settembre colse tutti i nostri Comandi
impreparati.
In Dalmazia i tedeschi arrivarono con un certo ritardo:
- a Spalato, presidiata dalla Div. "Bergamo" e dalla XVII Brigata
costiera, si tratta con i tedeschi e contemporaneamente con i
partigiani ai quali si consegnano le armi e la citta'. Solo una
parte dei soldati riesce ad imbarcarsi e raggiungere l'Italia;
- a Sebenico invece i tedeschi giungono l'11, e la Banda n. 9 della
Marina rimane al suo posto;
- a Zara, sede del Comando del XVIII corpo d'Armata, la situazione
e' piu' complessa: perche' la citta' e' Italiana, perche' ci sono le
mire dei Croati che hanno avuto via libera da parte di Hitler,
perche' le B.A.C. compatte, proprio per la loro intrinseca modalita'
combattiva, non sono portati a cedere le armi al nemico.
Mentre infatti la maggior parte delle truppe italiane saranno
catturate ed internate dai tedeschi, (rimanevano in armi soltanto un
Battaglione di bersaglieri, un Battaglione di mitraglieri e un
Gruppo di artiglieria) le bande continueranno a combattere contro i
partigiani comunisti a fianco dei tedeschi o dei cetnici o degli
ustascia. In particolare la 2. B.A.C. cattolica di David si porta
subito a Zara, veste la camicia nera e il fez, ed entra in azione
contro i partigiani che occupano le isole. Armati due velieri di
cannoni anticarro e di mitragliatrici, e allestite delle protezioni
sommarie con scudi di autocarro, la Banda contrasta il traffico
partigiano catturando numerosi natanti nemici ed infine sbarca nelle
isole prospicienti Zara.
Il raggruppamento "anfibio" di David fu poi assorbito dal Comando
Marina tedesco, e tutti i militari di lingua italiana confluirono
allora nella G.N.R. di Zara.
I "DESAPARECIDOS DI FIUME
Dal 3 maggio 1945, per tre giorni e tre notti, i banditi titini,
avidi di sangue, si scatenarono, con inaudita violenza, contro
coloro che, da sempre, avevano dimostrato sentimenti di italianita'.
A Campo di Marte, a Cosala, a Tersatto, lungo le banchine del porto,
in piazza Oberdan, in viale Italia, i cadaveri s'ammucchiarono e non
ebbero sepoltura. Nelle carceri cittadine e negli stanzoni della
vecchia Questura, nelle scuole di piazza Cambieri, centinaia di
imprigionati attendevano di conoscere la propria sorte, senza che
alcuno si preoccupasse di coprire le urla degli interrogati negli
uffici di Polizia, adibiti a camere di tortura. Altre centinaia di
uomini e donne, d'ogni ceto e d'ogni eta', svanirono semplicemente
nel nulla. Per sempre. Furono i "desaparecidos". Gli avversari da
mettere subito a tacere vengono individuati negli autonomisti; ai
furibondi attacchi di stampa condotti dalla "Voce del Popolo" si
accompagno 'una dura persecuzione, che gia nella notte fra il 3 e il
4 maggio porto' all'uccisione di Mario Biasich e Giuseppe Sincich, i
leader del movimento autonomista fiumano, gia membri della
Costituente fiumana del 1921. Assieme agli autonomisti, negli stessi
giorni e poi ancora nei mesi che verranno, trovarono la morte a
Fiume anche alcuni esponenti del CLN ed altri membri della
Resistenza italiana, fra cui il noto antifascista Angelo Adam,
mazziniano, reduce dal confino di Ventotene e dal lager nazista di
Dachau secondo una linea di condotta che trova riscontro anche a
Trieste ed a Gorizia, dove a venir presi di mira dalla Polizia
politica jugoslava - OZNA, sono in particolare gli uomini del CLN.
La scelta appare del tutto conseguente, dal momento che sul piano
politico il CLN e' un'organizzazione direttamente concorrenziale
rispetto a quelle titine delle quali e ben in grado di contestare
l'esclusiva rappresentativita' degli antifascisti italiani. Ma la
ferocia maggiore si scateno nei confronti degli esponenti dell'italianita'
cittadina. Furono subito uccisi i due senatori di Fiume, Riccardo
Gigante e Icilio Bacci, e centinaia di uomini e donne, di ogni ceto
e di ogni eta', morirono semplicemente per il solo fatto di essere
italiani. Oltre seicento fiumani furono impiccati, fucilati,
strangolati, affogati. Altri incarcerati. Dei deportati non si seppe
piu nulla. Cercarono subito gli ex legionari dannunziani, gli
irredentisti, i mutilati, gli ufficiali, i decorati e gli ex
combattenti.
Adolfo Landriani era il custode del giardino di piazza Verdi non era
fiumano, ma era venuto a Fiume con gli Arditi e per la sua piccola
statura tutti lo chiamavano "maresciallino". Lo chiusero in una
cella e gli saltarono addosso in quattro o cinque, imponendogli di
gridare con loro "Viva Fiume iugoslava!". Lui, pur cosi piccolo, si
drizzo' sulla punta dei piedi, sollevo la testa in quel mucchio di
belve, e urlo' con tutto il fiato che aveva in corpo: "Viva Fiume
Italiana!". Lo sollevarono, come un bambolotto di pezza, poi lo
sbatterono contro il soffitto, piu volte, con selvaggia violenza e
lui ogni volta: "Viva l'Italia ! Viva l'Italia !" sempre piu fioco,
sempre piu spento, finche' il grido non divenne un bisbiglio, finche
la bocca colma di sangue non gli si chiuse per sempre. Qualcuno
mori' piu semplicemente, per aver ammainato in piazza Dante la
bandiera jugoslava. Il 16 ottobre del 1945, un ragazzo, Giuseppe
Librio, diede tutti i suoi diciott'anni, pur di togliere il simbolo
odioso della conquista titina. Lo trovarono il giorno dopo, tra le
rovine del molo Stocco, ucciso con diversi colpi di pistola alla
nuca.
IL 5 MAGGIO 1945 A
TRIESTE
E' il terzo giorno (della famosa "quarantena titina") in cui la
citta' di Trieste e sotto il controllo dei banditi di Tito. In
citta' il clima e di festa a seguito della capitolazione delle forze
armate tedesche. Il popolo di Trieste pero' ,ancora non si e reso
conto di cio' che lo attende. Il 5 maggio Trieste, aspettava ancora
di dimostrare la sua gioia per l'avvenuta liberazione. Il prepotente
bisogno di esternare i proprio sentimenti in qualche modo non poteva
piu essere trattenuto. Era una mattina di sole e la primavera si
faceva sentire con un impellente impulso di esultanza. Cosi nacque
quella manifestazione dopo tanti anni di schiavitu', in una presunta
atmosfera di liberta', che doveva venir invece soffocata nel sangue
innocente di 15 vittime.Gia durante la prima mattinata si notava un
movimento insolito. Allorche' dai quattro punti cardinali della
citta' il popolo triestino saturo di impazienza si mosse,
convergendo al centro, si effettuo' il miracolo di fede tanto
contenuto. Tutta la citta' si ammanto di Tricolore. Vecchi e
giovani, uomini e donne, tutti affratellati in un unico sentimento
gridarono il nome della loro fede: Italia! (...) Mentre la marea di
popolo si avviava lungo il Corso in direzione di Piazza Goldoni,
cantando gli inni della propria passione, ad un tratto si udi' un
miagolare di mitragliatrice. Lo stupore piu' che il terrore,
inchiodo' per un attimo la massa del popolo allibita. Ma allorche'
si vide il terreno cospargersi di caduti e il sangue zampillare
dalle ferite, il raccapriccio si impossesso' degli animi ed un
insano spavento primordiale attanaglio i cuori. I "druxi" curvi
sulle armi, con il ceffo contratto in un' orribile smorfia di sadico
piacere, sparavano all'impazzata sulla folla inerme. Dopo
l'inevitabile fuggi fuggi seguito alla sparatoria, e il conseguente
ritiro delle bandiere tricolori dalle finestre per ovviare inutili
rappresaglie, la calma torno'. Era una calma funebre pero'. Le
strade ridivennero deserte e il corpi straziati delle vittime
rimasero in balia degli assassini i quali li gettarono nel deposito
mortuario dell'ospedale.
Ecco i nomi delle vittime:
I morti:
Graziano Novelli (20), Carlo Murra (19), Mirano Sanzin (26), Claudio
Burla (21), Giovanna Drassich (69).
I feriti:
Albino Canaletti, Manlio De Mattia, Tancredi Kolarski (rimasto
invalido), Camillo Carmeli, Angelo Cavezza, Antonio Kreiser, Augusto
Mascia, Pina Solimossi, Renato Artico, Marialuisa Fonda.
Il 5 maggio tramontava in un'atmosfera cupa e tragica.
Il sangue di questi innocenti fece bella mostra di se' per parecchi
giorni, sin tanto che la pioggia non lo lavo' cancellando la traccia
materiale, ma non riuscendo a togliere dall'animo dei triestini il
ribrezzo e il disprezzo per i volgari assassini.
I CADUTI PER TRIESTE
ITALIANA - un altro vergognoso crimine Alleato
Mentre gli studenti scendevano in piazza per Trieste Italiana
diedero la vita per la patria gli ultimi nostri irredenti: il 5
novembre 1953 caddero uccisi dalla Polizia Civile del GMA, pagata
dagli inglesi, lo studente quindicenne Piero Addobbati esule da Zara
e Antonio Zavadil, anni 50. All' imbrunire, duemila persone in
piazza dell'Unita' reclamarono l'esposizione del Tricolore, ma
verranno dispersi dalla polizia. Il giorno dopo l' esasperazione
raggiunse il punto massimo. Cortei di cittadini sboccarono da tutte
le strade verso piazza dell'Unita' . La polizia alleata, di fronte
alla marea, temette di essere travolta e reagi' aprendo il fuoco.
Morirono l'universitario Francesco Paglia, anni 24, segretario della
"Goliardia Nazionale" e della "Giunta dell'Intesa Studentesca",
Erminio Bassa, anni 52, lavoratore della nascente "CISNAL", l'ex
partigiano Saverio Montano, anni 50 e Leonardo Manzi, l'ultimo
irredento fiumano che diede la sua giovane vita per la Patria. Aveva
solo 17 anni. Mori' sul sagrato di S. Antonio, con un Tricolore
nelle mani. Nelle sue tasche trovarono arrossata di sangue, la
tessera della "Giovane Italia".
Due giorni dopo, l'8 novembre 1953, una folla immensa partecipo' ai
funerali delle vittime. A fine cerimonia, un enorme corteo
accompagno' le salme al cimitero. In un clima di rabbia e di dolore
il popolo giuliano diede l'Addio agli ultimi dei nostri Irredenti.
LA SPAVENTOSA TRAGEDIA DI
BASOVIZZA
Oggi Monurnento Nazionale.Centinaia se non migliaia sono gli
infoibati in esse precipitati. Sul massacro di Basovizza il giornale
"Libera Stampa" in data 1 agosto1945 pubblicava un articolo dal
titolo: "Il massacro di Basovizza confermato dal CLN giuliano. Piena
luce sia fatta in nome della civilta'. Una dettagliata
documentazione trasmessa alle autorita alleate della zona ed al
Governo italiano".
L' articolo riportava un documento sottoscritto da tutti i
componenti del CLN e di quelli dell'Ente costitutivo autonomia
giuliana, che cosi denunciava i crimini accaduti a Trieste tra fl 2
ed il 5 maggio, dopo l'occupazione titina:
"Centinaia di cittadini vennero trasportati nel cosiddetto "Pozzo
della Miniera" in localita' prossima a Basovizza e fatti precipitare
nell'abisso profondo 240 metri. Su questi disgraziati vennero in
seguito lanciate le salme di circa centoventi soldati tedeschi
uccisi nei combattimenti dei giorni precedenti e le carogne
putrefatte di alcuni cavalli.
Davanti alle accuse che vengono fatte da alcuni organi di stampa, di
uccisioni indiscriminate, che avrebbero interessato anche esponenti
antifascisti, il giornale " Primorski Dnevnik " in data 5
agosto1945, smentendo l'uccisione di patrioti italiani, ammette l'infoibamento
di italiani a Basovizza e particolarmente di poliziotti e finanzieri.Cosi
scrive: "... Questa nuova Jugoslavia del maresciallo Tito, che per
il numero delle vittime, per la vittoria comune occupa senza dubbio
il secondo posto, dopo l'Unione Sovietica e che e rispettata ed
onorata dalla popolazione slovena, croata e italiana di questa
regione, non e possibile che abbia oltre alla Guardia di frontiera
fascista, ai poliziotti, gettato nelle Foibe anche i combattenti che
hanno combattuto da fratelli per la nuova Jugoslavia e dieci soldati
neozelandesi...."E, proseguendo, con la definizione cinica
dell'alibi che ancora oggi alcuni storici sloveni e croati
sottolineano, giunge a dire: "... sulla terra che ha sofferto per
venticinque anni il terrore snazionalizzatore italo - fascista si e
combattuto per anni contro i nazi - fascisti assieme ad onesti
italiani ed antifascisti non e' questa la prima e nemmeno l'unica
grotta dove si polverizzano le ossa dei criminali italiani e
tedeschi e di quelli che si sono opposti..."
Tra i responsabili degli infoibamenti a Basovizza puo essere
indicata la Banda Zoll - Steffe che presso le carceri triestine dei
Gesuiti imperverso sotto la denominazione di "Guardia del popolo".
IL TORTURATORE DI TITO
NEL CAPOLUGO GIULIANO
Nerino Gobbo, 79 anni, residente in Slovenia, nel maggio - giugno
1945 e stato responsabile di Villa Segre' a Trieste, luogo di
tortura delle milizie titine. Diverse le testimonianze a suo carico:
una denuncia alle autorita' alleate, riporta negli atti del Comitato
di Liberazione nazionale dell'Istria, una sentenza della Corte di
assise di Trieste della condanna in contumacia a 26 anni di
reclusione.
I testimoni hanno raccontato cosi le atrocita da lui commesse: "Dopo
qualche giorno tutta la squadra si trasferiva a Villa Segre',
assumendo il nome di "Squadra volante" (...) e passava alle dirette
dipendenze del commissario del popolo "Gino" di nome Nerino Gobbo.
(...) "Come risulto' dalle deposizioni dei testi tutti i detenuti
venivano bastonati e seviziati, taluni costretti a bastonarsi a
vicenda e persino mettere la testa nel secchio delle feci",
scrivevano i giudici che subito dopo la guerra condannarono Gobbo in
contumacia a 26 anni di reclusione.
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